Con il lento e inesorabile scomparire dei testimoni diretti, giornalisti, storici, comunicatori, non fanno che domandarsi se il 25 aprile, Festa della Liberazione nazionale dal nazifascismo, sia ancora un appuntamento del calendario civile sentito dagli italiani, oppure se non si tratti di un giorno ormai scivolato tra le festività “inaspettate”, di cui si perdono le motivazioni della colorazione in rosso rispetto ai giorni feriali.
Sicuramente il 25 aprile non è una data accessoria nel calendario della nostra comunità nazionale se dal 1946 è una delle poche ricorrenze civili mantenute vive nel tempo, soprattutto grazie anche a una costante, per quanto non uniforme, attenzione istituzionale. La data simboleggia per il nostro Paese il termine di un’insurrezione corale durata circa venti mesi (dall’8 settembre del 1943 al maggio del 1945). Essa è, infatti, il giorno della rivolta finale contro i regimi oppressori nazista e fascista e fa riferimento all’appello diramato dal CLNAI per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell’Alta Italia.
A partire da quell’appello, i principali centri settentrionali insorsero, contribuendo in maniera significativa alla Liberazione definitiva del Nord dopo la lunga e complessa azione portata avanti nel Regno del Sud dagli Alleati, dall’esercito Cobelligerante e da varie forme di Resistenze. L’insurrezione è emblematicamente considerata l’atto costitutivo della nuova Italia rifondata dopo il fascismo, contenendo in sé la tensione morale e i valori espressi durante i lunghi anni di lotta per la Liberazione. Erano gli stessi negati nel corso di un ventennio di dittatura, quali le libertà personali, civili, politiche, su cui le forze cielleniste posero l’architrave e la garanzia della rinascente democrazia italiana.
Certamente il 25 aprile poneva fine nel nostro Paese ad una guerra civile, come giustamente si riconosce dagli anni Novanta, per merito degli studi di Claudio Pavone, che ha saputo inscrivere nella cornice della memoria pubblica la molteplicità di significati di cui erano portatori i protagonisti della Liberazione: la guerra “civile”, tra fascisti e antifascisti, quella dei combattenti per la liberazione “patriottica” dall’invasore tedesco e, infine, quella dei combattenti per una palingenesi sociale in ottica “rivoluzionaria”, soprattutto per il ruolo assunto dai gruppi partigiani socialisti e comunisti, ma anche da formazioni indipendenti come la Brigata Maiella.
Moralità diverse, quindi, che mettono in ogni caso l’accento sulla divisione statuale introdotta colpevolmente dello Stato fascista costituito da Mussolini dopo la sua rocambolesca fuga dalla prigionia sul Gran Sasso. In questo senso, la data del 25 aprile è davvero un momento fondativo della comunità nazionale, anche se talvolta si strumentalizza in un certo dibattito pubblico agitato dai revisionismi e dalle memorie divisive.
La Guerra di Liberazione italiana su cui si basa l’edificio repubblicano e costituzionale, del resto, non è solo questo. È anche parte del più ampio movimento di Liberazione europeo che ha termine l’8 maggio 1945, giorno della capitolazione della Germania hitleriana, sei giorni dopo che l’Armata Rossa aveva oltrepassato il precario fronte tedesco sul fiume Oder, quindi accerchiato e attaccato direttamente la capitale del Terzo Reich, disperatamente difesa da reparti raccogliticci della Wehrmacht, delle Waffen-SS (comprese unità di volontari stranieri), della Hitlerjugend e del Volkssturm.
