Cambiare il mondo col buonsensoIl dovere del riformismo è fare le riforme, non governare a qualunque costo

Il termine nato nell’Inghilterra del primo Ottocento non può essere ridotto alla rassegnazione allo status quo, come hanno fatto i dem ultimamente. In Europa è stato a lungo la strada per la modernizzazione e per creare nuovi patti sociali. Oggi è l’unica soluzione alle grandi questioni globali, l’unico antidoto all’imperialismo cinese

Pixabay

Non conosco partiti che non si definiscano riformisti. Nessuno, infatti, a eccezione forse degli ultimi giapponesi rimasti tra gli aderenti al Movimento cinque stelle, ritiene che la via verso il potere possa passare da una tappa rivoluzionaria, poiché tale è il suo contrario.

Il termine riformismo ha un’origine storica ben precisa. Fu introdotto in Inghilterra, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, nel corso della campagna per l’allargamento del suffragio universale culminata nel Great reform bill del 1832.

La sua nascita, dunque, è legata alla storia della democrazia rappresentativa. Successivamente venne usato in contrapposizione al massimalismo rivoluzionario, per designare le politiche di welfare state delle socialdemocrazie europee.

La prospettiva di un’economia pianificata e di una società senza classi cede così il passo a una concezione secondo cui il capitalismo non va abbattuto, ma civilizzato attraverso correzioni graduali delle sue storture e delle sue disuguaglianze. In questo senso, uno dei padri della socialdemocrazia tedesca, Eduard Bernstein, diceva che «il movimento è tutto e il fine è nulla». E sarà proprio l’Spd nel 1959 a celebrare l’abiura definitiva del marxismo-leninismo nel celebre Congresso di Bad Godesberg.

Il Partito comunista italiano di Achille Occhetto ci sarebbe arrivato, più o meno in buona fede, trent’anni dopo con la svolta della Bolognina: «Andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (…) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e gli disse: voi avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni».

Una direzione di marcia poi approvata nel XX Congresso del partito a Rimini il 31 gennaio del 1991 in cui si stabilì tra mille polemiche di cambiare nome: il Pci di Amedeo Bordiga e di Antonio Gramsci era nato settant’anni prima a Livorno, dalla nota scissione dal Partito Socialista Italiano, riformista per antonomasia, senza abbandonare l’idea massimalista del cambiamento della società attraverso una rivoluzione popolare sul modello sovietico.

Evocando quello spettro, l’ex socialista Benito Mussolini avrebbe trovato sgombra, l’anno successivo, la strada verso Palazzo Chigi e cambiato drammaticamente il corso dell’Italia liberale, precipitandola nella dittatura. Il seguito è noto.

La mozione congressuale di Achille Occhetto, appoggiata, tra gli altri, da Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino, risultò vincente, ed il 3 febbraio nasceva il Partito Democratico della Sinistra; come emblema una quercia e, notevolmente ridotto, il vecchio simbolo del Pci della falce e martello posto simbolicamente alla base del tronco dell’albero, vicino alle radici.

L’8 febbraio venne eletto lo stesso Occhetto come primo segretario del Pds, con 376 voti di preferenza contro i 127 contrari. Primo presidente del partito fu Stefano Rodotà.

Nel vocabolario della sinistra italiana, il termine riformismo è tra i più inflazionati e polisemici. Ecco perché il suo significato non è più definito dai vecchi simboli e dalle vecchie appartenenze alla tradizione di quello che una volta si chiamava movimento operaio.

Tale identità, al contrario, va rielaborata e ricostruita facendo coraggiosamente i conti con le nuove sfide di un mondo nuovo, in cui tutto è rimesso in discussione: equilibri planetari, sovranità statali, blocchi sociali, forme di accumulazione, modi di formazione della coscienza individuale e collettiva. E ciò vale per le tre correnti fondamentali del riformismo domestico: quella socialista, in tutte le sue famiglie; quella laico-democratica, a cui di fatto è collegato il movimento ambientalista; quella cattolico-popolare.

Il Partito democratico, in fondo, è stato creato con questa ambizione. Richiamandosi a Norberto Bobbio, il suo primo segretario, Walter Veltroni, sosteneva che «la sinistra, se è conservatrice, non è sinistra. Se difende l’equilibrio dato, con il suo carico di ingiustizie e diritti negati, viene meno al suo compito. Che è, non si abbia paura, un compito rivoluzionario, nel senso che proprio la tradizione liberale e socialista ha affermato».

La rivoluzione a cui egli alludeva è la «rivoluzione liberale» di Gobetti, e quindi precisava: «Rivoluzione non violenta e interamente democratica di chi cerca consenso e governo per mutare radicalmente, nel segno delle opportunità sociali e della pienezza delle libertà, l’ordine di cose presente».

