Lezione (di) ingleseLa vittoria di Starmer e il lungo crepuscolo dell’antieuropeismo

La Gran Bretagna è in controtendenza rispetto all’Europa, ma la sorte del populismo globale nato con la Brexit si deciderà a novembre negli Stati Uniti, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Il partito laburista guidato da Keir Starmer ha stravinto le elezioni in Gran Bretagna: secondo le ultime stime della Bbc, la sinistra dovrebbe ottenere 405 seggi, contro i 154 del partito conservatore, o quel che ne resta.

Nel giugno del 2016 la vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit fu il primo segnale dell’avanzata di un nuovo populismo globale che a novembre avrebbe conquistato la Casa Bianca con Donald Trump e a dicembre avrebbe contribuito alla sconfitta del Partito democratico di Matteo Renzi nel referendum costituzionale, ma avrebbe anche alimentato la deriva dell’indipendentismo catalano sfociata nel referendum farsa del 2017.

Il trionfo laburista di oggi, ovviamente, non cancella nessuno di questi problemi, tuttora aperti in ciascuno dei paesi citati: negli Stati Uniti, su cui torna a incombere la minaccia di una nuova presidenza Trump, nella Spagna ancora alle prese con le conseguenze politiche e giudiziarie della rivolta catalana, nell’Italia governata da una destra populista che fino al 2016 non era nemmeno immaginabile. Non certo perché Silvio Berlusconi non fosse un populista, intendiamoci, ma perché il suo era un populismo di carattere completamente diverso.

Tanto per cominciare, al di là di qualche isolato tentativo di Giulio Tremonti, oggi giustamente ricollocatosi in Fratelli d’Italia, il centrodestra berlusconiano non è mai stato antieuropeista e tanto meno no euro (perlomeno, non in questo secolo), a differenza di Lega e Fratelli d’Italia, e anche del Movimento 5 stelle, ovviamente. Quello era infatti l’obiettivo principale della Brexit e del nuovo populismo che lì fece le sue prime prove: far saltare l’Unione europea.

E anche questa è una partita in fondo ancora aperta, con la guerra in Ucraina alle porte del continente e con Viktor Orbán, presidente di turno dell’Unione, che oggi dovrebbe presentarsi a Mosca da Vladimir Putin, primo sostenitore e finanziatore di tutti i movimenti populisti summenzionati, tra lo sconcerto e le proteste dei vertici europei.

Al punto in cui siamo, possiamo solo augurarci che la disfatta dei conservatori in Gran Bretagna, dove tutto è cominciato, segni l’inizio di una inversione di tendenza globale. Ma questo ce lo diranno solo i risultati del secondo turno delle elezioni francesi, il 7 luglio, e soprattutto delle presidenziali americane di novembre. Nel frattempo, per portarci avanti, forse non ci farebbe male provare a trarre qualche lezione dalla lunga traversata della sinistra britannica, e soprattutto dall’esito disastroso dei suoi precedenti tentativi di appeasement con il populismo della Brexit. 

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