Il talento di Mr. RovazziL’inadeguatezza della nostra classe dirigente di fronte ai pochi bravi rimasti

Quando il cantante ha inscenato un furto per promuovere “Maranza”, la sua nuova canzone, sindaco e assessore sono insorti, dimostrandosi non all’altezza dell’interlocutore

Gian Mattia D'Alberto/LaPresse

Una volta il mio cardiologo mi ha raccontato d’un viaggio che aveva fatto nella Loira, a spese d’una multinazionale farmaceutica, negli anni delle vacche grasse. O, come li definì durante quel racconto lui: la prima repubblica.

La coda della prima repubblica del giornalismo di spettacoli è la vita che ho fatto tra i trenta e i quarant’anni, una vita che non so mai se ho fatto bene o no a mollare. Certo, a cambiare sei fusi orari in un mese non dormivo mai ed ero sempre isterica, però al Four Seasons di Los Angeles c’era una spa pazzesca.

In quegli ultimi anni in cui giravano soldi, per parlare un quarto d’ora con un attore con un film da promuovere ti mandavano in prima classe a Los Angeles (solita cit. della Aspesi: oggi a piedi), ti sistemavano tre giorni in un albergo di lusso con una cifra di extra pagati (gli altri la usavano per non pagarsi il ristorante, io per farmi massaggiare la cervicale), e tutto questo per quelle due paginette d’intervista che oggi si fanno con un collegamento su Zoom.

Tra allora e Zoom, però, c’è stato un momento preciso in cui tutto questo è finito. L’ho visto finire da casa, avendo all’epoca quarantasette anni e avendo già deciso da un bel pezzo che lo champagne a scrocco era una bella cosa ma non morire d’insonnia era meglio. Avendo mollato quella vita subito prima che lei mollasse me, che come tutti sappiamo è l’unico modo per avere un buon ricordo d’una storia.

Non ricordo che film avesse da promuovere Will Smith, ma gli mandarono Fabio Rovazzi. Erano a quel punto passati tre anni da “Andiamo a comandare”, e due da “Volare”, la canzone con Gianni Morandi forse persino più moschicida del debutto di quel venticinquenne che dimostrava sessantacinque anni. Rovazzi era forse l’unico vero talento italiano uscito dall’internet.

Fece un video d’una decina di minuti in cui a lui e a Will Smith avevano assegnato la stessa camera d’albergo. Sarebbe crudele paragonare il video ad alta densità d’idee di Fabio Rovazzi con le paginette mediamente mosce che producevamo noialtri intervistatori d’attori che elemosinavamo un aneddoto sul “Principe di Bel Air”.

Quello è stato il momento in cui è finito tutto, con una certa stizza di chi ancora faceva il lavoro di bere champagne a scrocco sui voli per Los Angeles: se una casa di produzione doveva investire un budget per il marketing d’un film, aveva senso lo spendesse per mandare in villeggiatura Sorcioni, che avrebbe scritto su giornali che ormai non leggeva praticamente più nessuno? Non era meglio prendere il budget di venticinque Sorcioni e investirlo su un Rovazzi?

Finì tutto per i giornalisti delle pagine di spettacoli, ma a stretto giro finì tutto anche per gli uffici marketing, che nei cinque anni successivi hanno in ogni modo tentato invano di replicare il modulo Rovazzi/Smith, non ottenendo però mai più una cosa memorabile, o almeno divertente, o almeno che funzionasse. Poiché un piano C ancora non esiste, continuano comunque a tenere sull’Instagram il budget che hanno spostato dai giornali a lì; ma un giorno qualcuno si sveglierà e si renderà conto che le community non esistono, e che nessuno compra qualcosa perché gliel’ha detto un influencer, e quel giorno saranno cazzi per la mano invisibile del mercato.

Tutto questo per dire a Beppe Sala e Pierfrancesco Maran che, con questa storia di Rovazzi, non stanno facendo la figura dei più svegli della cucciolata. Riassumo, casomai beati voi abbiate dedicato gli ultimi tre giorni alla lettura di Proust.

L’altro giorno appare il video d’una diretta Instagram in cui Rovazzi è seduto al tavolino d’un qualche bar e risponde ai commentatori; appare un commento che chiede «dove sei?» e, prima che lui possa dirlo, l’immagine si fa confusa e in movimento. Il video io – come quasi tutti – lo vedo su una qualche testata giornalistica che dice che è passato uno scippatore e ha preso il telefono a Rovazzi, e le immagini della seconda parte sono quindi le riprese della fuga dello scippatore col telefono in mano. Penso qualcosa di molto articolato tipo «ma pensa te», e me ne dimentico.

