Contengo moltitudini Le punture per dimagrire e i ravioli di faraona in crema di pecorino

Dice South Park che in America ai ricchi danno l’Ozempic e ai poveri la body positivity. In Italia, ai mutuati l’Ozempic e ai turisti farmaceutici il Saxenda

AP/Lapresse

Mentre leggerete questo articolo io sarò su un treno a cercare di tenere sotto controllo la glicemia. Non potevi cercare di tenerla sotto controllo a casa, diranno i miei piccoli lettori? No, perché il medicinale per mezzo del quale si compie questo tentativo è in una farmacia a duecento chilometri da dove mi trovavo ieri notte. Ma, prima di venire a questo simpatico diario di viaggio, facciamo un riassunto delle leggende precedenti.

L’Ozempic è il medicinale più chiacchierato e su cui si hanno meno informazioni di questi ultimi anni. Ogni tanto i giornali capiscono che un farmaco è diventato di moda e si buttano a raccontarlo; ma quando era successo negli anni Novanta, col Prozac, le informazioni che circolavano erano molto meno contraddittorie e infondate di quanto avvenga ora. Dipende da Google, naturalmente.

Il grande equivoco popolare di Google è che si possa usare non sapendo le cose: se cerchi una cosa di cui non capisci niente, continuerai a non capirne niente. A non saper selezionare le informazioni, a non saperle mettere in collegamento, a essere la parrucchiera in quella storiella di Hans Magnus Enzesberger: il monaco cistercense aveva trecento informazioni che formavano un sistema culturale, la parrucchiera di Hannover sa tremila nomi di shampi e di cantanti e di personaggi di soap opera ma non sa che farsene.

Il grande equivoco professionale di Google, presso i trentenni ignoranti quanto i loro bisnonni ma assai più velleitari, è che esso possa sostituire ciò che più li terrorizza: fare una telefonata. Non dico andare a parlare con qualcuno guardandolo in faccia (sebbene alla generazione giornalismo-via-Google piacciano molto frasifattismi quali «consumare le suole delle scarpe»), ma anche solo chiedere a uno che non conosci un’informazione sul suo settore. E invece: Google.

Il risultato è che in Italia negli ultimi due anni si sono lette imbarazzanti cialtronate sull’Ozempic dovute al fatto che gli articoli sono il risultato del reperimento su Google di quelli americani. Un paese che ha un diverso sistema sanitario, una diversa agenzia per il farmaco, una diversa durata dei brevetti, un diverso tutto. Persino i grassi sono diversi: loro hanno Oprah, noi gli unici grassi famosi che abbiamo mai avuto son cantanti lirici ai quali ogni stranezza estetica è concessa.

Loro hanno Oprah e anche Lizzo, popstar che non mi verrebbe mai in mente se nei giorni scorsi non fosse arrivata su Paramount una strepitosa puntata di “South Park” intitolata “The end of obesity”. Sinossi minima: le mamme vogliono tutte farsi l’Ozempic, sono disposte a tutto per andare in giro esponendo pance improvvisamente piatte, e quindi a tutto per iniettarselo; a rapinarlo, a produrlo: a tutto.

Ovviamente, essendo americani, il problema è che l’assicurazione te lo rimborsa solo se sei diabetico. Da cui, la battuta con cui vorrei far stampare delle magliette: ai ricchi l’Ozempic, ai poveri la body positivity. Cosa c’entra Lizzo, direte. C’entra perché nel cartone animato ai poveri danno l’Ozempic dei poveri, il Lizzo, che ti fa venire una forma di diabete per cui (scusate, non è una bella immagine, ma sapete che la satira è brutta sporca e cattiva, no?) caghi dalle orecchie, e una volta che sei diabetico l’assicurazione ti passerà l’Ozempic e tutto è bene quel che finisce magro.

Lizzo – di cui nessuno conosce una canzone ma tutti conoscono la grassezza e la scambiano per empowerment, per forte personalità, per piglio scenico, per scelta – ha capito che solo una cretina fa l’offesa con uno dei marchi di satira con più solidità autorale del mondo, e ha detto che era molto onorata di essere comparsa in “South Park”.