L’intenzione era commendevole, ma «l’amalgama è mal riuscito» secondo l’icastica profezia di Massimo D’Alema. E il Partito democratico nel tempo presente si presenta come un involucro informe dove coesistono confusamente tutte le cianfrusaglie retoriche di cui i suoi fondatori non si sono mai liberati mediante severi bilanci critici.

Una palese dimostrazione del caos politico-culturale in cui versa Largo del Nazareno è stata offerta dal passato dibattito sul referendum costituzionale. Non rileva qui esaminare le diverse posizioni allora in campo. Può essere utile, invece, sottolineare l’idea di riformismo che predicano in questa vicenda i sedicenti “veri riformisti”.

Un appellativo usato fino agli Settanta come ingiuria politica. Nel film del 2009 “Baaria” di Giuseppe Tornatore, l’accusa fa vergognare del proprio padre il giovanissimo Michele Torrenuova che i propri compagni tacciano di essere divenuto uno «sporco riformista». Alla domanda del figlio su quale sia il significato del termine, Peppino, il militante comunista figlio di un bracciante innamorato della politica e che pure ha avuto il privilegio di frequentare la scuola di Frattocchie e visitare il “paradiso dei lavoratori” tornandone deluso e depresso, risponde: «Riformista è chi non sbatte la testa contro un muro, perché sa che è la testa a rompersi e non il muro. Riformista è chi vuole cambiare il mondo col buonsenso». È il secolo breve, raccontato in due ore di narrazione poetica attraverso tre generazioni, con le indimenticabili emozioni suscitate dalle musiche di Ennio Morricone.

Pensando a quella babele delle lingue che oggi è il Partito democratico in cui è approdato da poco Enrico Letta innalzando senza timore da terra dove era finito lo stendardo sacrosanto dello ius soli, si tratta di condizioni a dir poco aleatorie. Ma, obiettano i veri riformisti, non bisogna avere paura di sporcarsi le mani. Perché il riformismo è questo: una combinazione di audacia tattica e realismo politico che deve caratterizzare una forza di governo.

Requisiti ignorati dal 2018 in poi con la sostanziale conferma di tutti i provvedimenti, anche quelli giudicati più disastrosi, del Conte uno e bino, una condotta che non sarà facile far dimenticare ai veri riformisti che si distinguono per le idee, la capacità di proposta, il costume dei gruppi dirigenti, e non perché considera i programmi alla stregua della promozione pubblicitaria di un prodotto, a cui non si chiede tanto di essere credibile, ma gradevole.

Ed ecco il punto: può una forza riformista vivere senza principi e senza una cultura politica che orienti le sue grandi scelte? Forse così può anche tirare a campare, sapendo però che la sua azione, come diventa propaganda vuota se non tiene conto della realtà effettuale, senza un progetto di cambiamento apre inevitabilmente le porte all’opportunismo più disinvolto: per cui si può scoprire, in base alle convenienze del momento, favorevole o contraria al bicameralismo perfetto, proporzionalista o maggioritaria, ecologista o industrialista, federalista o centralista, liberista o statalista.

Il dovere del riformismo – termine dalla consistenza semantica, peraltro, oggi assai incerta – è quello di fare le riforme, sociali, economiche e istituzionali, non di stare a Palazzo Chigi whatever it takes. Altrimenti esso indica un semplice recapito, un cognome che certifica l’albero genealogico: racconta da dove si viene, non dove si vuole andare.

Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, diventa l’espressione di un moderatismo spacciato per realpolitik, il significante mimetico di un significato di segno contrario: la rassegnazione allo stato di cose esistente, la rinuncia definitiva alla ricerca di un’alternativa all’alleanza con i Cinquestelle, che non saranno la «nuova casta» come li ha definiti Carlo Calenda, ma sulla cui affidabilità democratica, nonostante le contorsioni camaleontiche dell’ala governista del movimento e le pagliacciate del proprio leader “elevato” nessuno scommetterebbe un euro.

In Europa il riformismo è stato a lungo la strada per la modernizzazione, per nuovi patti sociali tra capitale e lavoro, per l’affermazione dei diritti civili, per il contrasto al terrorismo politico e fondamentalista, al punto da diventare il vero nemico per chi intendeva far indietreggiare la storia.

