Padre padrinoCoppola vuole morire in bolletta, tanto ai figli lascia il cognome

Il regista ha speso centoventi milioni di soldi suoi per fare “Megalopolis”. Forse è solo un modo per sputtanare i risparmi di famiglia, ma questo non autorizza Sofia a protestare, visto che ha ereditato qualcosa di molto più prezioso

AP/Lapresse

Nel file “Soldi” che sta sul mio desktop, dove annoto le osservazioni sull’unico tema che mi interessi, di cui mi piaccia parlare e che mi sembri utile a capire il mondo, c’è una frase che devo aver appuntato un anno fa, quando ho letto che Francis Ford Coppola aveva speso centoventi milioni di dollari per fare il film che voleva fare e su cui i produttori non erano disposti a investire.

La frase dice: pensa essere Sofia Coppola, e tuo padre si sputtana la tua eredità per prodursi un film. Non è il primo né l’ultimo a fare dei propri soldi ciò che vuole a un’età alla quale i nostri nonni mettevano la dentiera nel bicchiere: ho conversazioni quotidiane con figli di gente che non ha fatto la storia del cinema, ma che a settanta, ottanta, novant’anni non solo non ha intenzione di morire, ma ha pure rutilanti vite sentimentali.

C’è il padre d’un amico che, fidanzatosi con una cinquantenne, si balocca con l’idea di sposarla, così quando muore le lascia la reversibilità, e i figli hanno un moto di civismo e glielo vietano: va bene mandare l’Inps in bancarotta, ma la reversibilità d’un’abbondante pensione – residuo degli anni delle vacche grasse – a una cinquantenne, questo no, questo è troppo, io sono cittadino italiano e trent’anni di pensione a questa non voglio pagarglieli.

C’è il padre d’un’amica che si è appena rimesso con una ex perché, capito che costei non gli restituirà mai i trentamila euro che le aveva prestato quando stavano insieme, ritiene che averla in casa possa almeno farlo risparmiare sulla colf (spero che nessuna femminista dell’Instagram, di quelle il cui tema è il carico del lavoro di cura tutto sulle donne, si avveda mai di questa situazione in cui ti ripago dei debiti facendo i vetri – sennò chi le sente).

Come probabilmente sapete perché se n’è parlato dappertutto, l’altro giorno Francis Ford Coppola ha presentato “Megalopolis” a Cannes, e gli hanno inevitabilmente fatto la domanda sui soldi, e lui ha dato una risposta piuttosto stupida, che però ha confermato la principale regola di questo secolo: qualunque scemenza tu dica, i commentatori riusciranno comunque a dirne una più grossa.

Ha detto Coppola che i suoi figli hanno delle carriere, non hanno bisogno dei suoi soldi, e fin qui era in linea col presente dei non italiani. Oltre alla reversibilità, infatti, noi abbiamo quell’altra porcheria che è la legittima: non puoi diseredare tuo figlio, gli spetta comunque un quarto del tuo patrimonio, pure se è uno sfaccendato che non sa trovarsi il culo con le mani.

Gli americani – che si sono formati sulla ricchezza fatta da sé di Jay Gatsby e non sulla divina provvidenza del Manzoni – sempre più spesso dicono che loro ai figli non lasceranno niente perché è importante che se la cavino da soli. I giornali sono pieni di dichiarazioni simili, da Jeff Goldblum a Anderson Cooper (che essendo figlio d’una Vanderbilt non sono sicura sia competentissimo nel settore “farsi da sé”, ma non cavilliamo).

Anche gli inglesi, forse spaventati da quel che l’ereditarietà ha fatto alla casa reale, giurano che ai loro figli neanche un penny: da Daniel Craig a Sting, da Mick Jagger a Gordon Ramsay. Ed è tutta gente che non glieli lascia per principio, mica perché se li sputtana in un film.

Fin qui quindi niente di strano, senonché Coppola aggiunge due dettagli. Il primo è che quei soldi li ha ricavati dall’essersi nel 2008, in piena Lehman Brothers, fatto dare venti milioni di dollari dalle banche per investire in un’enoteca con spazi per bambini, così i grandi possono sbronzarsi mentre i piccoli giocano. I centoventi milioni del film sarebbero il ricavato della vineria. Alzi la mano chi crede che in quattordici anni si possa sestuplicare un patrimonio con una vineria, ma ovviamente i giornalisti sono ormai più scemi di Vongola75, e mica fanno obiezioni logiche.

