Antifa, ma non troppo Le opposizioni contro Meloni non sostengono l’Ucraina e l’Europa contro Putin

La sinistra che scende in piazza contro le riforme del governo farebbe un completo dietrofront sugli aiuti a Kyjiv, se fosse al governo. Facendosi sfuggire di mano l’unica vera battaglia antifascista del nostro tempo

Valentina Stefanelli/LaPresse

La manifestazione che quest’oggi le opposizioni al governo Meloni terranno a Roma, in piazza Santi Apostoli, ha un’intonazione dichiaratamente antifascista. La denuncia è che a dare concretezza al disegno di manomissione degli equilibri costituzionali e dell’unità e coesione nazionale sono le leggi sul premierato elettivo e sull’autonomia differenziata, che premiano le richieste delle due destre della coalizione di governo, Fratelli d’Italia e Lega.

Allargando lo sguardo dalle critiche a questi due progetti governativi alla sostanza del pericolo fascista che incombe sull’Italia e sull’Europa, sarebbe utile che quanti oggi lanceranno in quella piazza l’allarme sul pericolo autoritario riflettessero anche su un altro problema, eluso proprio perché irrisolto. Quello rappresentato dall’assenza di qualunque linea unitaria e unitariamente democratica delle opposizioni italiane sulla guerra russa all’Ucraina, e sulla strategia necessaria per contrastare l’attacco di Vladimir Putin alla libertà e sovranità europea.

Su questo punto la maggioranza ha una posizione contrassegnata da un’evidente doppiezza, al momento contenuta da un allineamento formale alla strategia euro-atlantica. A Lucerna l’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato teoricamente impeccabile: «Caro Volodymyr, puoi continuare a contare su di noi, per tutto il tempo necessario. Continueremo a compiere ogni possibile sforzo per far proseguire l’impegno di tutti i partner internazionali». Ma la sua enfasi ha assai poca corrispondenza con ciò che l’Italia concretamente ha garantito al governo di Kyjiv: dall’inizio del conflitto, un miliardo di aiuti militari bilaterali e circa settecento milioni di aiuti finanziari e umanitari, pari allo 0,09 per cento del Pil, uno dei contributi più bassi tra i paesi dell’Ue.

Questa enfasi si giustifica ancora meno davanti a quello che il Governo ha annunciato che (non) farà, continuando a porre limiti all’utilizzo delle armi fornite sul solo territorio ucraino e bloccando il piano Nato per investimenti straordinari di quaranta miliardi di euro, 3,5 dei quali sarebbero a carico dell’Italia.

Oggi in Ucraina la presidente italiana è ancora popolare ed è considerata affidabile per la sua posizione chiara, almeno a parole, di sostegno all’Ucraina. Ma gli ucraini si stanno già ponendo delle domande: come mai, da un lato, gli italiani ci sostengono, ma dall’altro ci vietano di usare le armi fornite per colpire obiettivi strategici in Russia? Kyjiv non presta o finge di non prestare troppa attenzione al fatto che dal 2023, dopo Mario Draghi, l’assistenza militare del governo Meloni è significativamente diminuita in qualità e quantità. Ma Roma ha anche ignorato l’iniziativa delle autorità ceche per reperire sui mercati internazionali proiettili di artiglieria per l’esercito ucraino, che stanno arrivando al fronte proprio in questi giorni, ma di cui l’Italia non ha contribuito a finanziare l’acquisto.

Di fronte alla doppiezza della destra, le contraddizioni dell’opposizione di sinistra sono ancora più paralizzanti e rendono la sua linea sull’Ucraina politicamente inconsistente e oggettivamente collimante con gli auspici di Putin. Se i partiti che si riuniscono oggi a piazza Santi Apostoli rappresentassero la maggioranza parlamentare, l’Italia dopo la fine del governo Draghi non avrebbe mandato più alcun aiuto militare all’Ucraina ovvero, per farlo, avrebbe dovuto ricorrere ai voti delle opposizioni parlamentari, sopperendo così ai voti contrari delle forze dichiaratamente pacifiste (Avs, M5S, una minoranza del Partito democratico). L’Italia sarebbe diventata, come l’Ungheria, una pedina di Putin.

Non ci vuole troppa fantasia, bastano i fatti, per vedere la relazione tra l’aggressione militare all’Ucraina e l’infiltrazione politica delle democrazie europee da parte del Cremlino, di cui a beneficare sono state in Italia, in Francia, in Germania e praticamente ovunque in Europa proprio le forze politiche più pesantemente indiziate di simpatie neofasciste e neonaziste. È lo stesso disegno imperialistico quello che porta a bombardare le città ucraine con armi letali e i cervelli europei con verità alternative propalate dagli agenti volontari e prezzolati del Cremlino. Medesimo è anche l’obiettivo: l’allargamento dell’area di influenza della Russia attraverso l’asservimento, diretto e indiretto, delle istituzioni dei Paesi liberi.

La guerra ibrida fatta di propaganda, corruzione e credito ideologico di modelli politici autocratici si sta affermando in Europa per le stesse ragioni che oggi impediscono il pieno incondizionato e sostegno alla causa ucraina come prima trincea di difesa della libertà europea. Come può una sinistra che voglia dirsi antifascista non sostenere la vera guerra di resistenza antifascista che si sta combattendo in Europa? Come possono le forze di sinistra dichiararsi antifasciste e non chiedere che Putin e i suoi scherani siano chiamati a rispondere dei settantamila crimini di guerra registrati nei due anni di aggressione su larga scala dell’Ucraina?

Recentemente, al Bundestag di Berlino, Volodymyr Zelensky ha dichiarato: «I colpevoli della guerra devono essere chiamati a rispondere. Devono rispondere giustamente di ogni crimine di questa guerra. Solo una giusta responsabilità può dare la possibilità storica di guarire dell’aggressione». C’è un programma più antifascista di questo?

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