Se solo si sposta l’ottica di osservazione passando da Roma-Milano a Berlino, ovvero se si adotta una dimensione coerentemente europea, nel cantiere della memoria collettiva si inscrivono più facilmente anche i contributi alla Liberazione dei militari italiani internati in Germania e sui vari fronti delle guerre fasciste (reduci dall’Africa, dall’Albania, dalla Grecia, dalla Russia e dalla Jugoslavia), nonché delle vittime della deportazione politica e razziale, a cui si dovrebbero aggiungere anche le vittime civili di stragi nazifasciste e persino quelle dei bombardamenti e degli stupri Alleati. Si coglierebbe così appieno il significato del Finis Belli ricordato nella Giornata della Vittoria celebrata in Europa, appunto l’8 maggio, quale momento simbolico che ci ha regalato la più lunga stagione di pace e di progresso mai conosciuta prima dall’Italia e dall’Europa.
Nella ricorrenza della Festa della Liberazione, perciò, non si può ignorare il particolare contributo dei prigionieri di guerra e degli internati militari Italiani che, pure con la loro scelta di rifiuto a collaborare con i nazi-fascisti, impressero il carattere della nuova Italia nella rinascente Europa. La vicenda degli imi, del resto, come la Resistenza, è la diretta conseguenza dello sbandamento dell’8 settembre 1943 che seguì alla gestione incompetente e indegna dei vertici politici e militari italiani che, fuggendo, lasciarono senza direttive migliaia di militari in balia dei tedeschi, ormai ex alleati.
Già il Presidente della Repubblica emerito Carlo Azeglio Ciampi, negli anni del suo mandato, aveva svolto un ruolo fondamentale nel promuovere un patriottismo repubblicano attraverso incisive politiche del ricordo che raccordassero la memoria nazionale lungo l’asse Risorgimento-Resistenza-Unione europea. Lo aveva fatto anche attraverso il recupero e il rilancio degli eccidi di Cefalonia e di Corfù, divenuti grazie a lui un momento imprescindibile della memoria pubblica di “continuità della Patria” dopo l’8 settembre.
Quei militari, infatti, decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria, tenendo fede al giuramento che li legava ai valori nazionali e risorgimentali. E la sorte della Divisione Acqui deve immediatamente ricordarci anche la feroce minaccia che incombeva su tutti gli italiani che si fossero ostinati a resistere al Reich hitleriano.
Il 25 aprile 2018, visitando il sacrario della formazione partigiana Brigata Maiella, anche il presidente Sergio Mattarella ha voluto associare il ricordo della Resistenza alla tragedia dei militari italiani internati nei campi di prigionia nazisti. Così facendo, il Presidente ha amplificato definitivamente la memoria istituzionale, collegando il concetto di Resistenza in armi a quella senz’armi. Egli sottolinea la necessità di includere nel significato del 25 aprile – o dell’8 maggio, volendo abbracciare l’ottica europea – la scelta di quanti preferirono la terribile prigionia al collaborazionismo, prendendo a loro modo pure parte alla battaglia ideologica contro la prepotenza del fascismo e del nazionalsocialismo ai danni dei regimi liberal-democratici.
Nella tristezza del momento, per la gravità delle sofferenze e delle limitazioni subite a causa del coronavirus, possiamo apprezzare ancora una volta il valore della riconquista della libertà nel percorso indicatoci, in questo ormai lungo periodo postbellico, dalla riflessione storiografica più autorevole e dalle massime istituzioni dello Stato. Le feste nazionali sono ancora valide e sentite, infatti, nella misura in cui testimoniano un patrimonio di valori ideali da tramandare alle giovani generazioni, su cui fondare il senso di appartenenza e l’unità del Paese nella più ampia compagine europea.
Perciò, grazie per sempre partigiani combattenti per la libertà, internati resistenti senz’armi, reduci dalla prigionia e grazie anche ai resilienti umanitari delle popolazioni civili, nonché ai coraggiosi giovani militari alleati delle forze di Liberazione. Anche nel loro ricordo siamo impegnati a costruire il futuro nel sogno di un’Europa unita, federata e democratica, tenendo lo sguardo fisso sulle date del 25 aprile e del’8 maggio quali emblemi delle nostre scelte per vivere da cittadini europei “Liberi” e in pace!
