Platea da rotocalcoIl teatro e la corrispondenza tra talento e star system (ad avercelo)

Al Savoy di Londra il pubblico di “Plaza suite” voleva solo vedere Sarah Jessica Parker, ovvero la protagonista di Sex and the city e dei tabloid

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La ragazza che mi sta asciugando i capelli avrà trent’anni, mi chiede cosa stia andando a vedere a teatro, e quando glielo dico mi chiede: ma Sarah Jessica Parker è brava? E poi aggiunge: lo chiedo perché non ho mai visto “Sex and the city”.

Ho conosciuto mie coetanee – cioè: donne che sono state bambine negli anni in cui guardavi i vecchi film alla tele perché non c’era altro da fare che guardare i vecchi film alla tele – che non avevano mai visto “Via col vento” e “Il padrino”, e ho quindi esaurito da un bel pezzo la capacità di stupirmi per la determinazione a schivare consumi culturali che sono ovunque.

Tuttavia la trentenne londinese che non ha mai visto “Sex and the city” mi sembra una presa di posizione – una postura, per dirla in modo più à la page – ancora più forzata che non aver visto “Via col vento” quando avevi otto anni e passava su Rai 1 e ti mandavano a letto prima che finisse la guerra e Rossella avesse di nuovo un gran guardaroba.

Se appena ti nominano Sarah Jessica Parker ti viene in mente “Sex and the city”, non hai con quella serie esattamente la stessa familiarità che avresti se l’avessi vista? Se non hai mai visto “Sex and the city” ma conosci il nome e la faccia d’un’attrice che a parte “Sex and the city” non ha praticamente avuto una carriera, non è come se l’avessi visto? (Se avete un’ora e mezza da dedicare a Sarah Jessica Parker e un abbonamento a Infinity, guardate “Hollywood, Vermont”, poi tornate con calma a ringraziarmi).

Di recente ho recuperato “Anatomy of a scandal”, serie breve inglese di corna e processi con tre protagonisti. Una l’avevo vista ma non sapevo dove: Google mi ha rammentato che l’avevo vista per decine di ore in “Downton Abbey”. Uno l’avevo visto ma non sapevo dove: Google mi ha rammentato che l’avevo visto per decine di ore in “Homeland”. La terza era Sienna Miller, l’unica di cui sapessi il nome, l’unica di cui non avessi mai visto un film: però so tutto delle sue corna. Quindi il veicolo per la familiarità non sono i consumi culturali: sono i settimanali di pettegolezzi. Forse la parrucchiera trentenne Sarah Jessica Parker la conosce dai tabloid, sebbene sia sposata con lo stesso attore da centomila anni e non è che dia grandi soddisfazioni ai pettegoli.

L’applauso all’inizio del secondo atto di “Plaza suite” non è perché il pubblico del Savoy Theatre sappia che quello è l’atto, di una pièce che va in scena dal 1968, che più parla del 2024. Figuriamoci: mica sono venuti per il testo. Sono venuti perché in scena c’è Sarah Jessica Parker col marito. Marito che fu famosissimo nelle nostre infanzie – era il ragazzino di “Wargames”, film che guardammo veramente tutti: era il 1983, la cultura popolare era ancora prescrittiva – ma poi è andata così: non ha mai fatto una serie televisiva su cui le riviste frivole potessero fare copertine, al grande pubblico non importa granché che la sua versione di “The Producers” sia stata in scena a Broadway per sei anni o giù di lì, e ora è più che altro il marito di Sarah Jessica Parker.

(Da “The Producers” ci sono anche due film. L’originale con Gene Wilder, “Per favore, non toccate le vecchiette!”, è su Mubi. Quello più recente, in cui c’è appunto Matthew Broderick – il signor Sarah Jessica Parker – assieme a Nathan Lane, non è in streaming. Ed è un peccato perché fa molto ridere, perché è tra i pochi musical davanti ai quali non si dice mai «oddio, mo cantano», e anche perché il primo partito che usa “Springtime for Hitler” come inno elettorale io lo voto: è ora di finirla col didascalismo, tanto nessuno capisce niente lo stesso, selezioniamo l’elettorato con una comunicazione di secondo livello).

