La scelta di UrsulaSe vuole rimanere presidente, Von der Leyen deve mollare Ecr e trattare coi socialisti

Al Parlamento europeo ogni maggioranza possibile ruota attorno al gruppo Socialisti&Democratici, vero ago della bilancia, e ai liberali di Renew. Ostinarsi a non riconoscerlo difficilmente creerà nuove alleanze

LaPresse

Un manifesto del Partito socialista italiano del 1979, semplice ma efficace, recava scritto su di esso, in diverse lingue europee, «se parli socialista, in Europa ti capiranno». Una frase certo figlia del contesto di quegli anni, ma che con le dovute differenze può essere adatta per descrivere anche l’attuale situazione a Bruxelles. Il voto europeo ha dimostrato che la tanto paventata ondata nera non c’è stata, nonostante i guadagni dell’estrema destra in Francia e Germania. I popolari sono ancora il primo gruppo parlamentare al Parlamento europeo, con centonovanta seggi, e i socialisti sono ancora il secondo, con centotrentasei: per raggiungere la maggioranza di trecentosessantuno seggi, i popolari non possono fare a meno dei voti socialisti.

Lunedì, la riunione che avrebbe dovuto sancire l’accordo per i nomi ai vertici delle istituzioni europee, è fallito. Lo schema avrebbe dovuto essere il seguente: Ursula von der Leyen (Ppe) riconfermata alla Commissione, così come Roberta Metsola (sempre Ppe) alla presidenza del Parlamento; Antonio Costa, socialista, alla guida del Consiglio Europeo, e Kaja Kallas, liberale di Renew Europe, come Alta Rappresentante dell’Unione.

L’accordo sembrerebbe saltato per due ragioni: da una parte, la resistenza di Giorgia Meloni, che vorrebbe più peso per il suo gruppo, i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) dopo la crescita del suo partito; dall’altra, il tentativo dei popolari di prendersi la presidenza del Consiglio europeo a legislatura in corso, sottraendolo ai socialisti (la carica dura due anni e mezzo, ma per prassi viene sempre rinnovata per un secondo mandato, facendola coincidere con i cinque anni di legislatura, anche per equilibri tra forze politiche).

Se vuole davvero un secondo mandato, von der Leyen deve scegliere: o proteggere l’accordo con i socialisti, o accontentare Meloni ed Ecr. Difficilmente potrà riuscirà a fare entrambe le cose. E se è vero che spetta al Consiglio, su maggioranza qualificata, proporre un nome per la presidenza della Commissione, è altrettanto vero che al Parlamento spetta non solo eleggerlo, ma anche lavorare con quella Commissione per i cinque anni successivi. Quanto conviene, a von der Leyen, tirare la corda con i socialisti?

È significativo che, negli scorsi giorni, Macron e Scholz abbiano rilasciato dichiarazione che fanno pensare come questi vogliano arrivare a un accordo in Consiglio tramite una maggioranza qualificata, lasciando così al palo Meloni e l’Italia, per poi far pesare i voti dei loro gruppi in Parlamento.

Del resto, i numeri sono dalla loro parte, e von der Leyen dovrebbe tenerne conto. La necessità di formare un’alleanza in Parlamento potrebbe suggerirle, in vista delle prossime negoziazioni del 27 giugno, di ottenere l’accordo sul suo nome in Consiglio (ad esempio trattando sulle nomine dei Commissari) senza indispettire i socialisti sul resto delle negoziazioni. Anche perché, qualora le trattative si arenassero, non è peregrino pensare che posto o tardi verrebbe messo in discussione il nome stesso di von der Leyen, ormai molto identificata come colei che vuole dialogare con la destra. In fin dei conti, per i popolari sono necessari i voti socialisti: che questi arrivino sul nome di von der Leyen o su un altro, è secondario.

Certo, un’alleanza tra popolari e socialisti avrebbe comunque bisogno dei liberali, e anche così la maggioranza sarebbe di quarantacinque seggi, troppi pochi per essere tranquilli su voti decisivi: anche per questo, a destra sono in corso movimenti e riposizionamenti, che von der Leyen guarda con interesse. Ma è davvero realistica una coalizione che metta insieme socialisti, liberali ed estrema destra? A ben vedere, è più facile coinvolgere i Verdi (cinquantadue seggi).

Piuttosto che continuare a guardare a destra, dunque, per von der Leyen (e per i popolari in generale) è urgente prendere atto che ogni maggioranza possibile ruota attorno al gruppo Socialisti&Democratici, vero ago della bilancia, e ai liberali di Renew. Ostinarsi a non riconoscerlo difficilmente creerà nuove maggioranze: più probabilmente, determinerà negativamente il futuro di von der Leyen, che potrebbe non ottenere un secondo mandato.

Tanto per von der Leyen quanto per i popolari nel complesso, dunque, può essere utile raccogliere il consiglio di quel vecchio manifesto del Psi: iniziare a parlare (almeno un po’) socialista, così che in Europa la capiscano meglio e lei abbia più concrete speranze di ottenere la rielezione.

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