
Chi conosce la scrittura acuta e profonda di Sonia Serazzi troverà nel suo ultimo romanzo – “Una luce abbondante” (Rubbettino, 2024) – un’evoluzione delle sue straordinarie capacità di raccontare i margini, esistenziali e dei luoghi. Il romanzo sviluppa una storia complessa, in cui spesso i ruoli dei personaggi sono stravolti dalle necessità della vita: figli che diventano genitori di chi li ha messi al mondo; adulti che accolgono e accompagnano, come figli, bambini che hanno «gonfiato pance diverse per germogliare»; donne e uomini che subiscono le scelte di altri, e, a volte, trovano nuovi inizi allontanandosi dai luoghi e dalle persone che la sorte ha assegnato loro, perché può bastare «dimenticare il prima per avere un dopo, perché talvolta il futuro non viene per i nostri pugni serrati su terre passate» che non danno frutto.
Bisogna leggerlo. Non è un romanzo di cui si può facilmente ricostruire la trama. Lo stesso stile narrativo muta nel corso del racconto, per rispondere alle esigenze dei protagonisti, che a volte hanno bisogno di essere narrati e altre volte prendono la parola per raccontarsi o pregare: sono vite che chiedono occhi disposti a guardare e orecchie che ascoltano, mani che curano e proteggono, cuori pronti ad amare. Loro al pari delle altre creature di Dio, a cui spesso si affidano per cercare il senso di ciò che accade.
“Una luce abbondante” è pungente, forse perché Francabbù, una dei tre bambini vecchi che abitano a Sacravento, è una piccolina con lo sguardo appuntito, che «sceglie con cura la prima cosa da dire al mondo». Quando ormai tutti in paese sospettano che non sia in grado di parlare, grida che «non è giusto». E questa contestazione vigorosa delle cose storte che attraversano e segnano l’esistenza resta a fare da sfondo, chiama in causa alcuni personaggi della storia e non solo: nella trama e fuori di essa, a tutti è chiesto di assumersi la responsabilità per le persone e le cose più prossime.
È un romanzo che scuote il lettore o lo espone: lo proietta in un mondo di ferite, di eccezioni e di irregolarità, di cui saprà riconoscere alcuni segni anche nella propria vita, perché l’onda che ogni tanto si infrange su Marinzaina, portandola in un mondo di biglie colorate e gravidanze immaginarie, è solo la manifestazione più vistosa delle onde che, prima o poi, si alzano per tutti, perché l’azzurro della sirena dell’ambulanza richiama la fragilità che accomuna e rende «una sola famiglia per forza» tutti quelli che la vedono passare. Ed è lei, Marinzaina, la mamma con sei dita per ogni mano di Francabbù. Una donna che ammucchia in casa gli oggetti più diversi che altri hanno abbandonato. Non si aspetta che le tornino utili, semplicemente li custodisce, così pensa di avere il mondo in casa e di essere al sicuro. La gente del posto sbircia con curiosità nella sua vita, di lei conosce le stranezze da quando era piccola. Segue l’incontro con Silverio, il matrimonio, la sua unica vera gravidanza, le crisi e i ricoveri in psichiatria che segnano la sua esistenza.
Tra i fili rossi del romanzo, si può individuare quello della genitorialità. Forse senza intenzionalità, la Serazzi permette di metterne a fuoco almeno tre aspetti. Il primo è quello della definizione dei ruoli genitoriali, della funzione materna e di quella paterna. Tutti i personaggi ne sono in qualche modo interessati. C’è Suor Teresa di Cristo e basta che «si è strappata il velo dal capo, ha lasciato i capelli sforbiciati corti a ricordarsi del vento e ha stretto forte al petto la bimba della sua vita»: Sarsì, asmatica e sola. Già madre dei suoi numerosi fratelli, sceglie di farsi suora per aspirare a una vita differente, per il silenzio del convento contrapposto alle grida della casa, per la preghiera che sostituisce l’umiliazione, per la luce della fede che vince sul buio della violenza e della menzogna. E, più tardi, rimasta unica suora del convento non si «chiude nella casa di Dio, ma lo insegue per radicarsi e fruttificare lungo quei corsi d’acqua lucenti che dal tempio sgorgano e vanno ovunque».
Piera, sullo sfondo di un passato che si intravede nel romanzo, è stata madre di una bimba con qualche dito in più che non ha partorito, nata da una relazione del marito con un’altra donna, e che mai «considerò difettosa», né da piccola né quando, più grande, iniziò a partorire angeli, perché «non faceva male a nessuno e al mondo si vedeva di peggio». Testimonianza di madre che sa farsi amore per il figlio reale e per la sua irregolarità.
La maternità è la scelta che Marinzaina fa più volte nella sua vita, e la malattia non rende questo esercizio di genitorialità meno autentico, solo ogni tanto lo interrompe bruscamente, spezzandolo e riannodandolo ogni volta. Lei, orfana due volte, che «per nascere ha ucciso la madre», sceglie di esserlo anche di ritorno dall’ospedale, portando con sé Marsol, un bimbo che fatica a sbrogliare le parole, che fugge dal «campo degli orfani ignoti», lascia i suoi genitori distratti perché annusa nell’aria l’esistenza di altre mamme, e mangia le lacrime camminando e camminando si convince che «l’amore per crescere si trova».
