Il porto, nel senso del noto vino liquoroso, nasce a Porto, la città che fa a gara con Lisbona per fascino e vivacità. Ed è un vero gioco di parole, perché il Vinho do Porto fu identificato con la città già a partire dalla seconda metà del diciassettesimo secolo, dato che gran parte della produzione veniva esportata per via marittima dal suo porto.
Tutto ha a che fare con gli antichi sodali del Portogallo ed entusiasti consumatori di porto, gli inglesi, uniti fin dal 1373 dal trattato anglo-portoghese, il più antico trattato di pace ancora in vigore nel mondo, siglato tra Edoardo III d’Inghilterra e Ferdinando I ed Eleonora di Portogallo. Che prometteva: «vere, fedeli, costanti, mutue e perpetue amicizie, unioni, alleanze, e moti di affetto sincero», e anche che «da veri e fedeli amici saremo d’ora in avanti reciprocamente amici degli amici e nemici dei nemici, e ci assisteremo, appoggeremo e sosterremo mutuamente, per terra e per mare, contro tutti gli uomini che potranno vivere e morire».
Incredibile, ma vero, i due Paesi hanno mantenuto fede all’impegno, rinnovato più volte nei secoli, malgrado non sempre si siano trovati dalla stessa parte della barricata durante la lunga serie dei conflitti europei. Di certo, un bell’esempio di collaborazione e comune sentire è il porto. Un prodotto assolutamente locale: i quarantotto vitigni autorizzati che vengono impiegati sono quelli della Ribera do Douro, la valle del Douro, il fiume che, nato in Spagna come Duero, scorre in Portogallo lungo un’ampia valle terrazzata a vigne, dove la vite è coltivata fin dai tempi degli antichi romani, attraversa la città e infine sfocia nell’Atlantico.
Oggi, la riva sinistra del fiume – nella complessa divisione amministrativa della città è il comune di Vila Nova de Gaia, ma di fatto è un tutt’uno con l’antico quartiere della Ribeira, il centro storico dall’altra parte del Douro – è interamente dedicata al porto. Le insegne delle marche più note si susseguono, indicando ai turisti le cantine dove degustare e acquistare le bottiglie.
Qui hanno sede le più grandi aziende di produzione, stagionatura e imbottigliamento del porto e qui un tempo attraccavano i barcos rabelos che trasportavano il vino lungo il corso del Douro. Da qui, maturato e affinato, partiva per essere commerciato in tutto il mondo.
Oggi, bandierine con nomi ben noti agli appassionati contrassegnano i moli dove alcuni antichi barcos restaurati attendono visite e offrono gite. Le più popolari partono alla scoperta degli agriturismi e delle aziende agricole a monte della città, tra gli scorci vertiginosi sul fiume e sui vigneti della valle del Douro, patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Per arrivare dal centro di Porto a Villa Nova de Gaia si può usare lo scenografico ponte Dom Luis I, dedicato a Luigi di Braganza, re del Portogallo, e costruito dall’ingegnere belga Théophile Seyrig, che pochi anni prima aveva realizzato insieme a Gustave Eiffel il vicino ponte Maria Pia. Per averne una visione panoramica e spettacolare, alla fine del percorso pedonale sull’arcata superiore, il teleferico de Gaia porta proprio sul lungofiume, e viceversa.
Tutto ebbe inizio quando, sotto Enrico VIII, impegnato in una lunga guerra con la Francia per il controllo dei territori continentali, le relazioni tra i due Paesi scesero al minimo storico e gli scambi commerciali diminuirono fino ad azzerarsi. L’Inghilterra si rivolse allora agli amici portoghesi per rimpiazzarne i vini d’importazione. Inizialmente nella zona della valle del Minho, al confine con la Galizia, che produceva rossi leggeri e aciduli, poi nella valle del Douro che, protetta dai venti dell’oceano, aveva temperature estive molto alte e garantiva rossi corposi.
Arrivarono numerosi i mercanti inglesi, il commercio fiorì e così molti, stretti e forti rapporti coi viticoltori del luogo. Tanto che alcuni si trasferirono in Portogallo diventando essi stessi produttori. Offley, Cockburn, Graham, Warre, solo per citare i nomi più noti, nascono così.
Il prodotto, tuttavia, si narra tra storia e leggenda, pare fosse lontano dagli elevati standard francesi del Bordeaux e il lungo trasporto attraverso l’oceano non ne aiutava la conservazione. Così si prese esempio dai monaci della vicina città di Lamego, che sia per preservarne l’aroma, sia per migliorarne il gusto, aggiungevano al mosto, per fermare la fermentazione, dell’aguardiente, l’acquavite distillata dalle vinacce. Questo consentiva di mantenere la dolcezza naturale alzando il grado alcolico, ed è esattamente la formula che sta alla base del Porto.
