Bonjour tristesseI tre possibili scenari politici dopo il ballottaggio in Francia

L’unica certezza è che Ensemble, l’alleanza che sostiene Emmanuel Macron, non potrà fare maggioranza né con i socialisti né con i neogollisti. E il meccanismo delle desistenze per indebolire Le Pen rischia di saltare a causa delle posizioni antisemite del partito estremista di Jean-Luc Mélenchon

Jean-Luc Mélenchon (AP/ LaPresse)

La borsa di Parigi ha votato: nessun crollo, nessun indice al ribasso. Il mercato è pronto ai nuovi scenari della convulsa politica francese. Tre sono le ipotesi possibili dopo il voto di domenica prossima. Primo scenario: il partito di Marine Le Pen manca ma non di molto la maggioranza assoluta e allora Jordan Bardella forma un possibile governo di coalizione con i neogollisti di Les Républicains e qualche parlamentare sciolto di destra. Scenario dato per molto probabile sia da molti analisti che da un Eliseo in confusione più che mai. Marine Le Pen, prudentissima, ha comunque chiarito che non farà parte del governo. Non si sporcherà le mani sino alle elezioni presidenziali. Secondo scenario possibile: il Rassemblement National di Jordan Bardella, che è in testa in duecentonovantasette circoscrizioni su cinquecentocinquantacinque e ha già eletto trentotto deputati al primo turno, ottiene la maggioranza assoluta superiore a duecentottantanove seggi e forma il governo. Infine, poco probabile, non è possibile formare nessuna maggioranza e allora in Francia sarà il caos.

L’unica certezza è che Ensemble, l’alleanza che sostiene Emmanuel Macron, non potrà fare maggioranza né con i socialisti né con i neogollisti né, per paradosso, con i due sommati: perché ha più che dimezzato i propri seggi ed è marginalizzata. Non solo, ribolle di spiriti acidi e cupi proprio nei confronti del presidente. Socialisti e neogollisti non alleati con Marine Le Pen, peraltro, non sono messi meglio. Altra certezza è che funziona solo parzialmente il Blocco Democratico per arginare la destra, attraverso la desistenza, invocata sia da Emmanuel Macron sia da Jean-Luc Mélenchon. Su trecentosei circoscrizioni verrà infatti attuato solo in duecentodiciotto, in larga parte da una sinistra che vi ha comunque voti molto bassi e il problema è che gli ottantotto collegi in cui non sarà attuato possono risultare decisivi.

Di fatto, la «desistenza democratica e il Fronte Democratico argine alla destra» sono stati innanzitutto rifiutati dagli stessi alleati stretti di Emmanuel Macron. Da Éduard Philippe, ex premier e alleato di Ensemble, che aveva cinquantuno deputati su duecentocinquanta col suo movimento Horizons, che ha compreso che l’intero progetto centrista di Emmanuel Macron è fallito, che cerca di salvare il salvabile e che è stato netto: «Nessun voto al Rassemblement National, nessun voto alla France Insoumise». Stessa la posizione di François Bayrou, altro alleato di Emmanuel Macron che ha col suo movimento MoDem cinquantuno parlamentari uscenti. Nel corso di una burrascosa riunione all’Eliseo, si è inoltre espresso negli stessi termini e ormai apertamente contro Macron, non da solo, anche il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, baricentro del governo, a significare uno sfarinamento dell’intero quartier generale del presidente registrato tristemente dai corrispondenti dall’Eliseo del Monde del Figaro.

Ma il dato politicamente e numericamente più rilevante è che questa desistenza «per salvare la democrazia» è rifiutata dai neogollisti di Les Républicains che pure hanno detto di no al loro segretario Éric Ciotti che voleva allearsi con Marine Le Pen e che ora i sondaggi accreditano di più di una sessantina di seggi.

Questo accade non per settarismo verso la sinistra ma soprattutto perché – fatto non sufficientemente spiegato dai media in Italia il partito più consistente del Front Populaire e quindi il più presente nei collegi al voto, La France Insoumise, si caratterizza per un antisemitismo addirittura rivoltante. Non a caso, la sera del voto, Mélenchon ha voluto accanto a sé in televisione la sua eurodeputata Rima Hassan che esibiva una vistosa kefiah palestinese e che a suo tempo ha risposto «Certo!», alla domanda: «Hamas sta portando avanti una posizione legittima?». Poi ha aggiunto, circa il massacro del 7 ottobre: «Il bambino nel forno? È vero. Ma l’ha fatto Israele! La donna incinta sventrata? È vero, ma l’ha fatto Israele!». Non basta, Sophia Chikirou, deputata, compagna di Mélenchon e ascoltatissima sua consigliera ha dichiarato: «Israele è uno Stato nato da una colonizzazione, dall’apartheid e da un genocidio, è uno Stato barbaro e selvaggio». Dunque, Israele sarebbe illegittimo e un sanguinario genocida  sin dal 1948.

Ma a sinistra non c’è solo un antisemitismo becero. Tutti i parlamentari di Mélenchon hanno votato sempre contro l’invio di aiuti e armi all’Ucraina, contro il suo ingresso nella Ue e contro l’ingresso della Finlandia e della Svezia nella Nato. Il suo partito ha un programma economico tale che se applicato farebbe saltare tutti i vincoli europei e provocherebbe una Frexit di fatto. Lo stesso Sandro Gozi, eurodeputato di Macron ammette: «Alcuni deputati di Mélenchon filo Putin o antisemiti sono per noi invotabili, ma sono pochi casi».

Quindi, al di là delle desistenze e delle posizioni dei vertici dei partiti, è ben difficile che un elettore, sia esso di centro-destra, di centro o di centro riformista, tra un candidato estremista di sinistra della France Insoumise e uno del Rassemblement National, voti serenamente per il primo. È invece molto probabile che si astenga. Le Monde sintetizza il clima mesto con una vignetta in prima pagina in cui si vede sotto il titolo «Fare diga al Rassemblement National» e appunto una grande e rigonfia diga strapiena di crepe e sull’orlo di crollare davanti a un classico elettore col basco che grida «Aie» prima di essere travolto dai flutti. Il titolo a tutta pagina è: «Macron perde il controllo del suo campo».

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