Il rinascimento arruolatoZhadan e il destino degli intellettuali ucraini costretti a imbracciare un fucile

Il più importante scrittore dell’Ucraina potrebbe andare al fronte, come tanti prima di lui. Molti artisti hanno imparato ad accettare l’eventualità della propria morte, consapevoli che in passato la Russia ha sempre cercato di cancellare l’identità e la cultura nazionale

Immagine tratta dal profilo Facebook di Serhiy Zhadan

«Nelle mani avrebbe dovuto tenere il premio Nobel, non un fucile», ha scritto lo storico americano Tymothy Snyder annunciando al pubblico occidentale la notizia del possibile arruolamento del più celebre scrittore ucraino contemporaneo, Serhiy Zhadan. Così come Zhadan avrebbe dovuto vincere il premio Nobel per la letteratura, lo scrittore per l’infanzia Volodymyr Vakulenko avrebbe dovuto ricevere il premio “International Publishers Association’s Prix Voltaire” di persona, il poeta Maksym Kryvtsov avrebbe dovuto presentare il suo libro di poesia, la scrittrice e ricercatrice dei crimini di guerra Victoria Amelina sarebbe dovuta andare a una residenza degli scrittori di Parigi per finire il suo libro sulle donne e la guerra, lo scrittore Artem Chekh avrebbe dovuto scrivere uno nuovo romanzo, e anche il poeta Artur Dron avrebbe dovuto, e anche il poeta Anatoliy Dnistrovyy avrebbe dovuto, e anche lo scrittore Artem Chapaye avrebbe dovuto, invece Zhadan si potrebbe arruolare a due anni dall’invasione su larga scala. Chekh, Dron, Dnistrovyy e Chapay sono al fronte sin dal primo giorno, mentre Vakulenko, Kryvtsov e Amelina sono stati uccisi dagli invasori russi.

La letteratura ucraina oggi rivive pagine della storia passata. Quella degli anni Trenta, quando durante le purghe staliniane sono stati uccisi quasi tutti gli scrittori, i poeti, i registi teatrali, i pittori ucraini entrati nella storia con il nome “Rinascimento fucilato”. Il 3 novembre 1937, in un solo giorno, nella foresta di Sandarmokh, in Karelia, sono stati fucilati i prigionieri del lager Solovky e così gli autori ucraini Valeryan Pidmohylnyy, Mykola Zerov, Les Kurbas, Valeryan Polishchuk e altri cento non hanno più scritto niente. I loro testi si sono interrotti con il colpo di un fucile sovietico.

Quella pagina della storia degli anni Sessanta, quando una generazione di artisti ucraini nata con il Disgelo di Nikita Khrushchev è stata imprigionata e messa a tacere dopo essersi opposta alle misure imperialiste nei confronti della cultura ucraina, e dopo aver scoperto le fosse comuni a Bykivnya nella regione di Kyjiv, dove erano stati seppelliti i corpi degli ucraini torturati negli anni Trenta, tra questi anche lo scrittore Maik Yohansen.

Il poeta Vasyl Stus è morto in un lager nel 1985. La pittrice Alla Horska è stata trovata in uno scantinato con il cranio spaccato. Gli scrittori e critici letterari Ivan Svitlychnyy, Yevhen Sverstyuk, Iryna Kalynets e Igor Kalynets sono stati arrestati e condannati ai lavori forzati.   

Sono passati decenni e a uccidere gli artisti ucraini è sempre la Russia, nella sua nuova forma e con nuovi metodi. Dalle deportazioni di massa e dalle fucilazioni dei prigionieri alle condanne e alle uccisioni mirate che avrebbero dovuto spaventare e mandare un segnale agli altri, arrivando a una guerra ormai dichiarata e aperta dove per sopravvivere, e far sopravvivere identità e cultura, un artista ucraino deve prendere in mano un fucile. 