Una cosa interessante che succede nella platea di “Plaza suite” (che è stato prolungato e quindi se passate da Londra questa settimana lo trovate ancora al Savoy) è che il pubblico perlopiù femminile che è venuto per la moglie a un certo punto si accorge che sì, d’accordo, la moglie è brava e le siamo affezionate e ci ha convinte a comprare certi vestiti immettibili che forse andrebbe arrestata per plagio, ma il marito è un gigante della comicità. Quando applaudono a scena aperta certi numeri di Broderick, a me sembra di percepire il compiacimento di lei, che come tutte le mogli di maggior successo dovrà farsi perdonare ogni giorno.

L’applauso all’inizio del secondo atto, dicevo. Non sono neanche sicura che «secondo atto» sia la dicitura giusta: tecnicamente, “Plaza suite” è fatto di tre atti unici accomunati dalla scenografia; nella stessa suite del Plaza, nell’arco di un anno, ci sono tre coppie. Primo atto unico: una moglie di provincia ha prenotato per il ventiquattresimo anniversario di nozze la suite della loro luna di miele; si scoprirà cornuta. Secondo atto unico: una ragazza di provincia è in città a incontrare quello che conosceva da piccolo, e che da grande è diventato, nientemeno, un produttore di Hollywood, mentre lei non si è mai mossa dal paese. Terzo atto unico: una madre e un padre tentano di far uscire dal bagno della suite la figlia che si deve sposare in un salone dell’albergo e si è barricata, dubbiosa.

Per il ruolo della cornuta, Sarah Jessica Parker ha una parrucca scura. Quando entra c’è un’esitazione, è girata a parlare col ragazzo che l’ha accompagnata in camera, il pubblico non conosce il testo e quindi non sa se sia un altro personaggio, vede solo una nuca mogano e per qualche secondo non fa quel che fa sempre il pubblico del teatro popolare, del teatro fatto dagli attori famosi del cinema e della tv: applaudire preventivamente; osannare la fama, mica la performance.

Quando si volta e vedono che, sotto la parrucca, è proprio lei, ovviamente applaudono. Applaudono anche all’inizio della parte finale, quando la madre della sposa è in scena con un cappello a falda larga. Ma non quanto applaudono all’entrata in scena di SJP nel secondo quadro, quello in cui è la ragazza cui la fama fa da afrodisiaco. Non perché riconoscono loro stesse quando la vedono sempre più prossima a smutandarsi man mano che il produttore le dice che certo, conosce Frank Sinatra, è stato a cena a casa sua, le porzioni erano abbondanti.

Applaudono perché in quell’interpretazione Sarah Jessica Parker ha i capelli da Sarah Jessica Parker, ha i capelli da “Sex and the city”: ne applaudono la bionditudine. Applaudono il suo essere quella cui chiederebbero una foto insieme. Quella che riconoscerebbero per strada. Quella che vedono sui giornali.

Per inciso, il Times è preoccupatissimo: dice che solo il 41 per cento dei londinesi è stato a teatro nell’ultimo anno, che il West End ormai ha prezzi da Broadway (tradotto dalla lingua degli indirizzi: i teatri di Londra ormai hanno prezzi da teatri newyorkesi), e che queste star di Hollywood che vengono qui a farsi strapagare rovinano il mercato: Sarah Snook (la Shiv di “Succession”) che fa tutte le parti nel “Ritratto di Dorian Gray” costa trecento sterline, signora mia. In realtà per Shiv Gray ci sono anche biglietti da settantacinque sterline, ma con «ci sono i biglietti cari ma anche quelli meno cari» mica fai un titolo.

Forse è questa la ragione per cui altrove hanno uno star system, e quindi anche la possibilità di avere un teatro che abbia senso, che si sostenga coi prezzi dei biglietti e non con le sovvenzioni, che il pubblico sia disposto a fare un sacrificio economico per vedere: la corrispondenza tra talento e tabloid. Per farmi restare due ore e mezza seduta a vedere “Plaza Suite”, quelli che metti sul palco devono avere gran tempi comici. Ma, perché la platea si riempia di gente curiosa, oltre a essere bravi tecnicamente devono essere famosi come tronisti, famosi come conduttori di Sanremo, famosi che li conosce anche la parrucchiera che non li ha mai visti recitare. Sto cercando di pensare chi ci sia, in Italia, con questo doppio profilo.

Una volta esistevano i Vittorio Gassman, da rotocalco e da accademia d’arte drammatica, da tv di prima serata e da Shakespeare, da consenso popolare e da talento straordinario. Adesso mi viene in mente solo Favino: ma può un intero star system basarsi su un solo Favino?

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