Veti consuetiIl convegno dell’Anm archivia la riforma della giustizia, mentre in troppi fanno finta di nulla

L’assetto giuridico costituzionale non si tocca, il sindacato dei giudici detta la linea su una delle leggi più attese. Qualche imbarazzo nel governo del premierato, poche idee ma confuse a casa Schlein e sovraeccitazione da tintinnio di manette per Giuseppe Conte

Povero Massimo D’Alema, la sua Bicamerale proponeva il premierato e la separazione se non proprio delle carriere dei magistrati almeno delle funzioni: quella era la “Bicamerale del ricatto”, secondo la definizione di Gherardo Colombo, l’intellettuale del pool Mani Pulite che con quelle tre parole la silurò. Ora siamo qui, un quarto di secolo dopo, ad assistere all’ennesimo colpo al cuore di una riforma della giustizia che pure è la bandiera di uno dei tre partiti di governo, cioè Forza Italia.

I fatti parlano chiaro. Quando Giorgia Meloni ha accelerato sul premierato, provocando l’appello alla Resistenza di Elly Schlein che probabilmente non conosce il testo della Bicamerale scritto dal diessino Cesare Salvi, e poi anche sull’autonomia differenziata per tenere buono Matteo Salvini, giustamente Forza Italia ha dato per scontato che anche il terzo piatto del menù di governo – la separazione delle carriere – fosse in dirittura d’arrivo. Ingenui! Per una curiosa coincidenza, la procura di Genova ha arrestato Giovanni Toti, già ex delfino di Silvio Berlusconi e da sempre legato alla politica di Forza Italia.

Improvvisamente – stiamo sempre ai fatti – la separazione delle carriere è diventata  un’araba fenice, nessuno ha mosso un dito per farla avanzare in Parlamento, anzi: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che passerà alla storia come un novello Fabio Massimo il Temporeggiatore, si è presentato per trentacinque minuti al congresso dell’Anm, il sinedrio antiriformista per antonomasia, giusto il tempo per tranquillizzare la platea facendo capire che la questione è rimandata a chissà quando.

Non dovrebbe avere torto chi ha visto nella penosa fuga di Nordio la volontà di Meloni di non aprire uno scontro con i magistrati, gente che negli anni ha fatto cadere Bicamerali, governi, ministri, parlamentari, presidenti. A un mese da un voto che forse comincia a impensierirla (i sondaggi sono così così), la presidente del Consiglio non ha certo voglia di imbarcarsi in una guerra di religione – perché qualunque ipotesi di riforma della giustizia diventa tale – tendenzialmente con nessun potere forte, e la cosa ha un suo senso. Antonio Tajani ha capito l’antifona e lascia correre. L’unico a mantenersi coerente è Guido Crosetto, rigorosamente a titolo personale.

Il congresso dell’Anm di Palermo è stato il trionfo dello status quo. Il presidente Giuseppe Santalucia ha alzato un muro contro interventi riformatori non di facciata: «Non abbiamo da trattare, ma da parlare alla politica e alla società intera per dire che questa Costituzione ha ancora molto da dire, non va toccata almeno per quanto riguarda la giurisdizione». Un approccio più da Fiom che da Anm, che non è titolata a ”trattare”, ma solo a rispettare le leggi.

In questo clima controriformista si è posizionata comodamente Elly Schlein, anche lei intervenuta all’assise del sindacato delle toghe per dire mai e poi mai alla separazione delle carriere (di separare le funzioni, come dicevano i Ds più di vent’anni fa quando immaginavano due distinti Csm, nemmeno l’ombra). E ovviamente il leader del manettarismo politico, Giuseppe Conte che, subito imitato dal tetragono senatore Roberto Scarpinato, ha paragonato il progetto del governo al programma della P2. Solo Matteo Renzi e l’azionista Enrico Costa ormai perorano la causa di una riforma seria della giustizia. Un po’ poco, no?

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