Non ho come tutti idea di dove fosse Rovazzi, dato che dietro di lui non c’erano un monumento né un palazzo riconoscibile né niente che indicasse il codice postale dello scippo. Se qualcuno mi chiedesse di scommettere punterei su Roma, essendo piazza Farnese l’unico posto in cui abbiano tentato di prendermi il telefono dal tavolino d’un bar, ormai venticinque o giù di lì anni fa.

Senonché il giorno dopo Rovazzi compare su Instagram e dice che lo scippatore era un attore, e che il video serviva a promuovere “Maranza”, la sua nuova canzone che voi a questo punto avrete già sentito (è uscita a mezzanotte).

Rovazzi sa usare i social e i politici no, ma essi non lo sanno ed è sui social che scaricano la loro generalizzata isteria. Pierfrancesco Maran – assessore alla casa e, come tutti, candidato alle europee – twitta: «Ma che bella trovata #Rovazzi! Anche noi milanesi potremmo avere un’idea divertente di marketing nel farti causa per danni di immagine e simulazione di reato. Anche perché [gli ho corretto l’accento, ndS] troppi “vip” ultimamente si stanno facendo pubblicità simulando reati qua». Ma chi? I nomi, santiddio, solo i nomi dei simulatori famosi possono distrarci dalla mitomania della minaccia.

Conosco milanesi che a quel punto meditano di andare a vivere in campagna per l’imbarazzo causato dai toni inutilmente tromboni di questi amministratori (poi non lo faranno, perché nessuno può andare a vivere in codici postali in cui non ci sia un negozio di poké ogni cinquanta metri). Rovazzi, che diversamente da Sala e Maran sa usare i mezzi che ha nel telefono, il giorno dopo scriverà: «Ci tengo a precisare che l’attacco di Maran non fa parte delle strategie di marketing».

Beppe Sala, sindaco e interessante esempio di sdoppiamento di personalità, rilascia una dichiarazione che ricorda il Pci quand’era contrario alla tv a colori: «Io dico semplicemente, al di là della denuncia, che è un comportamento arrogante […] Al di là di Rovazzi, però io credo che noi dobbiamo veramente fare una riflessione su che tipo di società vogliamo: cioè, se noi vogliamo una società in cui chi ha un minimo di visibilità può permettersi di non rispettare le regole, e gli altri poveri diavoli invece sì, non è quella che voglio io […] Qual è l’esempio che diamo ai nostri figli? “Fai il furbo, mettiti in evidenza, e sarai premiato con fama e soldi”?».

Per la verità, sindaco, di tutti quelli usciti dall’internet (molti dei quali da lei molto coccolati), Fabio Rovazzi è non voglio dire l’unico, ma uno dei pochissimi, che la fama e i soldi che ha raccolto li ha ottenuti a mezzo talento, quella qualità dimenticata in questo secolo ma che forse lei ricorda essendo vegliardo come me.

Il verso di canzone che cito più spesso da quando passo molto tempo in quella discarica a cielo chiuso (dai portici) che è Bologna è «Milano scusa, stavo scherzando». Non sarò certo io a dire a Sala che Milano è un disastro come sostengono tutte le milanesi che conosco, non sarò certo io a criticare una città che sa raccogliere la spazzatura, un compito che fino a qualche anno fa mi pareva minimo e che da quando frequento Bologna ho capito esistono comuni non in grado di svolgere.

Non voglio neanche infierire su Sala che, come gli ha prontamente ricordato Rovazzi, un attimo fa faceva i video in cui Milano era Gotham City e adesso si preoccupa che Milano venga diffamata come città criminale; o su Sala che stigmatizza la visibilità – Sala, quello che s’instagramma leggendo il suo stesso libro.

Ma mi chiedo: Sala e Maran credono veramente sia reato fare un video con la messinscena d’uno scippo? Non: fare una denuncia fingendo di ritenere vero lo scippo che si sa essere finto. Fare un video con una performance, come fanno dalla Biennale al tavolino del bar di Rovazzi, da Mtv (parlandone da viva) ai cinema (parlando anche di quelli da vivi). Vi preoccupate dell’esempio da dare ai nostri figli (immagino includiate gatti e cani), ma forse il primo esempio da dare ai figli è procurarsi amministratori locali che sappiano distinguere un reato altrui da una loro isteria, un’ideuzza da un cattivo esempio, una volta in cui stare zitti da una in cui dichiarare a casaccio.

Comunque, fossi Rovazzi, il prossimo post su Instagram lo farei a prova di isterie, a prova di reato, a prova di danno d’immagine. Fabio, da’ retta: fatti fotografare mentre leggi un libro che hai scritto.

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