Nel frattempo Oprah ha fatto un’altra serata sui medicinali per dimagrire, questa volta su YouTube in collaborazione con Weight Watchers (la prima l’aveva fatta a marzo su Abc). Weight Watchers è l’azienda che si è inventata quella che nel Novecento chiamavamo «dieta punti» (una proteica, come tutte le diete che funzionano). Oprah è stata fino a un quarto d’ora fa nel consiglio d’amministrazione. Adesso conduce tre ore di diretta in cui l’amministratrice delegata si scusa con una tizia che di mestiere fa l’influencer per la body positivity (qualunque cosa significhi), tizia che non si sente accolta e celebrata dal fatto che ci sia gente che fattura facendoti dimagrire.

La mia tesi è che la body positivity dipenda dalla difficoltà a distinguere tra satira e modelli comportamentali, specie quando protagonista della narrazione è una donna. Che sia “La fiera delle vanità” o “Sex and the city”, i più scemi e le più sceme di noi guardano una donna e non vedono mai «guarda cosa cazzo rischi di diventare se non ti dai una regolata», ma sempre «guarda che carina, le vorrai certamente somigliare». Andò così anche con “Il diario di Bridget Jones”: il principe azzurro della nevrotica era quello che le diceva «mi piaci così come sei», e nessuna più volle cercare di migliorarsi, e una nuova demenza era nata, e la chiamammo body positivity.

Non è vero, ovviamente: chiunque vuole ancora tantissimo migliorarsi, ma non è fotogenico darne mostra, e infatti l’uso dell’Ozempic viene un po’ rivendicato con eroismo da celebrità che invitano noialtri mortali a non vergognarci (e perché dovremmo?), un po’ negato come neanche mettersi due dita in gola. Un giornalista inglese, Johann Hari, ha scritto in “Magic pill”, un libro pubblicato un mese fa, che Jay Rayner aveva iniziato a farsi l’Ozempic ma poi era incompatibile col suo lavoro (Rayner è il critico gastronomico dell’Observer).

Rayner ha detto ma quando mai, ma come ti permetti, Hari si è scusato e ha detto d’averlo confuso con un’altra giornalista, e io mi sono chiesta se fossero questi i nuovi inciampi delle buone maniere: una volta rovinavi la reputazione a qualcuno dandogli del busone, adesso che la busoneria è assai à la page gli guasti l’immagine dicendo che, non fosse per le punture, sarebbe ancora più grasso.

Il dettaglio interessante è che Hari nel libro dice di capire che Rayner non voglia levarsi il gusto per il cibo, lui che mangia roba buonissima, mentre Hari mangia nevroticamente schifezze. È interessante perché in tutte queste cronache di grassezza e di dieta non c’è mai nessuno cui, banalmente, piaccia mangiare.

Ricordo la delusione quando lessi “Fat is a feminist issue”, un libro del 1978 il cui titolo è una splendida promessa non mantenuta: erano tutte storie di donne traumatizzate che mangiavano per consolarsi. Persino Roxane Gay, la più scarsa intellettuale mia coeva, racconta che è ingrassata dopo che l’avevano stuprata, è ingrassata per fare del suo corpo traumatizzato una fortezza. Nessuna, mai, trova questi ravioli di faraona in crema di pecorino così deliziosi che ne mangia mezzo chilo e mette su peso, col solo trauma di dover cambiare taglia di pantaloni.

E quasi nessuno ha il mio problema. Che non è l’Ozempic, giacché in Italia l’Ozempic è approvato solo per i diabetici. Il mio endocrinologo mi dice da un anno «vedrà che adesso lo approvano anche per i grassi» perché è un ottimista: cosa vuoi che approvino, che in Italia è vendibile solo con la mutua, se metti in carico al servizio sanitario nazionale tutti noi cui piace mangiare lo mandi in bancarotta persino prima di quando è comunque destino accada.

