In nessun Paese normale il governo ha due linee opposte di politica estera. Solo in Italia. La rottura filoputiniana della Lega rispetto alla politica atlantista della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani e di quello della Difesa Guido Crosetto non ha precedenti (bisogna andare al 1947 con la spaccatura tra De Gasperi e il Pci: ma si tratta evidentemente di preistoria). È vero che nel 2007 il governo Prodi cadde sulle comunicazioni del ministro degli Esteri Massimo D’Alema – perché al Senato gli mancarono i voti dei rifondaroli Fernando Rossi e Franco Turigliatto e di quel Sergio De Gregorio che era stato adescato da Silvio Berlusconi – ma adesso il dissenso è addirittura del vicepresidente del Consiglio, altro che Turigliatto.
È un gigantesco problema politico che ormai sfiora il livello istituzionale, e forse il Quirinale dovrebbe preoccuparsi del fatto che il vice di Meloni, Matteo Salvini, sia diventato un fedelissimo di Viktor Orbán, il premier ungherese che va al vertice Nato e poi a riferire a Mar-a-Lago dopo essere passato da Vladimir Putin e Xi Jinping, un comportamento che si potrebbe definire quasi spionistico.
Al vertice Nato di Washington, Meloni ha tenuto una linea fermissima nel solco della politica atlantista: con chiarezza l’Italia è in sintonia con Joe Biden e con la linea dell’Alleanza volta innanzitutto a proseguire ogni sforzo «finché sarà necessario» (Biden) al fianco della Resistenza ucraina, mentre Jens Stoltenberg ha parlato del «più vasto piano di difesa dalla Guerra Fredda» e ha affermato, per quanto riguarda l’ingresso di Kyjiv nella Nato, che «il processo è irreversibile».
La guerra contro l’invasione russa entra dunque in una nuova fase: gli Stati Uniti hanno annunciato che i jet F-16 promessi sono già partiti dalla Danimarca e dai Paesi Bassi, ed entro l’estate saranno operativi sui cieli di Kyjiv per respingere gli attacchi della Russia. Il segretario di Stato Antony Blinken ha poi sottolineato che l’invio dei jet è un segnale a Putin. Il quale, insieme al leader cinese, ha attaccato durissimamente lo schieramento occidentale.
Ora la domanda è se in questa fase cruciale sia tollerabile che uno dei due vicepresidenti del Consiglio sostenga una linea di politica estera opposta a quella della premier e dell’altro vice, che è anche ministro degli Esteri. A questo interrogativo, politicamente densissimo, Meloni e Tajani replicano sempre con la stessa blanda frase: ma alla fine in Parlamento la Lega vota sempre con noi. E certo, mica vogliono andare a casa. Fanno i furbi: atlantisti in Parlamento, putiniani fuori. Ma è come se Orbán fosse il vice di Ursula von der Leyen.
È chiaro che, per quanto nelle Cancellerie si consideri Salvini un mattocchio, la credibilità internazionale del nostro Paese ne esce indebolita. A Meloni sembra non interessare più di tanto. A Sergio Mattarella però dovrebbe preoccupare. Fino al punto di chiedere alla presidente del Consiglio se ritenga di poter andare avanti con questa maggioranza bifronte sul capitolo più importante, quello della politica internazionale, o se in ogni caso intenda fare qualcosa.
Purtroppo le opposizioni hanno le unghie spuntate, essendo a loro volta divise in modo simmetrico alla destra, lì è antiatlantista Salvini, qui Nicola Fratoianni e Giuseppe Conte. Ma per Meloni non può più essere una scusa. Il problema che ormai si pone è quello della permanenza della Lega nel governo. Ne va della serietà della Nazione, come direbbe la premier, dell’affidabilità del nostro Paese sulla scena mondiale.