Sherpa-craziaIl gattopardismo del Consiglio europeo e l’insurrezione costituente

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», diceva Tomasi di Lampedusa ne Il gattopardo, e la riunione del 27 giugno sembra confermare questa tendenza dell'Unione. Bisogna che il nuovo Parlamento abbia la volontà di vincere le resistenze immobiliste lanciando durante la legislatura una insurrezione costituente per far cambiare rotta all’Europa

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Se si leggono, con una attenzione degna di una causa migliore, gli atti del Consiglio europeo del 27 giugno, si è colpiti dalla distanza quasi siderale fra i temi che sono stati affrontati nelle «conclusioni», nel «rapporto della presidenza belga sul futuro dell’Europa» e nella «agenda strategica 2024-2029» e il tempo in fondo irrisorio che i capi di Stato e di governo hanno dedicato a questi temi che – presi sul serio e uno dopo l’altro  – avrebbero dovuto riguardare la vita delle cittadine e dei cittadini europei insieme a quelle dei nostri vicini per i prossimi cinque anni.

A nessuno è venuto in mente, qualche mese fa, di celebrare i (primi) cinquanta anni dalla proposta di Valéry Giscard d’Estaing nel febbraio 1974 di riunire regolarmente i capi di Stato e di governo in un «Consiglio europeo» divenuto una delle sette istituzioni dell’Unione europea con il Trattato di Lisbona, che si è riunito inizialmente due volte all’anno, poi quattro e infine con cadenza quasi bimestrale non considerando gli altri numerosi vertici europei e internazionali come occasioni di incontro per i leader europei.

Le «conclusioni» delle riunioni del Consiglio europeo sono normalmente scritte vari giorni prima dai «rappresentanti permanenti» e cioè dagli ambasciatori dei ventisette Paesi membri in più o meno stretta collaborazione con i loro ministri o meglio con i loro colleghi direttori generali nelle capitali con l’eccezione del periodo in cui il primo presidente eletto del Consiglio europeo – il poeta e politico belga Herman van Rompuy – intuì il significato della sostanziale contro-riforma confederale della creazione del Vertice istituzionalizzato e introdusse per cinque anni la «sherpa-crazia» e cioè un metodo di negoziato permanente fra il Presidente e gli sherpa dei capi di Stato e di governo scavalcando rappresentanti permanenti, direttori generali e ministri.

Con la partenza di Herman Van Rompuy è finita la sherpa-crazia ma è rimasta intatta la contro-riforma confederale rafforzata dall’egocentrismo di Charles Michel a cui è mancata la poesia di Van Rompuy sostituita da una mediocre arroganza molto ai limiti della violazione delle regole del Trattato.

Tornando alla «letteratura europea» del Consiglio europeo del 27 giugno, essa è caratterizzata in tutti e tre i testi, licenziati distrattamente e all’unanimità dai capi di Stato e di governo, dalla comune volontà gattopardesca dei leader con la tattica del rinvio permanente vuoi a successive riunioni al Vertice  – come il tema della difesa di cui si parlerà a giugno 2025 nella convinzione che il mondo può attendere che si concretizzi l’autonomia strategica europea – vuoi con perentorie disposizioni ai Consigli specializzati e alla Commissione europea.

In queste perentorie disposizioni alla Commissione europea il Consiglio europeo è evidentemente convinto – e la Commissione con lui – che il «collegio» è chiamato a promuovere «l’interesse generale dell’Unione» e a prendere «le iniziative appropriate a questo scopo» (art. 17 Tue) sapendo che è il Consiglio europeo che «dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali» (art. 15 Tue). Con buona pace di quelle pattuglie di europeisti convinti che da Lisbona in poi l’Unione abbia fatto passi sostanziali sulla via della federazione quando il cosiddetto «momento hamiltoniano» del NGEU, che i governi decisero di trasformare in un embrionale bancomat europeo, creò l’illusione che eravamo alla vigilia degli Stati Uniti d’Europa.

Tralasciando le «conclusioni», che fanno parte di una inutile e inconsistente letteratura diplomatica a cui nessuno dà credito (in molti anni di esperienza parlamentare non ci è mai capitato di sentire un membro del Parlamento europeo che, sventolando le conclusioni del Consiglio europeo come una clava davanti a un presidente di turno, gli abbia chiesto conto della mancata realizzazione di un impegno preso in un precedente Consiglio europeo, n.d.r.) attiriamo l’attenzione delle nostre lettrici e dei nostri lettori sul «rapporto della presidenza belga sul futuro dell’Europa» che  – facendo proprio un principio scritto nella «agenda strategica» – ci notifica che le riforme interne dell’Unione europea parallele all’allargamento dovranno essere fatte «salvaguardando l’equilibrio fra le istituzioni» e dunque a trattato costante non dedicando nemmeno una parola al corposo rapporto che sei e poi (dopo la fuga dell’Ecr) cinque relatori della Commissione affari costituzionali hanno fatto approvare il 22 novembre 2023 da una esigua maggioranza dell’assemblea nell’illusione che i governi si liberassero del loro gattopardismo.

Speriamo che ci sia nel nuovo Parlamento europeo una minoranza di innovatori con la volontà di scuotere la palude che paralizza tutti i gruppi e vincere le resistenze immobiliste lanciando durante la legislatura una insurrezione costituente per far cambiare rotta all’Europa.

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