Alcuni artisti ucraini come Artem Chekh si sono arruolati volontari già nel 2014, dopo l’occupazione della Crimea, e sono stati richiamati nel 2022 in quanto riservisti dopo l’invasione su larga scala. Altri si sono arruolati il 24 febbraio 2022 e tutt’ora sono in servizio. Maksym Kryvtsov non è più in servizio, è stato ucciso in un bombardamento russo al suo reggimento, insieme con il suo gatto che gli faceva compagnia in trincea. 

Serhiy Zhadan è impegnato fin dal 2014 nel volontariato e nella raccolta fondi per l’esercito, ma anche a esibirsi davanti ai soldati leggendo le sue poesie e cantando le sue canzoni con la band “Sobaky v kosmosi” (I Cani nel Cosmo), tra l’altro avrebbe dovuto farlo anche in  un concerto a Milano, poi cancellato a settembre 2022 perché il club milanese si era dichiarato pacifista.

Immagine tratta dal profilo Facebook di Serhiy Zhadan

Fin dai primi giorni dell’invasione, Zhadan è rimasto nella sua città di Kharkiv, assediata dai russi e bombardata di continuo. Si spostava da un rifugio all’altro, teneva il diario sui social, raccoglieva fondi, faceva evacuare i civili, sosteneva i militari che difendevano la città. Vedeva quello come il suo impegno massimo. Dopo la liberazione della regione di Kharkiv, Zhadan ha organizzato tour all’estero per raccogliere fondi e per ricevere  premi letterari importanti in grado di attirare l’attenzione sulla resistenza ucraina. 

Ma evidentemente tutto questo potrebbe non bastargli più. Dopo due anni di guerra e di continuo dissanguamento dell’Ucraina, si sente impotente, inerme, e pensa che servano azioni ancora più concrete. Forse Zhadan è più utile alla causa ucraina facendo ciò che fa già, soprattutto scrivere testi e interpretare la realtà, come nell’ultima sua raccolta di poesia “Skrypnykivka” (2023), uno specchio così necessario agli ucraini per guardarsi dentro.
Ma se si dovesse arruolare nel reggimento kharkiviano “Khartiya” attirerebbe l’attenzione su una guerra che si protrae da due anni.

Se sui media internazionali l’umore è cambiato, e la guerra è diventata solo una moneta di scambio per i voti alle elezioni del 2024, in Ucraina ogni giorno di ritardo nella consegna delle munizioni fa aumentare la conta delle vittime civili e militari. Anche ieri nella Kharkiv di Zhadan, rimasta senza l’elettricità da giorni, sono state uccise quattro persone nel secondo bombardamento, di cui tre soccorritori andati ad aiutare la vittima del primo bombardamento. 

Diventare soldato significa «accettare la propria morte», come ha scritto Artem Chekh in un articolo per il New York Times. Tutti i giorni, lavorando sull’archivio dei file lasciati da Victoria Amelina, mi meraviglio del modo in cui l’ha lasciato ordinato, proprio in caso di…

Nel caso avesse mandato una bozza del libro non ancora finito ai suoi amici e alla sua agente. Amelina documentava i crimini di guerra nei territori liberati ma ancora bombardati dai russi, e il suo “nel caso” poteva succedere ogni volta a lei, come è successo a giugno 2023, e può succedere ogni giorno a tutti gli ucraini.

Se questo “nel caso” dovesse valere anche per Serhiy Zhadan, allora per l’Ucraina e per la letteratura ucraina sarebbe come perdere la voce più importante e più potente. 

Abbiamo perso le generazione degli anni Venti, abbiamo perso la generazione degli anni Sessanta, facendo rallentare e deviare lo sviluppo naturale della letteratura ucraina. Abbiamo perso Valeryan Pidmohylnyy e Mykola Zerov, abbiamo perso Vasyl Stus e Alla Horska, abbiamo perso Victoria Amelina e Maksym Kryvtsov e ora rischiano di perdere anche Serhiy Zhadan.         

Per queste voci perdute, la nostra storia verrà di nuovo raccontata da quelli che sopravviveranno. Non possiamo sapere se sopravviveranno i migliori, perché i migliori sono al fonte dove hanno accettato la loro morte e insieme anche l’ennesima morte della letteratura ucraina.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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