Cul de sacL’ambiguità di Meloni in Europa e il vicolo cieco della sua campagna elettorale

La presidente del Consiglio promette di destabilizzare l’attuale maggioranza europea composta da socialisti, liberali e popolari, ma il 10 giugno dovrà fare i conti con la realtà. E fare di tutto pur di non isolare l’Italia nei tavoli che contano a Bruxelles

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Non c’è bisogno di essere patrioti per capire che ci sono interessi nazionali da difendere che vanno oltre lo schieramento politico cui si appartiene. Giorgia Meloni vuole mettersi a capo dello schieramento di destra per destabilizzare il vecchio asse che finora ha guidato l’Europa, socialisti, liberali e popolari cioè la cosiddetta maggioranza Ursula. Significherebbe isolare Emmanuel Macron, Olaf Scholz e buona parte del Partito popolare europeo, compreso il premier polacco Donald Tusk, ma anche tutti quei Paesi baltici e orientali confinanti con la Russia che hanno una posizione frontale contro il Cremlino. Dare le carte a Bruxelles e a Strasburgo, a braccetto di Marine Le Pen e Matteo Salvini, è ovviamente pura velleità. Peggio, è non considerare gli effetti del vicolo cieco in cui il governo di Roma si andrebbe a cacciare. 

Siamo in campagna elettorale e si spera che l’operazione centrodestra al vertice europeo sia soltanto un escamotage per tenere unita la colazione in Italia e prendere molti voti. Quando sarà chiaro quali saranno i rapporti di forza e che spezzare le reni agli avversari non sarà possibile, politicamente e numericamente, la presidente del Consiglio italiana dovrà abbassare l’asticella delle pretese. E cambiare strada. Dovrà decidere se far parte da sola al gruppo di testa oppure rimanerne ai margini. Oggi può permettersi di giocare, di dire cose fuori dal mondo della realtà, ma dopo le chiacchiere saranno veramente a zero perché ci sono, appunto, gli interessi dell’Italia in ballo. 

Non si potrà continuare a dire che non possono essere neutralizzate le postazioni militari russe che, dal proprio territorio, continuano a martellare le città ucraine per avanzare verso Kharkiv. Non potrà fare finta di non sapere che mettersi di traverso, insieme alla compagnia della destra estrema europea, significherebbe essere nudi di fronte alle regole del nuovo Patto di stabilità. Non sarebbe possibile scrivere la legge di bilancio per il 2025 con le poche risorse che abbiamo e riconfermare le misure economiche che valgono solo per il 2024 senza entrare in sintonia con chi determinerà la formazione della Commissione europea. Meloni pensa di avere un commissario europeo con un portafoglio pesante se entrerà in rotta di collisione con Parigi, Berlino, Madrid e Varsavia? Crede veramente di trascinare il Ppe in una deriva di destra in compagnia di Rassemblement national

Avere cacciato dal gruppo di Identità e Democrazia i neonazisti di Alternative für Deutschland non basterà a Le Pen e Salvini per essere considerati potenziali alleati. Non basterà nemmeno arruolare Viktor Orbán che pone veti vitali per un’Europa nel tornante più cruciale della sua storia. Non sarà sufficiente dire che siamo dalla parte dell’Ucraina, tenendo Zelensky con le mani legate dietro la schiena mentre a pochi chilometri del confine russo partono i missili che si abbattono sulle case e sulle strutture civili.

L’ambiguità elettorale durerà fino alla sera del 9 giugno. Poi Meloni dovrà essere lineare, costruttiva, dialogante con gli interlocutori che, suo malgrado, si troverà di fronte al Consiglio europeo. Macron e Scholz sono stati chiari nell’incontro di ieri. Altrettanto chiaro è stato il premier spagnolo Sánchez sulle alleanze. Chiarezza sul fatto che le armi non sono né offensive né difensive per cui il limite di non utilizzarle per chi ti attacca è un concetto che con Vladimir Putin è acqua fresca. Altrettanta chiarezza è necessaria quando dovremo fare i conti con le compatibilità economiche del nostro bilancio rispetto al nuovo Patto di stabilità. Lo stesso sostegno al Piano Mattei per fermare l’immigrazione passa per i buoni rapporti con gli interlocutori che contano nelle Cancellerie europee. 

Ecco, se von der Leyen non ci sarà più alla presidenza della Commissione Ue, perché gli incastri politici e di potere saranno altri, Meloni dovrà comunque farsene una ragione. E soprattutto dovrà interloquire con chi ne prenderà il posto. I Popolari, che di potere se ne intendono, saranno disposti a sacrificare Ursula (come fecero la scorsa volta con Manfred Weber) per firmare un nuovo patto europeo. Sempre con i socialisti e i liberali.

Non si può scherzare con il fuoco. Meloni è bene che cominci a pensare a come uscire dal cul de sac in cui si è cacciata in questa campagna elettorale e a come far inghiottire il rospo a Salvini. Chieda consiglio ad Antonio Tajani, che è informato di cosa gira nella testa dei suoi amici Popolari. Oppure si prepari a uno splendido isolamento. Il piccolo problema è che in questo caso a essere isolata sarà l’Italia e gli italiani, a proposito di patriottismo e difesa degli interessi nazionali.

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