Baricco d’AmericaLa seduzione di mister Huberman e altri abissi del giornalismo occidentale

Il New York Magazine dedica una copertina a un tizio il cui podcast fa venti milioni di ascoltatori a puntata e si scandalizza perché gli piacciono le donne e le sue ex si lamentano in una chat su Whatsapp

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Di recente l’Atlantic ha comunicato ai suoi lettori che ha raggiunto il milione di abbonati e ha smesso d’essere in rosso, e la prima notizia non mi avrebbe fatto impressione ma la seconda sì.

Sono abbonata a taluni giornali americani, e mi fa sempre ridere quando vantano i numeri degli abbonamenti: certo, praticamente sono gratis. Non conosco nessuno che paghi il New York Times a prezzo pieno: quando sta per scadere disdici, e loro ti dicono ma no resta a quattordici centesimi anzi guarda li diamo noi a te.

È la ragione per cui non ho ancora disdetto l’abbonamento al New York Magazine, il cui crollo negli ultimi anni è stato il più supercalifragilistico di tutta la stampa americana, in generale parecchio provata dalla combinazione tra 2017 e 2020, cioè da MeToo e Black Lives Matter e pandemia: gli dici disdico, te lo passano da cinquanta a trentacinque dollari l’anno, pensi vabbè, pigliatevi ’sta carità.

È quindi col mio abbonamento a prezzi popolari che ho guardato la penultima copertina del New York, quella in cui una premio Pulitzer cui chiaramente hanno dato il Pulitzer solo perché si percepisce femmina pur essendo nata col bigolo scriveva che i bambini devono poter cambiare sesso e noi non dobbiamo impicciarci. L’arbitrio degli ottenni è sacro, diamine.

Poi è arrivata l’ultima copertina, quella su Andrew Huberman, che non avevo mai sentito nominare ma i cui podcast mi dicono facciano, tra una piattaforma e l’altra, venti milioni di ascoltatori a puntata, una cifra di cui ormai non possono che essere invidiosi tutti i mezzi di comunicazione un po’ meno per deficienti: libri, giornali, persino televisione.

La gente, spiegava l’articolista in toni da giornalismo di denuncia, si fida di Huberman, ne segue i consigli sul caffè, sui rituali mattutini, sulla rava e sulla fava. Invece di trarne la corretta conclusione che viviamo in un’epoca dai neuroni debilitati e il pubblico è in perpetua cerca di istruzioni per vivere – vi spiego il maggioritario, vi spiego come dimagrire, vi spiego come vincere l’insonnia, vi spiego i confini dell’Umbria, ma giuro che ve li spiego facile – l’articolista convinta di stare svelando il Watergate riteneva che le aspiranti adepte di mamma Ebe fossero avvinte dal curriculum di Huberman: è un cattedratico di Stanford, mica uno scappato di casa.

Cosa procedeva poi a svelarci, questa Woodward e Bernstein che zelante aveva intervistato le vittime di Huberman? Che la laurea Huberman l’ha presa coi punti fragola? Che non sa niente di dopamina e sinapsi e ha sempre fornito informazioni sbagliate agli ascoltatori in cerca di neuroni spiegati bene? Macché: che a Huberman, scusate se non faccio giri di parole, piace la figa.

È un tizio di quarantotto anni con l’aspetto da body builder e la cattedra universitaria (praticamente un Baricco d’America), serviva un’inchiesta per sapere che gli lanciano (nessuna si senta esclusa) le mutande? No, certo.

Ma serviva un’inchiesta per, scusate se ci metto dieci minuti a scrivere questa frase perché mi fermo a ridere a ogni parola, svelarci che, ohibò, Huberman mandava gli stessi autoscatti a tutte; Huberman, vengo meno, giurava a una che voleva fare un figlio con lei e le faceva persino le punture per la fertilità, e intanto scopava con un’altra; Huberman, ma qui ci vuole come minimo la pena di morte, non si presentava alla cena di famiglia di una perché stava scopando con un’altra.

Non ditemi che non vi pare abbastanza per scomodare un’inchiesta e una copertina. Se siete scettiche, se vi sembrano normali descrizioni di normali dinamiche relazionali nonché cose non strettamente specifiche del maschile (voi mandate foto diverse a tutti? Io mando a tutti anche le stesse battute: stai a vedere che devo pure essere originale, in quel meccanismo comunicativo non retribuito che è la seduzione), se siete insensibili vi convincerà definitivamente questa frase dell’articolista: «In privato, non sembrava granché preoccupato del patriarcato». Forse la pena di morte non è abbastanza.