Le socialdemocrazie scandinave hanno tenuto a bada per decenni l’Unione sovietica rappresentando un baluardo e un’alternativa in termini di modelli sociali che a lungo abbiamo invidiato; la Francia di François Mitterrand ha contenuto gli appetiti della destra nazionalista e antisemita del Front National fondato nel 1972 da Jean-Marie Le Pen, e della gauche filosovietica di Georges Marchais e poi di quella antieuropeista guidata da Jean-Luc Mélenchon, l’Inghilterra della Thatcher ha creato i presupposti per la terza via del cattolico Tony Blair il cui diverso destino politico avrebbe scongiurato il successivo avvento dei conservatori, Brexit e quella ferita che a lungo resterà aperta in Europa.

Negli Stati Uniti le amministrazioni Kennedy, Clinton, Obama ed oggi Biden/Harris hanno frenato i lati peggiori della società americana, superando il maccartismo, arginando il segregazionismo, combattendo il terrorismo islamico e i resti di quel trumpismo che ha osato attaccare il tempio della democrazia americana non più tardi di tre mesi fa, anche se sembra sia passato un secolo da allora.

Paradossalmente, anche la Chiesa Cattolica ha dato il meglio di sé con il Concilio Vaticano II, la cospicua eredità riformista ricevuta e praticata dal travagliato Paolo VI che, con tutto il rispetto dovuto dal credente che confida nell’onniscienza dello Spirito Santo, si lasciò alle spalle le opacità di Pio XII e le sante ingenuità di Giovanni XXIII, ed a cui sarebbero seguite le grandi capacità di leadership universale di Giovanni Paolo II, il sofferto integralismo di Benedetto XVI suo mentore e il terzomondismo di Papa Francesco.

Pontificati che tanto hanno fatto e fanno discutere come, soprattutto nel primo e nel secondo caso, l’esplicita opposizione del teologo svizzero Hans Kung scomparso novantatreenne proprio il 6 aprile, quella umile e volutamente nascosta nel silenzio del Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme del cardinale Carlo Maria Martini e, nel terzo caso, la malcelata opposizione di numerosi vescovi statunitensi a molte delle posizioni, percepite come più rivoluzionarie che riformiste, del gesuita Papa Bergoglio.

Dura strada dunque quella del riformismo destinato ad avere numerosi nemici sia a destra sia a sinistra ma unica soluzione delle grandi questioni globali non più affrontabili con ideologie che hanno fatto il proprio tempo e milioni di vittime ed antidoto essenziale all’imperialismo cinese, oggi vera minaccia, multiforme e proteiforme, per il mondo libero il cui Partito Comunista, despota collettivo di un paese immenso, si appresta a celebrare il proprio centenario il primo luglio prossimo.

Il timore del pericolo cinese potrà svolgere la stessa funzione levatrice che, quale contrasto all’Unione sovietica, ebbe nella nascita dei fascismi durante il XX secolo. Un rischio simile si profila di nuovo all’orizzonte e solo l’affermazione di un concreto, robusto e consapevole riformismo potrà contrastarlo prima che, come un veleno letale, la paura si diffonda nelle vene del mondo libero che teme di non esserlo più negli anni a venire.

Indro Montanelli, assurto stavolta alla dignità di storico, ha voluto lasciarci, insieme a tanti altri, anche l’avvertimento che segue: «Cos’era la Repubblica di Weimar? Era l’impotenza del potere esecutivo, cioè del Governo. […] La Germania rimase nel disordine, nel caos, nella Babele dei partiti che non riuscivano a trovare mai delle maggioranze stabili, quindi dei governi efficaci. Ecco perché Hitler vinse, perché il nazismo vinse. I costituenti nostri partirono dal presupposto contrario, cioè dissero: “Cos’era il fascismo? Il fascismo era il premio dato a un potere esecutivo che governava senza i partiti, senza controlli eccetera. Quindi noi dobbiamo esautorare completamente il potere esecutivo, [negando] la possibilità di dare ai governi una stabilità, eccetera”. Per rifare che cosa? Weimar. Cioè, mentre i tedeschi partivano dalla negazione di Weimar, noi arrivavamo [a Weimar] senza dirlo. Nessuno lo disse, ma questo fu il risultato. […] Non fu possibile nemmeno introdurre quella solita linea di sbarramento che invece fu introdotta in Germania, per cui i partiti che non raggiungevano non ricordo se il 5 o il 3%, non avevano diritto a una rappresentanza. No, tutti i partiti dovevano esserci e tutti avevano un potere di ricatto sulle maggioranze, che erano per forza di cose di coalizione». (Dall’assemblea costituente alla vigilia delle elezioni del 1948, in Storia d’Italia, Rizzoli 1965-2000)

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta PaperIl nuovo numero quintuplo de Linkiesta Paper – ordinalo qui

In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper questa volta è composto di cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

Con un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro. Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

10 a copia