In Inghilterra il porto, così amabile e forte, divenne popolarissimo, molto più che in patria, in effetti, tanto da essere adottato dalla Casa Reale. Molti presero a considerarlo come un vino nazionale, al punto che berlo al posto dei vini francesi era considerato un gesto patriottico. Ancora oggi i militari, nelle occasioni ufficiali, brindano al re con un bicchiere di porto.
Un’altra versione racconta invece che la vendemmia del 1820 produsse uve particolarmente dolci, da cui fu ricavato un vino eccezionale e assai apprezzato. L’anno successivo i mercanti di Porto tentarono di bissare il successo, e poiché le uve quella volta non aiutavano decisero di aggiungere una forte quantità di acquavite, in modo da arrestare il processo e aumentarne il grado alcolico.

Nel corso del tempo la tecnica è stata migliorata, calibrando la quantità di acquavite utilizzata per la fortificazione, e sono nate e si sono differenziate diverse varietà di porto che conservano nei nomi l’imprinting inglese: ruby, di colore rubino, è il porto maturato nei toneles, le botti da settantacinquemila litri, per almeno tre anni. Quello invecchiato nelle pipas, le botti piccole da 640 litri, che danno vini più strutturati e con un colore che vira al marrone sono, fin dal Settecento, tawny, ambrati.
Ma ci sono anche, e sono versioni più recenti, il porto bianco, giovane e fruttato, e quello rosé. E ci sono le differenze che rappresentano il segreto dei centocinquanta produttori, perché tutti sono lavorati con un mix di annate e vitigni, con un minimo di invecchiamento di due-tre anni.
Fanno eccezione i vintage, frutto di un solo vitigno, che conservano il sapore di un’annata memorabile. Alcune cose, però, sono rimaste immutate rispetto al passato. Come la vendemmia, che ancora oggi, tra la fine di settembre e il mese di ottobre, si fa a mano, poiché il terreno scosceso rende difficile l’accesso ai filari dei mezzi meccanici.
Nella storia plurisecolare del porto non mancano nemmeno le sofisticazioni. Nella prima metà del diciottesimo secolo, infatti, la domanda era così elevata che nacquero truffe e scandali commerciali, dovuti all’utilizzo di uve provenienti da altre zone del Portogallo, tagliate con succo di sambuco e metanolo.
Così, nel 1756, il primo ministro del re di Portogallo, il marchese di Pombal, prese contromisure energiche, come la delimitazione con pali in pietra – i marcos pombalinos – dell’areale di produzione, l’eradicazione del sambuco in tutta l’area e l’istituzione di un organismo che avrebbe dovuto sorvegliare sulla corretta produzione – l’odierno Instituto dos Vinhos do Douro e do Porto o Ivdp – facendone così il primo vino al mondo soggetto ad un disciplinare.
Anche se in Italia non è molto diffuso ed è piuttosto di nicchia, il porto è molto versatile e ha una serie di abbinamenti interessanti: come aperitivo, in accompagnamento a dolci e dessert, soprattutto con cioccolato amaro e cacao, e con i formaggi. Come ingrediente in cucina è ottimo per insaporire o sfumare pesce o carne durante la fase di cottura e, per i più audaci, si può accostare a piatti di selvaggina.
Dalla storica Ramos Pinto alla celebre Sandeman, tutte le cantine di Porto sono aperte al pubblico e sono interessanti e suggestive, ricche di testimonianze storiche e di arredi d’epoca. Si possono chiedere visite guidate e degustazioni, o semplicemente entrare per acquisti: ci sono le bottiglie abitualmente in vendita nei negozi, ma anche pezzi da collezione e di particolare pregio che possono costare anche cinquemila euro. E d’estate tavolini all’aperto e terrazze, dove degustare un buon bicchiere o cocktail speciali a base di porto.
Ma Porto non è solo porto. Nella zona delle cantine ci sono anche luoghi divertenti e deliziosamente kitsch come O Mundo Fantástico da Sardinha Portuguesa, dove un’altra specialità portoghese è proposta in ogni possibile e impossibile versione, comprese scatolette dedicate all’anno di nascita, e l’elegante Casa Portuguesa do Pastel de Bacalhau, con un decor che sembra ispirato al film di Tim Burton “La Fabbrica di cioccolato”, e simpatici spuntini a base di polpette di baccalà ripiene al formaggio abbinate a un bicchiere di porto bianco fresco.
