Il ritmo è il battito della narrazione, la pulsazione, quella cosa che ci tiene o meno attaccati alle pagine. Nell’immagine il ritmo si comporta nello stesso modo. Scattare una fotografia segue un ritmo solitamente scandito da tempi di successione ben precisi. Il primo step riguarda la formazione visiva, l’essenziale è osservare in continuazione, far passare dentro di sé il maggior numero di storie visive possibili. Lo scatto viene dopo.

Seconda cosa necessaria è osservare con scrupolo tutto quello che succede, gli eventi, le persone. E qui arriva la “pausa” che scandisce il ritmo, serve per fissare la realtà nella mente nel modo più fedele possibile. Ed ecco che arriva il clic. Nella fotografia il sound è dato da una successione di momenti che potremmo sintetizzare così: prima, pausa, dopo e clic. Il ritmo può essere percepito sia dall’orecchio come alternanza di suoni e di pause, suoni intensi o meno intensi; oppure dall’occhio come alternanza di momenti di luce e momenti di ombra. Durante tutti questi passaggi non dimentichiamoci che esiste anche il silenzio.
Come diceva la fotografa documentaria Dorothea Lange: “Anche se c’è forse un campo in cui la fotografia non può dirci nulla di più di ciò che vediamo con i nostri occhi, ce n’è un altro in cui ci dimostra quanto poco i nostri occhi ci consentano di vedere”. Forse è questo che ha voluto indagare Federica Iannuzzi con il suo progetto Lunario dei Giorni di Quiete. Un manifesto fotografico iniziato quando nel 2020 si è trasferita in Sicilia.

La scansione del ritmo e il susseguirsi dei suoi scatti nascono da una continua e costante ricerca inquieta della realtà e del sé. Il ciclo di questa ricerca crea «un racconto frammentario in cui tutto può succedere», dice la fotografa. L’autenticità e l’emozione nel vivere e guardare questi scatti scaturisce proprio dalla possibilità del tutto. Una metrica jazz, piena di ritmo incontrollabile e improvviso. L’osservatore, davanti al progetto di Federica, non può che immergersi nel singolo scatto per vivere una vita alternativa e trasversale, oppure semplicemente per godersi un trasporto empatico ed emotivo nel riconoscere i sui vissuti
e sentimenti.

Del resto quando una fotografia riesce a evocare il sentimento non fa che chiudere in armonia il ciclo per cui è nata. L’occhio di Federica a tratti ricorda quello di un grande maestro di storia della fotografia, Araki. Nello stesso modo riesce a cogliere i volti e gli oggetti fortemente pregni di significato simbolico, in un ambiente che parla da solo.

Nel progetto dell’artista brianzola a un certo punto possiamo notare una vera e propria rottura del ritmo. Lo spazio vuoto, l’intervallo, la piccola stonatura, un graffio creano quell’imprevedibilità che spezza la monotonia tipica della ripetizione. Il tutto viene condito da una grande sensibilità che dona alle immagini singolarità e potenza. Federica crea una relazione improvvisa, emotiva e unica con chi la osserva. Per descriverla riporto qui un’altra famosa citazione, ma questa volta di Diane Arbus: “Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”.