Vulture s’indigna perché Coppola avrebbe detto questa cosa a una stanza piena di giornalisti che probabilmente nel 2008 hanno perso il lavoro. Ora, a parte che il declino dei giornali non discende principalmente dal 2008 della fine di Lehman Brothers, ma dal 2010 dell’inizio di Instagram: se i giornali non hanno più soldi, mi pareva d’averlo già spiegato (oddio, vuoi vedere che a Vulture non mi leggono?), è più responsabilità di Fabio Rovazzi che della finanza.

Ma poi veramente vogliamo spacciare per vittima della crisi economica gente pagata per andare alle conferenze stampa a Cannes? Va bene che questi cavalli e questi segugi staranno in dei tre stelle e si nutriranno di olive, ma insomma non mi pare siano proprio il simbolo delle categorie vessate. (È forse il principale problema della definizione di “giornalista”: non ha senso perché è indifferenziata. Chi va alla conferenza stampa di Coppola non fa lo stesso mestiere di chi va in territorio di guerra, chi controlla a chi ha tolto il follow la sorella della Ferragni non fa lo stesso mestiere di chi ti spiega la crisi finanziaria, chi racconta la partita di calcio non fa lo stesso mestiere di chi va alla finale di “Amici” a prendere la parola quindici secondi per avere il suo momento di protagonismo).

Dopodiché Coppola dice una frase che dicono solo i ricchi, ovvero che i soldi non sono importanti, e aggiunge un picco di rincoglionimento che spero di morire prima di raggiungere: l’importante è l’amicizia. Francis – posso chiamarti Francis? – l’amicizia è un rapporto, e i rapporti sono scambi di valuta.

Se sei Francis Ford Coppola puoi anche andare in bancarotta, e ci sarà sempre qualcuno disposto a chiacchierare con te, a invitarti a cena, ad annuire quando dici qualche stronzata. Sai perché? Perché hai fatto “Il padrino”. Un aneddoto anche minore dal set del “Padrino” è una valuta preziosissima, quasi quanto quella capacità di fare le pulizie che può far decidere al tuo ex di riprenderti in casa.

Sono piena di amici che non hanno fatto la storia del cinema e sono pure pochissimo portati per la conversazione brillante, ma hanno una barca su cui invitarmi, o se domani finisco in bancarotta io possono farmi un prestito, o hanno sempre sottomano il numero del medico o dell’idraulico che possono essermi utili nel momento del bisogno.

È perché hai fatto “Il padrino” e non si stancano mai di sentirtelo raccontare, che sono amici tuoi. È perché hai fatto “Il padrino” e la contiguità con la storia del cinema dona un friccico, che vengono nella tua vineria, o nel tuo albergo in Basilicata. È perché hai fatto “Il padrino”, e tutto è perdonato, che abbiamo persino concesso delle carriere ai tuoi figli.

Al cui proposito, io “Megalopolis” ancora non l’ho visto e non so se mi parranno soldi buttati o se mi piacerà tantissimo, ma ho una risposta al mio appunto d’un anno fa. Certo, magari se sei Sofia Coppola un po’ ti scoccia che papà si sputtani un patrimonio che un domani avresti potuto ereditare.

Ma, se sei Francis Ford Coppola, hai gran diritto di contrapporre, a eventuali obiezioni e tentativi di veto filiali, ciò che il padre del mio amico non ha potuto rispondere al veto sulla reversibilità alla cinquantenne. Qualcosa tipo: bella mia, ma se tu non fossi stata la figlia di Francis Ford Coppola, mi dici chi ti avrebbe mai fatto fare un film? Bella mia, regista ereditaria, da te non voglio sentire obiezioni, ma solo dei devoti ringraziamenti per quella impagabile valuta che è il mio cognome.

Che poi, Francis, è la versione hollywoodiana di quella cosa che dicevano nel Novecento i padri tuoi coetanei, i padri nostri, i padri che ora hanno novant’anni e magari non fanno i kolossal ma ancora si fidanzano e i figli non se ne capacitano: come ti ho fatto ti disfo.

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