Il disegnoL’area liberaldemocratica è forte, ma soffre di insufficienza strategica

Renzi-Bonino e Calenda si contendono i voti e rischiano di farsi male a vicenda. In ogni caso, dopo le Europee, i leader dovranno dare un senso a questa storia

Unplash Magherita

Per l’area liberaldemocratica le elezioni Europee rappresentano un passaggio decisivo. Per mesi su Linkiesta abbiamo raccontato le peripezie che hanno portato alla formazione di due liste non molto dissimili, Stati Uniti d’Europa e Azione-Siamo europei, cioè la lista Bonino-Renzi e quella di Carlo Calenda. Entrambe lottano per superare lo sbarramento del quattro per cento, probabilmente togliendosi i voti tra di loro. Non dovessero farcela la vicenda passerebbe alla storia come il più clamoroso caso di tafazzismo politico del nostro paese.

Ma ammettiamo che tutt’e due le liste ce la facciano. A Bruxelles sarebbero nel gruppo di Emmanuel Macron, Renew europe, possibile ago della bilancia per i futuri equilibri europei nella prospettiva di portare Mario Draghi alla presidenza della Commissione o più verosimilmente del Consiglio europeo.

Ma in Italia? Avremmo un’area quasi del dieci per cento, al livello (se non più forte) della Lega e di Forza Italia, nemmeno lontanissima da Giuseppe Conte, specie se il Movimento 5 stelle dovesse scendere al quindici per cento o più giù.

Che farne? Come dislocare questa forza nello scontro politico? L’impressione al momento è che i leader non stiano guardando al di là del proprio naso. Si avverte un insufficiente respiro della loro iniziativa, effetto di una rimozione della questione politica di fondo: si può essere contro il governo Meloni rifiutando al tempo stesso un rapporto critico, ma solidale con il Partito democratico? Insomma, si potrà stare, negli anni che precedono le elezioni politiche, “né di qua né di là”, stante il fatto che il sistema non tornerà, piaccia o no, proporzionale?

Deve essere questa insufficienza strategica a star dietro alla affannosa ricerca di un uomo politico di livello come Francesco Rutelli che, come ha scritto Tommaso Labate sul Corriere della Sera, è stato anche contattato da Matteo Renzi per una candidatura alle Europee ottenendone un garbato no. «Rifacciamo la Margherita» in effetti è una frase che Renzi pronuncia spesso, proprio quella Margherita di cui Rutelli era il leader.

La nostalgia d’altronde è comprensibile: sotto l’egida di Romano Prodi, la Margherita era diretta da Rutelli, Arturo Parisi, Franco Marini, Paolo Gentiloni, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Rosy Bindi, Giulio Santagata, Lamberto Dini e altri personaggi notevoli. Quel partito ebbe la funzione di aggregare i liberaldemocratici e la sinistra cattolica per portare i primi e la seconda all’incontro con i post-comunisti dando vita a un partito nuovo.

Oggi i problemi sono altri. Per esempio, bisognerebbe ricostruire un’area cattolico-democratica che è politicamente sparita. Il mondo è cambiato: servirebbero idee nuove. Comunque è vero che adesso che il Partito democratico si è spostato a sinistra (ieri l’ultima perla con Cecilia Strada che ha ritirato fuori la patrimoniale), lo spazio per una forza politica autonoma riformista, garantista, liberale e atlantista ci sarebbe: Elly Schlein sta regalando queste istanze a chi le saprà prendere.

Servirebbe però un disegno alto, non di piccolo cabotaggio, di minoritaria testimonianza, di mero tornaconto personale e tantomeno l’aspetto di una rissa tra capi. Ma è questo il disegno di Matteo Renzi, Emma Bonino e Carlo Calenda? Ora sono tutti a caccia di voti, e buona fortuna. Ma quello che pare ineludibile è che dopo le Europee, comunque vadano le cose, i dirigenti di quest’area facciano un esame serio della situazione e provino a dare un senso a questa storia perché così questa storia, nel lungo periodo, un senso rischia di non averlo.

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