Riscoprire miti Storia, etichette e rinascita del Vermouth

Dalla sua invenzione al ritorno sui banchi della miscelazione, ecco come questo vino aromatico è tornato alla ribalta (grazie anche a buoni ambassador)

@Strucchi Vermouth

Se il Vermouth è il discendente “ripulito” del vino, allora si può affermare con una certa sicurezza che il suo padre putativo è il Cavaliere del lavoro Arnaldo Strucchi. Nato nel 1853 e morto nel 1913, è stato un grande enologo piemontese, ma anche un prolifico autore di letteratura legata al suo mestiere. È suo, infatti, il trattato “Il Vermouth di Torino”, una vera e propria bibbia utilizzata ancora oggi come disciplinare di produzione per la bevanda tornata in auge. Strucchi mise ordine tra formule, dicerie, origini e metodi di produzione, creando un manuale che generazioni di enologi hanno continuato a consultare.

Mentre la mixology riscopre questa bevanda perfetta per l’aperitivo, Paolo Dalla Mora con Gaja Distribuzione ha ridato alle stampe il famoso manuale e ricreato le ricette del Cavaliere nella nuova linea Strucchi. In questa rinascita anche la grafica contribuisce a riscoprire un mito d’altri tempi.

Che cos’è il Vermouth
Arnaldo Strucchi definisce il Vermouth «un vino aromatico con sapore piuttosto amaro, alquanto alcolico e con una moderata ricchezza zuccherina […]. Ha un profumo delicato e non molto accentuato di droghe ed erbe aromatiche, colore bianco dorato non molto carico e una limpidezza, anzi brillantezza perfetta. Consumato in dose moderata, ha sull’organismo una benefica influenza, stimolando con la sua tonicità l’appetito ed esercitando un’azione corroborante sugli stomachi deboli».

Benché italianissimo, il nome del Vermouth è una parola che deriva dal tedesco Vermouthwein, bevanda a base di vino conciato con assenzio. Da questa ricetta avrebbe poi avuto origine un vino conciato con estratti e infusi di altre erbe aromatiche, di cui alcuni medici hanno sostenuto proprietà benefiche per l’appetito e, in generale, per tutto l’organismo.

Non c’è una vera e propria data di nascita, ma ci sono tracce scritte sin dalla fine del Settecento. Ciò che è certa è l’origine geografica. Strucchi non ha dubbi: il Vermouth «ebbe in Piemonte, più precisamente in Torino, il battesimo della rinomanza». Il primo produttore di Vermouth è stato Antonio Benedetto Carpano attorno al 1786 nel negozio Marandazzo, sotto i portici di Piazza Castello.

Secondo Strucchi il vino base del vero Vermouth di Torino deve essere il Moscato di Canelli. Variare questo elemento significa produrre un’imitazione. Ma il Cavaliere menziona anche la «convenienza economica» tra i criteri di scelta del vino base, fornendo nel suo manuale alcune zone geografiche e vitigni sostituivi. Ottimi i vini bianchi del Piemonte, della Romagna, delle Puglie, di Sardegna e Sicilia. Si sofferma ad elencare droghe e botaniche usate per aromatizzare il prodotto, nonché a dettagliare il metodo di produzione e i primi risultati di vendita all’estero. Nella prima metà del Novecento è protagonista sul banco da bar grazie a cocktail famosi come il Manhattan ed il Martini Dry, e degli italianissimi Americano, Milano-Torino e Negroni. Insomma, il Vermouth raccontato da Strucchi seduce il mondo.

La riscoperta del Vermouth
Il primo scritto in cui il Vermouth viene citato è “Le Tre Capitali” di Edmundo De Amicis (1897). Qui l’autore descrive il rituale sociale dell’uscire per andare a bere un Vermouth, molto popolare all’epoca. E si sa, quando qualcosa finisce nei libri è proprio perché è già famosissimo.

Ma a partire dagli anni Settanta il Vermouth vive una parabola discendente. Con la sua fama, crolla anche la qualità. Infatti, molte aziende utilizzano la ricetta del “vino conciato” per salvare annate storte. In più, l’allure antica del Vermouth mal si adatta alle notti brave tra discoteche e balere. Alcune aziende, come Martini e Punt e mes Carpano, impostano una comunicazione identitaria, in modo da slegarsi dal nome storico e ancorare il loro prodotto alla brand reputation.

Il ritorno alla miscelazione classica a cui si è assistito nell’ultimo decennio – con tanto di baffi e panciotti anni Venti indossati dai barman – compiono il miracolo. Si scopre così che il Vermouth può vivere una seconda vita.

La nuova linea Strucchi
«Il mondo non aveva bisogno di un nuovo Vermouth. Per questo siamo andati a riscoprire le vecchie ricette del 1907 alla maniera di Strucchi». Paolo Dalla Mora, imprenditore poliedrico, non è nuovo ai successi in campo mixology. Infatti, ha creato brand di successo come Engine Gin e Sgrappa. Ispirandosi a Strucchi, Paolo Dalla Mora ha creato Strucchi Bianco (16% vol.), Strucchi Dry (18% vol.), Strucchi Rosso (16% vol.) e Strucchi Bitter (27% vol.). Quest’ultimo prodotto è un omaggio al MiTo, uno dei cocktail italiani più famosi composto da Vermouth e Bitter.

A dare ulteriore valore aggiunto alla nuova formula ci sono le etichette illustrate dal pittore Riccardo Guasco, noto anche come RIK. L’artista ha voluto riproporre lo stile cubista e futurista, omaggiando delle personalità simbolo degli anni che hanno visto l’ascesa del vermouth. Da Mata Hari, passando per Josephine Baker e Greta Garbo, fino ad arrivare a Rodolfo Valentino, protagonista dell’etichetta del Bitter. Tutto concorre a rilanciare un mito, quello del Vermouth italiano.

«Il mito del Vermouth non è da far rinascere: è sempre stato presente in qualche modo, con alti e bassi» spiega Leo Todisco, brand ambassador di Strucchi. «Oggi l’obiettivo è posizionarlo in una fascia alta sia di consumo che di considerazione, andando a svecchiare tutto il contorno, pur senza dimenticare la tradizione e ciò che il Vermouth è stato sino a oggi. Le persone vogliono divertirsi: quindi anche il racconto sul tema andrebbe svecchiato e snellito, vivendo il “momento del Vermouth” proprio come lo si viveva alla fine dell’Ottocento». Cioè come un momento conviviale, di svago, in cui uscire di casa e andare a bere qualcosa di buono.

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