L’endocrinologo ci spera perché l’Ozempic, dicono tutti i professionisti del settore, funziona sull’obesità assai meglio del Saxenda (il suo sostituto a pagamento per noialtri tutti trippa e niente diabete). Ancora meglio, pare, funziona il Wegowy, che ha lo stesso principio attivo dell’Ozempic (il semaglutide) ma in un dosaggio specifico per ciccioni; in Italia se dici «Wegowy» i farmacisti ti chiedono se tu stia cercando di ordinare il pranzo e t’informano che il ristorante cinese è la porta a fianco.

E allora perché un medicinale che funziona per i grassi non viene in Italia approvato per i grassi ma solo per i diabetici? E io che ne so, ma comunque non farebbe differenza: l’Ozempic non si trova da ben prima che a me fosse prescritto di ripiego il Saxenda (liraglutide: col nome d’una valuta fuori corso, figuriamoci), ormai un anno fa. Non è cambiato nulla in un anno? Oh sì che è cambiato qualcosa, e non in meglio.

Il giornalismo di Google ha messo su un paio di trasmissioni televisive stigmatizzando le signore smaniose di perdere qualche chilo che secondo loro fanno incetta di Ozempic (scivolosissimo il confine tra giornalismo investigativo e “South Park”), sottraendolo ai diabetici bisognosi, e cosa credete sia successo? Che il giorno dopo le signore smaniose hanno fatto ciò che non avevano fatto i giornalisti di Google: sono andate dal medico.

Quello avrà spiegato loro che col cazzo, in Italia ci vuole la diagnosi di diabete e il piano terapeutico, tu non ce l’hai, al massimo posso darti il Saxenda che funziona peggio e costa un botto. Indovinate cos’è successo a quel punto? Che tutte compravano il Saxenda, diventato introvabile, e io ho iniziato a dover prendere dei treni per procurarmelo. Nessuna farmacia sa quando arriverà, e quando ti dicono che da qualche parte c’è ti dai al turismo farmaceutico. Intanto, il giornalismo di Google scrive articoli in cui dice che no, «al momento non ci sono problemi di carenza in Italia». No, infatti, è che mi diverto ad accumulare punti sulla Cartafreccia, è che mi piacciono i tramezzini di Cracco (il mio problema: lo so che non vi ho ancora dettagliato quale sia, divago un altro po’ e ci arrivo).

Tra le molte cose che è impossibile capire, la ragione per cui non si riesca a superare lo stallo della sottoproduzione di Ozempic (e a questo punto anche di Saxenda). Se chiedi agli addetti ai lavori, ottieni ogni genere di risposte (poi per forza i giovani si buttano su Google).

L’azienda – Novo Nordisk, danese – non ha abbastanza stabilimenti per produrlo (andiamo bene, le hanno appena approvato il brevetto d’una rivoluzionaria insulina settimanale, ora le fabbriche le dedicherà tutte a quella); non ci sono le materie prime a causa del Covid (quando la facciamo scadere, questa scusa ormai marcia d’una pandemia di quattr’anni fa?); vedrai che, adesso che scade il brevetto, lo trovi ovunque (con la riduzione europea dei brevetti farmaceutici da dieci anni a sette e mezzo, quello del 2015 del Saxenda dovrebbe essere già carta straccia: dov’è il mio generico?!).

In tutto ciò io sono lieta di accumulare punti sulla Cartafreccia col pendolarismo da Saxenda, e che la mia glicemia resti sotto controllo, ma faccio presente che ho un problema che non ha quasi nessun altro. Tranne Tracy Morgan, comico americano minore che ho sentito fratello quando ha dichiarato che lui facendosi l’Ozempic è ingrassato venti chili: «Sono il fuoriclasse del mangiare, il Magic Johnson di questo campionato: ho battuto l’Ozempic 20 chili a zero». Io non sono ingrassata, dilettante rispetto a Morgan; ma, in un anno di Saxenda, avrò mangiato come una interessata a dimagrire per un totale di quindici giorni, massimo un mese.

Mentre leggete questo articolo starò andando a procurarmi le preziosissime punture per dimagrire mangiando tramezzini di Cracco. Se quella frase sul contraddirsi e contenere moltitudini non fosse ormai consunta, sarebbe il momento di usarla.

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