Self-disdainCome il body positivity ha finito per mercificare il nostro corpo

Nel suo saggio “Selfie. Come il capitalismo controlla i nostri corpi”, la giornalista e scrittrice Jennifer Padjemi mostra come negli ultimi anni la trendizzazione di movimenti per la liberazione dei corpi come il body positivity abbia contribuito a perpetuare un sistema di controllo che fa del benessere e del miglioramento di sé ossessioni costanti

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«La nostra società si basa sulla nostra desiderabilità fisica. I nostri corpi non sono altro che strumenti capitalisti assoggettati al mito della produttività. E più sei esteticamente conforme ai canoni sociali più sei produttivo; nel senso che hai maggiore accesso alle relazioni, al lavoro e via così», sostiene la giornalista e scrittrice Jennifer Padjemi, autrice del saggio “Selfie: come il capitalismo controlla i nostri corpi”, pubblicato nel marzo 2023 da Editions Points in Francia, ma non ancora pubblicato in Italia. Prima di pubblicare “Selfie”, a dicembre 2019 l’autrice e giornalista aveva creato un podcast, “Miroir Miroir”, dove dava spazio ad attivisti e artisti per parlare di estetica, standard imposti dai media e rappresentazioni sociali del corpo. “Bellezza colonizzata”, “Il mito della parigina” o “Il trucco, un affare di classe” tra i titoli degli episodi proposti. 

Nonostante i movimenti per la liberazione dei corpi, la lotta contro la grassofobia e il movimento body positive, Padjemi sostiene che le donne siano ancora soggette a una serie di ingiunzioni e meccanismi di controllo, sottoposte alla pressione esercitata dalla società e dall’industria della bellezza e del benessere. Anzi, se questa pressione si limitava prima della pandemia solamente all’estetica, ora si estende e contagia molteplici aspetti della vita delle donne. «Negli anni Duemila la pressione sociale si esercitava principalmente sull’estetica, mentre oggi agisce a livello sociale. O, meglio, passa prima per l’estetica ma non si ferma qui. Si promuove la capacità di cambiare la nostra vita modificando l’aspetto del nostro corpo. Le microtendenze su TikTok, i consigli di bellezza sui social, le aziende di cosmetica e l’intera industria del benessere insistono sul mito della produttività, del self-care, di un costante miglioramento di sé stessi che agisce inizialmente sull’estetica ma si estende poi alla vita, professionale, personale e sociale», sostiene l’autrice. 

Quando parliamo di corpi, abbiamo la sensazione di qualcosa di puramente estetico o legato al massimo alla dimensione della salute, del benessere fisico o mentale. Ma il corpo può anche essere uno strumento utilizzato per promuovere interessi di mercato che vanno al di là dell’individuo. Il corpo è un indicatore sociale, etnico e di genere, come sostiene Padjemi. Rappresenta una quota di mercato che i marchi stanno piano piano conquistando. «L’aspetto fisico è uno strumento che ci permette di salire i gradini della piramide della desiderabilità. I diversi modi in cui possiamo cambiarlo o migliorarlo, utilizzando prodotti, trucco o interventi chirurgici, ci collocano su una scala di mercificazione. E la responsabilità di cambiarlo o migliorarlo sta all’individuo, colpevolizzato qualora non dovesse riuscire a fare ciò, assoggettato a un sistema economico che propone costantemente nuovi prodotti per migliorarsi, controllarsi e prendersi cura di sé», aggiunge Padjemi. 

Secondo l’autrice, questa mercificazione del corpo ha preso piede in particolare dopo la pandemia del 2020. «Dopo la pandemia, mi sono accorta che non era più sufficiente parlare di canoni estetici. Il corpo non era più solamente uno strumento asservito agli standard estetici imposti dalla società, andava al di là. Nel febbraio 2020, in Francia si è assistito al boom di TikTok. E da lì il concetto di microtendenze. Dai consigli di bellezza all’esercizio fisico e alle ricette di cucina, il veloce ricambio dei trend ha iniziato a influenzare la nostra identità, passando prima per la nostra estetica. E tutto è diventato un modo per migliorarci di continuo. Come se non fossimo mai abbastanza bravi, o belli, o produttivi, o “trendy”», aggiunge Padjemi spiegando il cambiamento avvenuto con la pandemia, quando l’accesso ai social media si è intensificato e sempre più persone hanno iniziato a modellare il proprio stile di vita su tendenze popolari in rete, viste come la chiave per raggiungere non solo una determinata estetica ma un benessere mentale, fisico e relazionale preso a modello, conforme a una sempre più desiderata iper-produttività.

