Europa potenza Le mezze verità nel discorso di Macron alla Sorbona

Il presidente francese ha ammesso il mancato raggiungimento di alcuni obiettivi comunitari prefissati nel 2017, per poi abbandonarsi all’autocelebrazione e a una retorica poco concreta sui temi della difesa comune, dell’immigrazione e della transizione ecologica

AP/Lapresse

Più o meno sette anni dopo, dal settembre 2017 all’aprile 2024, Emmanuel Macron è tornato alla Sorbona dove ha pronunciato un discorso-fiume destinato – secondo le sue intenzioni – a invertire la tendenza nei sondaggi europei che danno per ora il partito di Marine Le Pen largamente in vantaggio rispetto ai candidati macronisti.

Il discorso di Emmanuel Macron è stato pronunciato quasi in contemporanea con il pronunciamento illiberale ed euro-ostile di Viktor Orbán a Budapest e tre giorni prima dell’annuncio della pluricandidatura truffaldina di Giorgia Meloni a Pescara, due esempi grotteschi di un sistema europeo che consentirà al governo ungherese – condannato per violazione grave e persistente di valori comuni – di presiedere per sei mesi un’istituzione
europea e a leader di partiti italiani di ingannare gli elettori al solo scopo di sondare il loro consenso personale poiché le regole europee prevedono l’incompatibilità ma non l’incandidabilità.

Le nostre lettrici e i nostri lettori potranno valutare la distanza delle parole dell’europeismo di Emmanuel Macron fra i due discorsi della Sorbona che qui pubblichiamo nelle versioni integrali diffuse in francese dall’Eliseo notando come, nell’incipit dell’allocuzione del 25 aprile 2024, il capo dello Stato francese abbia sinceramene ammesso che molti degli obiettivi europei annunciati nel 2017 non sono stati raggiunti a cominciare dalla qualità della democrazia in Europa e, aggiungiamo noi, nel mondo.

Con la stessa sincerità, il presidente francese avrebbe dovuto ammettere che il metodo dell’innovativa democrazia deliberativa immesso nella Conferenza sul futuro dell’Europa – da lui proposta nel marzo 2019 a immagine e somiglianza delle «conventions citoyennes» organizzate in Francia sull’ambiente – è stato tradito dai governi e dalla Commissione europea che hanno manifestato la loro ostilità all’idea di un’ampia riforma dell’Unione europea auspicata dalla grande maggioranza dei cittadini e dei deputati europei coinvolti nella Conferenza lasciando l’una e gli altri di fronte all’alternativa fra l’accettazione dello status quo o l’avvio di quella che abbiamo chiamato una pacifica insurrezione politica per aprire la strada a un processo democratico costituente.

Alla fine del suo discorso-fiume, Emmanuel Macron ha del resto ammesso di aver tralasciato di parlare della riforma dell’Unione europea!

Abbandonando l’iniziale sincerità il Capo dello Stato francese ha invece dettagliato i successi europei, che hanno in effetti mostrato la capacità delle istituzioni europee di reagire a due drammatiche emergenze: da un lato, la pandemia e le sue conseguenze economiche e sociali, attraverso un’inedita politica europea della salute e la creazione di debito pubblico europeo (che nulla ha a che fare con il metodo adottato nei nascenti Stati Uniti da Alexander Hamilton); dall’altro, l’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina. Successi attribuiti all’immaginazione, alle proposte e alla determinazione della «grandeur» francese.

Nel corso della legislatura europea appena conclusa l’Unione europea ha certo mostrato la capacità di decidere nella dimensione delle transizioni ambientale e digitale così come nella ricerca della sua autonomia energetica o nell’affermazione di alcuni diritti sociali (su cui Emmanuel Macron è stato curiosamente silenzioso) mentre è evidente che siamo ben lontani dall’obiettivo di una vera autonomia strategica di fronte alla dimensione geopolitica di un mondo caratterizzato da vecchie e nuove potenze.

Su quest’obiettivo le parole dell’europeismo di Emmanuel Macron pronunciate nel 2017 e nel 2024 sono apparse molto distanti lasciando il posto a una vaga e per ora inconcludente retorica in salsa francese o a proposte irrilevanti come l’idea che la difesa europea possa limitarsi alla creazione di uno scudo antimissile e alla creazione del battaglione di cinquemila uomini preconizzato nelle «bussola strategica» del 2022 (una «proposta francese», ha affermato).

La realtà è che non c’è consenso fra i governi – in particolare fra Francia e Germania – sugli strumenti per creare una vera politica industriale della difesa europea e non basta parlare di «intimità» fra i nostri apparati militari se non si creano le condizioni per la loro interoperabilità, per acquisti europei e per un sistema vincolante di controllo della vendita delle armi a paesi terzi seguendo invece la via dell’aumento delle spese militari nazionali.

In questo, come in altri settori delle politiche europee, è sembrata prevalere nelle parole dell’europeismo di Emmanuel Macron una persistente logica intergovernativa rendendo così retorico l’appello alla sovranità europea o ancor di più all’ambiguo concetto di «Europa potenza».

Al concetto di «Europa potenza» si associa del resto l’idea della protezione delle frontiere esterne dell’Unione europea dai flussi migratori «incontrollati e irregolari» con un linguaggio macroniano securitario che stride con la diversa narrazione che il presidente francese usò nel 2017 e che ora è stata abbandonata nella logica dell’inefficace accordo raggiunto sulla revisione delle regole di Dublino ma anche nel tentativo del governo francese di competere con le pulsioni populiste della destra e dell’estrema destra.

Questa diversa narrazione appare infine nella dimensione ambientale dove l’impegno per la transizione ecologica era stato molto determinato nel 2017 e che appare ora diluito nella logica della «flessibilità» e della ricerca di un equilibrio con le esigenze industriali e della produzione. Suggeriamo di leggere il discorso della Sorbona accanto al programma adottato dal partito dei liberali europei – con la tiepida adesione del movimento di Macron – per verificare convergenze e divergenze anche nella prospettiva degli equilibri politici che si dovranno consolidare nel prossimo Parlamento europeo in vista delle nomine europee.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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