Abramo e i suoi figli Il mondo arabo non segue Hamas, ma aspetta di poter convivere con Israele

Il Medio Oriente non partecipa alla guerra santa contro lo Stato ebraico, anzi spera che i terroristi vengano sconfitti per normalizzare i rapporti con la democrazia di Tel Aviv e finalmente far nascere uno Stato palestinese pacifico

AP/Laprese

Il Ramadan è terminato, e Hamas è costretta a registrare una pesante sconfitta politica, molto indicativa della situazione in Medio Oriente. Un mese fa, all’inizio della festività, Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas all’estero, ha chiamato in mondovisione alla rivolta e alla piazza, non solo gli arabi di Israele e i palestinesi di Cisgiordania, ma tutta la comunità musulmana: «Barricatevi nella moschea di al-Aqsa all’inizio del Ramadan, organizzate un movimento ampio e internazionale per rompere l’assedio alla moschea di al-Aqsa».

Non è successo nulla, assolutamente nulla. Nessuno ha risposto all’appello insurrezionale di Hamas e i quattro venerdì della preghiera durante il Ramadan non hanno registrato neanche la minima manifestazione.

Naturalmente, ha pesato molto la scelta preventiva del governo di Israele che con un potente filtro di centinaia di militari ha impedito materialmente agli uomini con meno di cinquantacinque anni, alle donne con meno di cinquant’anni e ai bambini con più di dieci anni, l’accesso alla Spianata delle moschee su cui sorge la moschea di al-Aqsa.

Limitati da queste restrizioni, ogni venerdì del Ramadan, diecimila fedeli si sono comunque radunati sulla Spianata per pregare. Non un gesto, non una manifestazione, non uno slogan a favore di Hamas o quantomeno contro Israele.

La conferma che la mancata risposta alla mobilitazione richiesta da Hamas non è stata dovuta alle restrizioni imposte dagli israeliani viene dalla Cisgiordania. Qui, ogni venerdì, centinaia di migliaia di fedeli si sono riuniti liberamente nelle moschee e non si è registrata nessuna manifestazione, nessun corteo, nessuno slogan. Nessuno in Cisgiordania ha seguito l’appello di Hamas alla mobilitazione.

Eppure, un sondaggio condotto a fine novembre del 2023 ha indicato che in Cisgiordania l’83,1 per cento dei palestinesi si è detto entusiasta del pogrom di Hamas contro gli ebrei israeliani del 7 ottobre e il 74,7 per cento si è detto d’accordo sulla costituzione di uno Stato palestinese «dal fiume al mare», cioè alla eliminazione dello Stato di Israele. Ma queste opinioni più che radicali tra i palestinesi, da sei mesi a oggi e soprattutto durante il Ramadan, non hanno causato non si dice una nuova Intifada, ma neanche manifestazioni di protesta degne di nota.

In Cisgiordania, dove pure Hamas è ben radicata e conta molti seguaci, probabilmente questo è dovuto anche al controllo politico sul territorio dell’Autorità Palestinese di Abu Mazen e alla sua al-Fatah che, in vista della fine della guerra a Gaza, sta tentando una grande operazione di abbellimento della sua screditata immagine e che considera Hamas un avversario da combattere e battere.

I colloqui di Mosca del marzo 2024 tra le due organizzazioni, voluti da Vladimir Putin, si sono rivelati un disastro e si sono conclusi con veementi accuse reciproche. Non solo, l’Autorità Palestinese, con un discreto appoggio dall’esercito israeliano, sta tentando di riprendere piede a Gaza con emissari che si occupano della distribuzione degli aiuti umanitari, anche se sei di loro sono stati arrestati dai miliziani di Hamas. Poco dopo, le Forze di Sicurezza di Abu Mazen hanno tentato una sortita nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania per arrestare militanti di Hamas, ma hanno fallito.

Comunque, fatto molto importante, l’appello di Hamas alla mobilitazione durante il Ramadan è caduto nel vuoto totale anche in tutti i paesi arabi e islamici. Anche in quelli, come la confinante Giordania, in cui i Fratelli Musulmani – di cui Hamas è la sezione palestinese – sono radicatissimi. La piazza araba è rimasta in silenzio. Hamas è rimasta isolata.

La realtà è che in Medio Oriente si respira ormai un’atmosfera nuova. L’indignazione fortissima per le vittime civili dei bombardamenti israeliani a Gaza, nonostante le proteste verbali, non smuove una scelta ormai maturata nelle capitali arabe di trovare comunque un appeasement con Israele. Inoltre, tutti i paesi arabi (tranne il Qatar), in primis l’Arabia Saudita e l’Egitto, non vedono l’ora che Israele elimini quanto possibile Hamas dai giochi.

I sei viaggi del Segretario di Stato Antony Blinken in Medio Oriente hanno quindi avuto successo, soprattutto perché l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman ha ormai deciso che le ragioni della geopolitica e delle radicali riforme economiche interne devono superare le manovre di duro contrasto a Israele che perdurano dal 1948.

Si impone dunque la logica degli Accordi di Abramo che mirano alla creazione di una grande area economica integrata tra i paesi del Golfo e Israele, che funga da immenso intermediario negli scambi economici tra l’Asia – in primis l’India – e l’Europa.

E Israele, modernissimo Stato industriale, ponte naturale tra l’Asia e il Vecchio Continente, con il suo sviluppato settore hi-tech e la grande massa finanziaria che può manovrare, è indispensabile al Golfo per superare la dipendenza economica della sua monocultura petrolifera e metanifera.

Naturalmente, questa nuova e inedita volontà saudita e araba di appeasement con Israele ha un prezzo: terminata la guerra di Gaza, Israele, Netanyahu o non Netanyahu, dovrà avviare una trattativa per la nascita di uno Stato palestinese effettivo, come ha chiaramente spiegato l’ambasciatore saudita a Londra Khalid Bin Bandar: «Siamo ancora interessati a un accordo di normalizzazione con Israele, ci eravamo vicini, ma non possiamo vivere con Israele senza che ci sia uno Stato palestinese».

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