Figlio senza padre, Silverio sa farsi regalo agli altri, è espressione densissima di generatività: si scopre prima fratello dei tanti poveri che si affacciano alla vetrina della sua panetteria e non possono comprare, poi compagno di Marinzaina di cui si innamora «per la certezza che nessun altro l’avrebbe voluta mai» e che lo ama come lei sa fare, «lasciando rotolare libera la vita altrui», orgogliosa di lui e anche a lui completamente affidata, come una figlia, «la sua bimba più piccola».
Silverio è padre e madre di Francabbù, a cui tiene la mano sulla fronte quando ha mal di mare, le dà il bacio della buonanotte. A lei parla «esattamente come parla ai vecchi» per spiegarle il mondo e la malattia della madre. Silverio è il padre desiderato da Sarsì e Marsol. Si prende cura del vecchio che lo ha messo al mondo senza mai amarlo, lo fa perché lo riconosce creatura come tutte e perché: «senza di lui non avrebbe mai conosciuto il sole, l’erba, il mare, la spiga che cade, il pane che lievita, il grembo di sua moglie e Francabbù». Silverio crede nell’avanti, si tuffa ogni giorno e considera la caduta «il rovescio di un volo». Senza pensarci troppo, si è convinto che nella vita «ci si arrangia a fare bene con quello che c’è».
Nelle pagine del romanzo, si colgono gli elementi più importanti dell’agency dei bambini, se ne riconosce la capacità di leggere e reinterpretare il mondo, di agire in esso e produrre effetti. Ed è questa una seconda nota sulla genitorialità. Ci sono Sarsì e Marsol, consapevoli delle loro condizioni e grati per il poco che hanno e in grado, a loro modo, di prendersi cura di altri. Alla ricerca continua di spiegazioni per ciò che accade loro e non sempre in grado di svelare le intenzioni degli adulti. Ma, soprattutto, c’è Francabbù che «nei giorni dell’onda è orfana di madre» e che pure dalla madre impara a non precipitare nel vuoto, esercitandosi a stare in equilibrio tra il sole (che si può conquistare) e il nero (che deve essere cavalcato).
E, soprattutto, capisce che sua madre le sta insegnando una cosa di cui non è capace, le sta donando qualcosa che lei stessa non ha. Ammira la fede del padre e la sua capacità di parlare attraverso il Vangelo, ma sa che deve sbrigarsela con il presente. Avverte di non avere molti alleati al suo fianco e che «certi giorni l’innocenza è impossibile». Per questo ha deciso di invecchiare, di crescere in fretta e di muoversi senza cadere inciampando sulla verità a pezzi: quella degli affetti e del cuore e quella di chi vede una madre pazza, un padre fallito, una figlia trascurata. Francabbù sveglia il mondo! E quando capisce che il nero bussa alla porta, lei non apre, «senza dubbi». Non vuole parenti con le ali, ma la sorella sfiatata e il fratello scilinguato che la sorte le ha mandato e che sanno «asciugare le lacrime e acchiappare la pioggia». Non ha bisogno di trovare l’utilità delle cose (o delle persone) per apprezzarle perché in una casa affollata di oggetti spaiati ha imparato a riconoscere dignità a tutto e a tutto un posto.
Infine, la Serazzi implicitamente richiama l’attenzione sulla dimensione pubblica della genitorialità. Lo fa mettendo in evidenza che le storie di questi genitori e di questi figli si sviluppano in un contesto specifico: su Sacravento non si dice molto, ma basta sapere c’è «abbondanza di materiale iniquo (…): tetti sfondati, erbacce sui ballatoi di case abbandonate, baracche di lamiera, viottoli polverosi al posto delle strade, campi splendenti di verde punteggiati di sacchi di spazzatura squarciati, bimbi soli che passano le giornate a dipingere i gatti con certi colori indelebili rimediati frugando in mezzo ai rifiuti delle scuole».
Lo fa anche interrogando gli abitanti di Sacravento (e, quindi, i lettori) sulla possibilità di sostenere i genitori imperfetti della storia nel loro ruolo di promozione dei figli e, quindi, richiamando tutti ad assumere il compito della cura e dell’educazione dei più piccoli. Dentro, ma anche oltre la trama del romanzo, questo significa allontanarsi dalla logica valutativa delle capacità genitoriali per adottare approcci e strumenti in grado di sviluppare il potenziale educativo di ogni madre, di ogni padre, non sostituendosi ma affiancando, «per non sgualcire col giudizio la fatica di ogni esistenza che si dispiega come meglio può».
Francabbù lo sa che non piace a nessuno sapere che qualcuno si arrabatta per vivere. La comprensione è più facile ottenerla da chi fa esperienza della necessità. Gli altri hanno paura. Eppure, è lo sguardo sul margine che fa luce sulla vita di tutti, che consente di capire che si possono apprendere cose giuste anche dalla famiglia sbagliata e che a ognuno per diventare adulto tocca fare i conti con la famiglia in cui gli è toccato di nascere.
“Una luce abbondante” (Rubbettino), di Sonia Serazzi, pp.136, 15€
