Radicarsi nell’altroveLa Terra ammirata dal Bar Luna di Alice Rohrwacher

Non è una mostra canonica, ma un particolare percorso espositivo che si articola in una cucina, in un bar e, infine, nell’aldilà (con delle amache). Un viaggio onirico di andata e ritorno che ci siamo fatti raccontare direttamente dalla regista

Ph. Lorenzo Burlando

Nel dedalo magico del Cinema Modernissimo appena restaurato, Alice Rohrwacher ci porta dentro il suo immaginario ancestrale e onirico spostando il Bar Luna da Riparbella al satellite che gli dà il nome. Dopo la presentazione al Centre Pompidou, la mostra immersiva arriva a Bologna per farci entrare nel mondo della regista italiana. Un progetto realizzato insieme a Muta Imago, duo di ricerca artistica e teatrale romano formato da Claudia Sorace e Riccardo Fazi, con la partecipazione del fiorista e paesaggista Thierry Boutemy. 

«Avevo il desiderio di creare qualcosa che non fosse un’esposizione nel senso canonico – racconta Rohrwacher –, quindi un luogo dove si va a guardare qualcosa, ma che fosse un luogo da cui guardare qualcosa. Un luogo innanzitutto abitabile e che ci desse una prospettiva su qualcosa». 

Perché il bar?
«Il bar perché è dove ci si riposa, dove ci si ferma e da cui si guardano la città e il mondo che va avanti intorno a noi. Questo per noi è speciale, perché è un bar immaginario sulla Luna. Sulla Luna si sa che mitologicamente, secondo l’Orlando Furioso, ci sono le cose perdute, quindi è un bar della memoria. Assomiglia molto a quello in cui, ne “La chimera”, si incontrano i tombaroli. Non posso dire l’anno preciso, ma sicuramente siamo nei primi anni Ottanta. I visitatori possono stare nel bar, e quindi guardare, giocare a carte, ascoltare delle persone che leggono dei brani da Corpo Celeste di Anna Maria Ortese, possono scrivere delle cartoline, mettere della musica con le cassette, lasciare un messaggio alla segreteria della cabina telefonica facendo il numero di telefono della casa di quando erano piccoli. Una cosa molto importante è che da un bar sulla Luna non si guarda il cielo, non si guarda verso l’alto, ma si guarda verso il basso, si guarda la Terra. È una prospettiva sulla Terra, sulla memoria della Terra e infatti alla fine del percorso, tra tutte le stelle che circondano il bar Luna, c’è un pianeta che ci appare più luminoso degli altri. Avvicinandoci scopriamo che è la Terra, e da questa Terra escono delle voci, che sono i messaggi lasciati nella segreteria telefonica che aggiorniamo ogni settimana».

Ph. Lorenzo Burlando

Il percorso si apre con la cucina, con la dispensa che hai portato da casa tua, l’emblema dell’ambiente domestico più conviviale e che più raccoglie le persone accanto a sé. Da lì ci conduci verso il bar, una dimensione molto simile che però sposta dall’intimità famigliare a quella pubblica, che si apre nel mondo.
«Abbiamo deciso che come ingresso di questa mostra ci doveva essere qualcosa di molto conviviale e quotidiano. Ogni volta che Claudia e Riccardo o Thierry mi sono venuti a trovare, tutte le decisioni importanti sono sempre state prese in cucina. La cucina è il luogo di casa mia dove fa più caldo, perché c’è la stufa a legna, e poi c’è il cibo. Io dico sempre che il cibo del corpo e il cibo della mente sono un po’ la stessa cosa, vanno sempre insieme. Abitando in campagna è chiaro che c’è sempre un gran daffare in cucina. Lì nascono sia le idee, sia ciò che mi nutre in generale. Quindi abbiamo deciso di portare nella mostra un pezzo della mia cucina: la stufa, la dispensa con tutte le conserve. In questa dispensa, poi, ci sono anche tutte le immagini che alimentano l’immaginario dei miei film, ci sono i volti dei personaggi, ci sono i provini, ci sono dalle cose più intime a quelle più pubbliche. Ci sono i quadri, dei lightbox in cui si possono vedere i paesaggi dei quattro film principali che ho fatto. Però è anche una cucina in cui i visitatori possono segnare sul muro la propria altezza, possono odorare i fiori secchi, possono sfogliare i bozzetti della scenografa Emita Frigato, possono guardare i bozzetti della costumista. Insomma, è un luogo dove i visitatori possono sentirsi un po’ a casa. Da questa quotidianità si accede alla meraviglia, quindi l’idea è che sempre il passaggio verso la meraviglia venga dal quotidiano».

