Realtà vs narrazioneCome l’Ue finanzierà la transizione ecologica per i più vulnerabili

La propaganda della destra, soprattutto quella italiana, accusa Bruxelles di obbligare gli Stati membri ad attuare un programma ambientale dall’enorme impatto sulle imprese e i cittadini meno abbienti. Il Social climate fund dimostra il contrario, ma l’Italia è in ritardo per soddisfare le condizioni necessarie per ottenere i finanziamenti

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Quote di anidride carbonica in cambio di risorse economiche, con l’obiettivo di ridurre emissioni di gas serra e disuguaglianze. È questa la ricetta dell’Unione europea per una transizione ecologica che sia anche giusta. Gli ingredienti: il mercato europeo del carbonio (Ets, European trading system) e il Fondo sociale per il clima (Social climate fund).

Brevemente, l’Unione europea ha imposto un limite alla quantità totale di gas serra che può essere emessa dalle singole aziende di diversi settori inquinanti (impianti che producono energia, industria pesante, operatori aerei). Il limite è espresso in quote di emissione: una quota corrisponde al diritto di emettere una tonnellata di CO2eq (equivalente di anidride carbonica). Restando entro questa soglia, le aziende possono acquistare quote sul mercato del carbonio e così il sistema genera entrate economiche per la transizione. Ad esempio, finanzia il Fondo sociale per il clima. 

Il Social climate fund è una delle riforme più importanti del Green deal, l’insieme delle misure che dovrebbero consentire all’Ue di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, tra cui c’è anche la riforma del sistema Ets. Il Fondo sociale per il clima verrà usato per finanziare iniziative legate all’efficienza energetica degli edifici e alla mobilità sostenibile, a favore dei cittadini e delle micro-imprese più vulnerabili. È la risposta dell’Europa a chi sostiene che la transizione è solo per ricchi, che le politiche green sono e saranno incompatibili con la tutela di famiglie, imprese, lavoratori.

In Italia si parla poco di questo fondo, ha fatto notare Edoardo Zanchini, direttore Ufficio Clima del Comune Roma ed ex vicepresidente nazionale di Legambiente, in un articolo pubblicato sul quotidiano Domani. Il Fondo dovrebbe entrare in vigore nel 2026, un anno prima del nuovo sistema Ets, che è una sorta di estensione del mercato di quote di carbonio – chiamato Ets2 – a cui dovranno partecipare anche le aziende dei settori relativi a edifici e trasporti. L’Ets2 dovrebbe essere operativo dal 2027: tutte le quote di emissione di questa borsa saranno messe all’asta e una parte dei ricavi finanzieranno il Fondo sociale per il clima. «Se i tempi saranno rispettati, il Social climate fund coprirà il periodo 2026-2032. Se, invece, l’Ets2 partirà in ritardo verrà posticipato anche l’avvio del fondo», spiega a Linkiesta Giulia Colafrancesco, analista senior “Governance e giusta transizione” di Ecco, centro studi italiano sul clima.

«È importante parlare di questo fondo, non solo perché il 2026 per la programmazione pubblica è domani, ma perché è un tema da portare nella campagna elettorale, su cui costruire alleanze e far crescere la pressione nei confronti del governo», ha scritto Zanchini nel pezzo su Domani. In vista delle elezioni europee di giugno, infatti, la propaganda della destra, soprattutto quella italiana, accusa l’Europa di obbligare i Paesi membri a fare una transizione ecologica dall’enorme impatto su cittadini e imprese. Ma il Social climate fund dimostra il contrario. 

Parliamone. Le risorse a disposizione: fino a sessantacinque miliardi di euro provenienti dalla vendita delle quote di carbonio e un ulteriore venticinque per cento coperto da risorse nazionali, per un totale di circa 86,7 miliardi di euro. Per ricevere i finanziamenti del fondo, gli Stati membri dovranno presentare a Bruxelles, entro il 30 giugno 2025, dei “Piani sociali per il clima”. A spiegare come sta procedendo il governo italiano è ancora Colafrancesco. 

«In parte siamo già in ritardo con la scadenza di giugno 2025. I piani sociali da consegnare entro quella data dovrebbero essere allineati a quelli elaborati nel Pniec, il Piano nazionale integrato energia e clima, come stabilito dal regolamento del Social climate fund. Nel Pniec presentato alla Commissione europea a luglio 2023, però, gli impatti della transizione sui cittadini sono stimati in maniera molto parziale e manca una parte relativa alle politiche socio-economiche necessarie per una giusta transizione». 

Dunque, secondo Colafrancesco, tra le priorità per l’Italia – anche per il futuro accesso ai finanziamenti del Social climate fund – c’è il miglioramento del Pniec. L’analista di Ecco elenca almeno tre aspetti su cui lavorare: collocazione nell’ordinamento giuridico, gestione e finanza. «Il Pniec non ha forza di legge, è solo una strategia, non c’è un quadro di riferimento normativo e attuativo che possa indirizzare le politiche in un disegno coerente agli obiettivi energia e clima del Paese, che in altri Stati è rappresentato da leggi quadro per il clima». 

Per la gestione, invece, serve istituire un meccanismo di governance che dialoghi con i ministeri e con tutti gli enti coinvolti nelle politiche climatiche «per disegnare, monitorare e poi valutare come stanno andando le misure di transizione, in modo da modificare le politiche inefficaci». E poi, i soldi. «Abbiamo bisogno di una strategia economica chiara: per la transizione dell’industria dei settori in cui è più difficile arrivare a zero emissioni. Dobbiamo farlo per tutelare i lavoratori», continua Colafrancesco. Come si legge sul sito di Ecco, per raggiungere questo obiettivo – dato l’ordine di grandezza degli investimenti per la decarbonizzazione (oltre cento miliardi/anno) e il ruolo della spesa pubblica come leva per gli investimenti privati – sarebbe opportuno esplicitare il contributo delle politiche clima ed energia nella legge di bilancio.

I conti, dicevamo. Dal Social climate fund l’Italia potrebbe ottenere un totale di sette miliardi di euro: «Ma non possiamo fare affidamento solo su quelli affinché la transizione eviti povertà energetica, povertà di trasporti e aumento delle disuguaglianze», afferma Colafrancesco. «Serve fare un’analisi per capire di quante risorse abbiamo bisogno e di come spendere i soldi nella maniera più equa ed efficace possibile», continua. 

Il regolamento del Fondo sociale per il clima è molto chiaro su come allocare i finanziamenti: i soldi vanno spesi per misure strutturali di contrasto alla povertà energetica e dei trasporti. Significa ristrutturazione edilizia per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici dove abitano persone in difficoltà economica, per abbassare i costi in bolletta e poi, ancora, nuove infrastrutture per il trasporto pubblico, per ridurre il prezzo dei biglietti e favorire la mobilità sostenibile. Gli interventi, dunque, lo sottolinea più volte Colafrancesco, devono essere strutturali. «Dare un supporto al reddito per pagare le bollette, un bonus, non è una soluzione a lungo termine efficace né per ridurre le disuguaglianze né per decarbonizzare».

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