Il teatro della memoriaSalvini è il vero figlio di Bossi, e non è mai esistita una Lega buona

L’idea del Carroccio delle origini, quello federalista e nordista, come un bel partito da contrapporre alla versione cattiva di questi giorni è un’invenzione. C’è in realtà una linea di continuità tra passato e presente: si è solo allargata la scala geografica

Archivio Lapresse | Salvini e Bossi nel 2014

Quando tra mille anni raggiungerà nel mondo dei più il suo amico-nemico Silvio Berlusconi, a cui in vita ha detto di tutto, chiamandolo indifferentemente “fratello” o “mafioso” a seconda dei rovesci di un rapporto obbligato, c’è da attendere che la beatificazione da parte dei leghisti, dei loro alleati e perfino dei loro avversari riguarderà il Bossi immaginato e immaginario, cioè il santino del vecchio saggio federalista, che nel quarantennale della Lega tutti, segretario compreso, hanno volonterosamente distribuito nei banchetti allestiti per la ricorrenza.

I suoi attacchi a Matteo Salvini, il successore a cui il Senatur, come tutti i vecchi politici, rimprovera essenzialmente di avergli usurpato il trono, condendo il rimprovero con addebiti oracolari e inverosimili, hanno reso ancora più facile la rappresentazione di comodo di una “Lega buona”, quella federalista delle origini contrapposta a una “Lega cattiva”, quella fascistizzata dal Capitano in chiave sovranista.

Rappresentazione di comodo che dentro e fuori dal Carroccio i nemici di Salvini si sono tutti affrettati a certificare. Ah, quando c’era l’Umberto…

Premesso che la Lega bossiana non ha mai combinato nulla in lunghissimi anni di potere e frequentazioni romane e posto altresì che, al massimo del suo successo, aveva preso meno di un terzo dei voti raccolti dal Salvini pre-Papeete, il presunto contrasto ideologico tra il Carroccio nordista e quello nazionalista è un puro gioco di ombre.

Fare di Bossi e dei primi militanti leghisti gli eredi dei federalisti lombardi del Risorgimento italiano e di un autonomismo efficiente e produttivista è un’impostura che fin dall’inizio della sua carriera di impostore politico Bossi aveva accreditato per esigenze di legittimazione, ma non si era mai fatto problemi a contraddire indossando maschere diverse e cattiviste, per raschiare il fondo del barile della frustrazione settentrionale e poi per sfondarlo direttamente e fare del profondo Nord una Vandea anti-illuministica e anti-repubblicana.

La storia del Carroccio dimostra, secondo uno coerentissimo filo di continuità, che tutti i territorialismi sono uguali e tutti i nazionalismi sono fungibili e che quindi la Lega di Salvini è semplicemente la Lega di Bossi con i negri al posto dei terroni e Vladimir Putin al posto di Slobodan Milosevic.

Il fatto che si sia allargata la scala geografica della patria presuntamente assediata – non più la Padania, ma lo Stivale, isole comprese – e dei confini da presidiare, non cambia di una virgola l’intonazione e la sostanza di quel vittimismo recriminatorio che Bossi accendeva accusando i meridionali di rubare il lavoro, la sicurezza e la vita ai settentrionali: la stessa accusa che Salvini riversa contro i parassiti palestrati che scendono dai barconi e… «gli paghiamo pure il telefonino».

Il nordismo di Bossi è stato sempre e solo il rovescio, non l’alternativa, del più vieto meridionalismo piagnone. Dei residui fiscali del Nord e della dipendenza fiscale del Sud Bossi non ha mai parlato come di un regime del privilegio ingiusto perché iniquo e inefficiente, ma perché a beneficio dei privilegiati sbagliati. Ed è Bossi, proprio Bossi, ad avere sdoganato quella tetra invidia sociale dall’alto in basso del «tornatevene a casa vostra» che, come negli anni 80 lo portava a chiedere le quote di insegnanti indigeni contro i maestri meridionali, ha poi portato nel nuovo millennio i leghisti e i sovranisti tutti alle infamie della lotta alla cosiddetta sostituzione etnica e della difesa dell’uomo bianco.

Anche sui temi economici, il leghismo delle origini – al di là degli equivoci di qualche giovane nerd innamorato di una Lega immaginaria – è stato tutto fuorché rigorista e liberista, ma al contrario assestato su un miracolismo proto-populista, che quadrava a parole tutti i cerchi. Tagliava le tasse e aumentava la spesa, metteva i dazi e favoriva le esportazioni, difendeva le rendite e combatteva gli sprechi. Il Bossi che nel 1994 stacca la spina al Governo Berlusconi I perché “le pensioni non si toccano” è il padre spirituale dei teppisti verdi, che guidati da Salvini andranno oltre vent’anni dopo a insultare Elsa Fornero fin sotto casa sua. Perfino nell’atteggiamento buzzurro e gaglioffo Salvini è il vero figlio di Bossi, altro che il tenero Trota.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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