Una cosa che fa parte della narrazione sia de “La chimera”, sia di Bar Luna, è il mito di Orfeo e di Euridice. Una catabasi, una discesa agli inferi per ritrovare l’amore, che mitologicamente è un’impresa fallimentare per Orfeo, ma che dimostra che alla fine il sentimento è più forte è irresistibile. Qui viene raccontata però dal punto di vista di chi deve essere salvato, non di chi salva. Come mai questo slittamento?
«Il mito di Orfeo ed Euridice è molto importante per “La chimera”. Anche se nel film è rivelato solo dalla musica, abbiamo comunque deciso di girare il racconto di Euridice. Euridice si interroga su perché Orfeo si sia girato e su ciò che ci lega al mondo. Lui la va a cercare perché lei è il suo legame con il mondo, perché amare è riuscire a mettere le radici fuori da sé, a radicarsi nell’altro, nell’altrove. Scomparendo Euridice, scompaiono anche le radici di Orfeo, che a quel punto è pronto a cercarle anche nell’aldilà. Quindi, innanzitutto, l’amore è come una grande possibilità di incontrare l’altro, di essere fuori da sé, di uscire da sé, e perciò mi sembrava bello poterlo far raccontare da Euridice. Abbiamo capito che era un racconto che poteva far parte di questo viaggio, perché in qualche modo è un viaggio di andata e ritorno».

Courtesy of Cineteca di Bologna

Il bar e la cucina sono i luoghi delle parole nella vita quotidiana, dove avvengono gli scambi tra le persone. Dopo questi due luoghi di scambio si accede, invece, da una parte al cinema, quindi a un luogo sempre di scambio ma più silenzioso, in cui si assiste al racconto di Euridice, e poi alla sala dell’aldilà – che mi ha molto colpita, perché l’esperienza di un aldilà non l’avrei mai pensata in questo modo, come un momento di rilassamento e di abbandono.
«Sì, abbiamo creato questa sala dell’aldilà, una sala in cui ritorna il lavoro sul tema di ciò che ci lega al mondo e degli oggetti perduti. Tra tutti i materiali a disposizione c’erano dei dischi di suoni che, in qualche modo, erano dei suoni perduti dei miei film. Ne è stato fatto un montaggio che, un po’ sulla base dei rituali sciamanici, racconta senza voci, soltanto con la traccia sonora, il viaggio di Orfeo in prima persona. È come se Orfeo nel suo cammino per ritrovare Euridice avesse avuto un registratore. Perciò distendendosi su delle amache, sospesi tra alto e basso, con una luce soffusa, mettendo le cuffie si ha la possibilità di fare questo percorso, che dura venti minuti, questo viaggio di andata e ritorno dalla Terra».

Ph. Lorenzo Burlando

In tutta la mostra aleggia, mi sembra, questa dicotomia tra l’esserci e l’osservare, il vivere l’esperienza e l’osservare l’esperienza dall’esterno. Come se le storie ci appartenessero, ma non fino in fondo.
«Non è che una cosa nuova, però è molto simile a quello che scrive Michelangelo nei suoi appunti: si aiuta una storia a venire a galla, ad emergere dalla pietra, a nascere, ma in qualche modo è già lì, non ci appartiene». 

La segreteria della cabina telefonica fa ai visitatori due domande: “Cosa ti lega al mondo?” e “cosa hai perso per sempre?” Chiede di riflettere su quello che si ha e, per antitesi, su quello che non c’è più. Se le stesse domande fossero fatte a te, quali sarebbero le tue risposte?
«Io sono qui per fare domande, non per dare risposte. Però da spettatrice l’ho fatto, quindi da qualche parte ci sono anche le mie risposte. Ma non devono emergere, non credo che siano più importanti o meno importanti di altre. Sono in mezzo alla folla».

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