I picchiatelli, e noiL’involuzione bipopulista della politica e la responsabilità dei liberal democratici

Una campagna elettorale di bassissima qualità ci conduce a un’elezione cruciale per il futuro dell’Europa. Da sinistra e da destra arrivano messaggi contraddittori, quando non indecenti, e purtroppo anche i pochi adulti nella stanza si presentano divisi

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Questa campagna elettorale è servita, se non altro, a farci capire la qualità del messaggio sullo stato dell’Europa e del mondo occidentale che trasmettono la destra e la sinistra. Una qualità da Paese sudamericano, e non dei più avanzati.

Sul versante sinistro, il Partito democratico ha congegnato le sue liste con un miscuglio di idee contrapposte, decidendo di affidare la capolistura nel Nord Ovest a una candidata, Cecilia Strada, che rifiuta a priori ogni forma di deterrenza militare. Dice pace e chiede resa, favorendo, in perfetta buona fede (che è, in politica almeno, una aggravante) la volontà di potenza di un dittatore che trae dalla cultura zarista e dalla pratica stalinista i suoi fondamenti ideologici (e in parte teocratici, con il sostegno del Patriarca Kirill).

Nel collegio del Centro il Partito democratico ha poi inserito fra i capilista Marco Tarquinio, che si è spinto fino a reclamare l’uscita dalla Nato in chiave antiamericana e antioccidentale, trovando persino consensi nel partito. Per finire, la stessa segretaria Elly Schlein ha annunciato che chiederà all’intera Unione europea il riconoscimento dello Stato palestinese, rilanciando lo slogan oggi surreale “due popoli, due Stati” per, dice, porre fine alla guerra fra Hamas (l’aggressore palestinese) e Israele (uno Stato democratico che, qualunque giudizio si possa dare dell’attuale governo, vive da sempre sotto la minaccia di annientamento da parte dell’Iran e dei suoi sgherri, i palestinesi di Hamas, gli Houti e gli Hezbollah). La soluzione realistica, che noi rilanceremo, si trova nell’antico e sempre attuale proponimento di Marco Pannella: due popoli, due Stati democratici. Formare un nuovo Stato canaglia sarebbe per l’Europa un atto di masochismo.

Peggio ancora fanno i Cinquestelle di Giuseppe Conte, da sempre legati non solo al fascismo russo di Vladimir Putin ma anche alla Cina comunista, per non parlare del movimento sorto dal nulla intorno a Michele Santoro e composto da un gruppo di agit prop che quotidianamente rilanciano le più abiette fake news inoltrate dalla propaganda del Cremlino.

A destra si sono finalmente chiariti alcuni equivoci. Con sorpresa, forse, dei liberali conservatori che ci promettevano da mesi la sua evoluzione liberale (senza sottrarsi, nell’attesa, a candidature e prebende di vario genere), Giorgia Meloni si è riavvicinata a Marine Le Pen e Viktor Orbán, completando un progetto di unificazione politica dell’estrema destra post o proto fascista europea, e ha fatto propri tutti gli slogan della Lega putiniana di Matteo Salvini e Roberto Vannacci.

Anche la maschera atlantica e filo-Ucraina è parzialmente caduta, con la complicità di Forza Italia. Sia il ministro della difesa Guido Crosetto sia il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, che è anche il segretario di Forza Italia, si sono impadroniti di una interpretazione dell’art.11 della Costituzione che finora era stata patrimonio del Pci nel dopoguerra (contro l’adesione alla Nato) e in seguito dai suoi eredi di ultrasinistra, fino all’attuale presidente rifondarolo dell’Anpi. Secondo questa tesi l’Ucraina non potrebbe usare le nostre armi per colpire le basi militari russe che a pochi chilometri di distanza dal confine lanciano i droni e missili che colpiscono alla cieca la città di Kharkiv e altri obiettivi. Dicono che non lo si può consentire perché «la Costituzione ripudia la guerra». Questa lettura, che è sempre stata strumentale all’antiamericanismo e antioccidentalismo, è diventata oggi il tabù di una destra in corsa verso la “democrazia illiberale” non soltanto in Italia ma anche in Europa, in attesa di Donald Trump.

Di fronte a questa inquietante involuzione della destra-sinistra italiana le forze liberal-democratiche hanno una responsabilità immensa sia nel contesto nazionale che in quello europeo. È per questo che appare sconsolante che ancora una volta Carlo Calenda abbia deciso di far prevalere sulla necessità politica i suoi umori e smanie di protagonismo, rifiutando di unirsi nella lista Stati Uniti d’Europa con gli altri soggetti liberali, radicali e riformisti, mettendo a rischio centinaia di migliaia di voti e un certo numero di seggi. Seggi che potranno essere decisivi per fronteggiare l’avanzata dell’estrema destra e impedire la frantumazione dell’Unione europea e il suo confluire nella democrazia illiberale (alias fascista) di Putin e Orbán.

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