Paraocchi fossileLa crisi climatica ci sta rendendo tutti più poveri, ma continuiamo a far finta di nulla

I danni economici del riscaldamento globale hanno già superato (di sei volte) i costi della transizione verde: è il dato su cui insistere di più anche a livello comunicativo, perché – che ci piaccia o no – l’essere umano cambia approccio solo quando il conto in banca è a rischio

AP Photo/LaPresse (ph. Emilio Morenatti)

Convincere il singolo individuo a cambiare le proprie abitudini è complesso, figuriamoci le multinazionali e i governi. Siamo al tempo stesso vittime e carnefici di un sistema economico, produttivo e culturale incompatibile con il collasso ambientale e climatico che stiamo affrontando. Eppure, quando l’argomento di discussione è la transizione ecologica-energetica, una fetta consistente del tessuto politico e imprenditoriale preme su una narrazione che evidenzia solo i costi dell’azione e non quelli dell’inazione.

Tutti parlano dei dolori dovuti alla riconversione di interi settori, dall’automotive all’edilizia, ma nessuno si sofferma sull’inflazione climatica e l’impatto del caldo sull’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, sulla sanità in affanno a causa delle ondate di calore, sui danni economici delle alluvioni. 

È l’identica visione miope su cui, nella seconda metà del Novecento, si è fondata l’industrializzazione sregolata che, alla ricerca del profitto immediato, ha innescato una crisi che non ha ancora mostrato il suo lato peggiore. Pensare solo alle fatiche del presente, ignorando cosa accadrà in futuro e peccando di lungimiranza, è uno sbaglio che come società stiamo commettendo nuovamente. E che, numeri alla mano, si sta rivelando fatale. 

Il dibattito scientifico sulle cause della crisi climatica è chiuso. Ora si sta diffondendo un nuovo tipo di negazionismo, insidioso, ipocrita e difficile da riconoscere (e arginare). Si tratta, nei fatti, di un populismo anti-transizione verde che ritiene inutili gli sforzi di adattamento e mitigazione. L’idea alla base di questa “corrente” è la seguente: il riscaldamento globale esiste ed è colpa delle emissioni antropiche, ma le tecnologie per contrastarlo costano troppo. Non ne vale davvero la pena, e i cittadini non meritano di fare così tanti sacrifici. 

L’ultima speranza per invertire la tendenza e indurre sempre più persone – dal singolo cittadino al più alto funzionario politico – ad affrontare il tema con urgenza è, forse, quella più spiccia e concreta: fare leva sul denaro, nell’altro senso. Tra alluvioni, tempeste, ondate di calore, siccità e altri eventi meteorologici estremi, la crisi climatica ci sta rendendo tutti più poveri. Anche perché ha ripercussioni evidenti sulla nostra capacità d’acquisto. 

A ribadirlo è un nuovo studio, pubblicato settimana scorsa sulla rivista Nature e firmato da tre ricercatori del Potsdam institute for climate impacts research (Pik), da cui è emerso uno di quei dati che dovremmo stampare e appendere sul muro di fronte alla scrivania: i danni economici dell’emergenza climatica hanno già superato di sei volte i costi necessari per rispettare il target dell’accordo di Parigi (non oltrepassare i +2°C di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali). 

Efficienza energetica degli edifici; passaggio dalle auto a motore termico a quelle elettriche; phase-out dai combustibili fossili per spalancare la porta alle rinnovabili; politiche agricole ecosostenibili; protezione e ripristino della biodiversità; graduale chiusura degli allevamenti intensivi; interventi urbanistici per rendere le nostre città più verdi e “spugnose”: queste soluzioni, che portano a una riduzione delle emissioni di gas serra, sono i capisaldi di una rivoluzione industriale verde a cui non possiamo rinunciare. E i motivi sono anche economici, perché la negligenza di oggi si riflette sul fatturato e il conto in banca di domani. La transizione ecologica va concepita e comunicata anche come un’opportunità, non come un complotto di una élite scollata dalla realtà che vuole arricchirsi sulle spalle dei cittadini “normali”. 

Secondo una ricerca di McKinsey, per esempio, entro il 2025 i costi di possesso e gestione di un’auto elettrica saranno inferiori rispetto a quelli di un veicolo a benzina o diesel. E ancora: salire di almeno due classi energetiche garantisce un risparmio in bolletta del quaranta per cento (risparmio medio annuo di 1.067 euro, stando ai costi del 2022). 

Tornando allo studio pubblicato su Nature, l’impatto della crisi climatica sull’economia globale sarà senza mezzi termini devastante: si parla di una riduzione media delle entrate pari al diciannove per cento entro il 2050 (danni per trentottomila miliardi l’anno). In Italia il reddito medio calerà del quindici per cento, in Grecia del diciassette per cento, in Spagna del diciotto per cento e in Francia del tredici per cento. La ricerca non si riferisce a una contrazione del Pil globale o nazionale, ma alla riduzione media del reddito dei cittadini. 

Per limitare i danni, gli esperti spiegano che l’unica via è quella dell’azione climatica immediata: ogni deroga è un passo che ci allontana da un mondo più vivibile. Il tempo della gradualità, al momento necessaria per alcuni settori industriali, sta per terminare. La transizione verde è complessa, tocca ogni angolo della nostra società e dipende anche da dinamiche geopolitiche (la Cina che domina il mercato delle materie prime critiche, per esempio), ed è realizzabile solo grazie a investimenti ingenti per riconvertire posti di lavoro e ridurre al minimo l’impatto sulle classi meno abbienti (come vuole fare l’Ue con il Social climate fund).

Le perdite economiche, si legge su Nature, «sono previste per tutte le zone del mondo, fatta eccezione per quelle a latitudini molto elevate, dove la riduzione della variabilità della temperatura può apportare benefici. I danni più ingenti si registreranno a latitudini più basse, in zone con minori emissioni storiche cumulative e redditi più bassi». Gli effetti dell’inazione climatica, quindi, si riflettono e rifletteranno maggiormente sui Paesi più poveri e al contempo meno responsabili dell’emergenza che stiamo vivendo. Parliamo, per queste economie, di una contrazione del reddito superiore del sessanta per cento rispetto a quella prevista per gli Stati più ricchi. 

«I danni a breve termine (nei prossimi venticinque anni, ndr) sono il risultato delle nostre emissioni passate. Avremo bisogno di maggiori sforzi di adattamento se vogliamo evitare almeno alcuni di questi danni. E dobbiamo ridurre drasticamente e immediatamente le nostre emissioni: in caso contrario, le perdite economiche diventeranno ancora più ingenti nella seconda metà del secolo, fino a raggiungere il sessanta per cento in media globale entro il 2100. Questo dimostra chiaramente che proteggere il nostro clima è molto più conveniente che non farlo, e questo senza nemmeno considerare gli impatti non economici come la perdita di vite umane o di biodiversità», spiega Leonie Wenz, la scienziata del Pik che ha guidato lo studio. La transizione verde, insomma, fa bene anche al portafoglio: nell’epoca in cui la comunicazione è (quasi) tutto, si tratta di un elemento che non può mancare nel dibattito sul cambiamento climatico. Un consiglio da tenere in considerazione anche oggi, che si celebra la Giornata della Terra. 

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