«Quando parliamo di capitalismo, parliamo di produttività, del costante desiderio di migliorare le nostre capacità. Quando diciamo che il corpo è uno strumento capitalista, intendiamo la volontà che sia il più esteticamente appagante, ma anche efficiente possibile. E da qui la chirurgia, le scarpe da ginnastica che migliorano la postura, il trucco anti-età e le creme anti-menopausa. O ancora i sieri anti-brufoli, i prodotti per i capelli anti-crespo e i libri self-help, prodotti che non vanno demonizzati di per sé ma che portano a un eccessivo controllo di sé, a un individualismo spacciato per cura che capitalizza sulle angosce di una generazione che del body positive ne ha fatto un trend», spiega Padjemi. «Se qualcosa non ti piace del tuo aspetto estetico, non solo non ti piace, ma non ti fa neanche bene. Nel senso che non ti aiuta a trovare lavoro, a trovare l’amore, a trovare un appartamento e via così. Il passo sembra enorme ma è breve, e il collegamento più naturale di quanto sembri. Se prima era solo estetico, oggi è sociale. È un processo globale che parte dall’estetica e porta poi a voler diventare il miglior individuo possibile in ambito sociale, relazionale, lavorativo, sportivo, mentale e così all’infinito. Non si finisce mai, ed è qui che rimaniamo intrappolati. È qui che si capitalizza. Volendosi migliorare all’infinito si è spinti a consumare», aggiunge l’autrice, evidenziando le tossicità di una positività estremizzata che soffoca ogni disagio. 

Secondo Padjemi, il movimento body positive ha diffuso dei trend che inizialmente hanno incoraggiato corpi fuori dalla norma a esporsi, ma questa portata rivoluzionara si è sempre più standardizzata, appiattendosi. «Penso che il movimento body positive abbia davvero aiutato molte persone. Non si può negarlo. Ma c’è stato un problema quando ha iniziato a diventare “trendy”. A poco a poco, questa immagine, che era piuttosto sorprendente, esplicita e di rottura con ciò che eravamo abituati a vedere, è diventata canonizzata. Cinque o sei anni fa, quando è esploso il movimento body positive, vedevamo donne nere, con la carnagione abbastanza scura, persone grasse», aggiunge Padjemi. «Oggi vediamo post con donne, che sicuramente non portano la taglia 36, ​​ma che non sono né grasse né discriminate per questo. Il target del movimento si è stretto. Siamo passati da un discorso contro la grassofobia a un discorso contro le insicurezze. Tutti hanno delle insicurezze, ma non tutti sono discriminati per questo. Ed è qui la differenza. Da necessità politica intersezionale il body positive è diventato trend. E chi ne aveva davvero bisogno ne è stato escluso», conclude l’autrice.

Padjemi sostiene che il movimento del body positive, che in seguito alla sua «trendizzazione» viene chiamato dall’autrice un «arnaque», una sorta di truffa, mantenga le persone che vi aderiscono in un sistema ordinato in cui vengono colpevolizzate se non riescono ad amare continuamente i propri corpi, generando ansie e il bisogno sempre più diffuso di prodotti che diano l’impressione, o forse anche solo l’illusione, di starsene prendendo cura nella miglior maniera possibile. «Sono sempre di più gli account yoga e di meditazione mirati allo sviluppo personale sui social. Quella che portano avanti però è un’estremizzazione della positività, una positività tossica che crea un divario con la vita reale. Non siamo mai del tutto naturali, non sappiamo più veramente chi siamo e cosa proviamo. E alla fine ci ritroviamo in un episodio di Black Mirror», aggiunge ridendo. «Da liberatorio è diventato una trappola, e noi non sappiamo più come uscirne».

 

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