Come in molto giornalismo americano postMeToo, le donne sono comunque vittime. Se stai con uno stronzo, non ti sei andata a infilare in una dinamica che per qualche ragione andava bene anche a te (una nazione in cui sono tutti in analisi, e dall’analisi non imparano nientissimo): sei femmina, quindi vittima. Gli ottenni hanno l’arbitrio, le donne adulte no.

Essere vittime è una valuta, e quindi le ex di Huberman volentieri assecondano l’articolista. Il fulcro dell’inchiesta è la chat di gruppo. Tutte queste tizie che hanno avuto accesso alle mutande di quest’uomo si sono riunite in una chat in cui si sfogano, si consolano, fraternizzano non nel nome dell’essere coscopate ma del sentirsi parimenti tradite. Per tutto l’articolo ho cercato l’età di queste disperate che vanno a lagnarsi da un giornale dell’ex fidanzato bugiardo: l’articolista non ne indica neanche una (ad alcune cambia pure il nome: le ex fidanzate cornute come i pentiti di mafia).

A un certo punto un’amica di una di queste dice di conoscerla da trent’anni, il che può significare due cose. Nell’ipotesi più ottimista, sono cresciute insieme: ha trent’anni, che come sappiamo sono i nuovi dodici, ed è perciò congruo che si lamenti del fidanzatino cattivo come noialtre dell’ultimo secolo adulto facevamo negli anni di scuola. Nell’ipotesi più apocalittica, si sono conosciute all’università. Significherebbe ciò che sospetto da anni: che i trenta sono sì i nuovi dodici, ma i cinquanta sono i nuovi quindici, e insomma il mondo dei cosiddetti adulti è una gigantesca scuola, con le stesse priorità sballate e gli stessi capricci velleitari che siamo abituate a pensare come legittimi al ginnasio.

Sul New Yorker è appena uscito un reportage da una cittadina dove la sinistra si sta scannando: i neri danno dei razzisti ai bianchi, i bianchi danno dei transfobici ai neri. A un certo punto, riportata con la serietà degli accadimenti davvero gravi, c’è la vicenda di questo o questa Jo, sesso non pervenuto, che durante le medie cambia nome due volte e poi non vuole più andare a scuola per il trauma dell’insensibilità di insegnanti che non sono zelanti nello stare dietro ai suoi nuovi nomi.

È normale che un(a) dodicenne mostri tanta determinazione nel volersi sentire speciale e nel voler stare al centro dell’attenzione e nel voler piantare casini a iosa finché i grandi non si arrendono a notarlo o notarla? Certo che sì. Quel che non sarebbe stato normale, finché gli adulti erano adulti, era che i genitori di Jo riferissero indignati – indignati come coetanei dodicenni – la violazione dei diritti della prole, e chiedessero il licenziamento degli insegnanti sbagliatori di nome (forse Prince è morto a causa dei ripetuti traumi: avevamo continuato a chiamarlo sempre Prince, impermeabili a tutti i cambi di nome. Che pubblico di merda).

Adesso che siamo tutti coetanei al ribasso, adesso che hanno l’età delle scuole medie i dodicenni ma anche i trentenni ma anche i cinquantenni, mi pare ovvio che qualunque trauma abbia un impatto pazzeschissimo, dal fidanzato che ti cornifica all’insegnante che ti sbaglia nome. Alle medie consideravo un dolore da tortura dover stare col collo indietro per farmi lavare i capelli dal parrucchiere, figuriamoci che grane avrei piantato se fossi cresciuta in un secolo in cui quel trauma veniva preso sul serio.

Per quanto il tutto venga raccontato con l’ostentato rispetto per le puttanate che ha ormai la sinistra, il reportage del New Yorker è molto interessante e svela un ingranaggio di questo secolo, molto più di quanto possa essere illuminante apprendere che da qualche parte ci sono delle donne adulte che si whatsappano quant’è stronzo il loro ex.

Sono andata a guardare quanto pago di abbonamento al New Yorker. Centoventi dollari. L’Atlantic sessanta. Quindi mi par di capire che è rimasta questa divisione del mondo qui. Da una parte quelli che scrivono cose per adulti, e pretendono persino di essere pagati. Dall’altra quelli che fanno concorrenza ai podcast e ai fumetti, puntano al ribasso dell’impegno neuronale, e non vogliono approfittarsi della nostra paghetta di perpetui dodicenni.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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