
Le facce stranite dicono tutto. Palazzetto Pierre Mauroy di Lille, esordio nel torneo olimpico di basket contro Porto Rico: i cestisti del Sud Sudan, alla loro prima partecipazione, si dispongono per il momento degli inni nazionali, mano sul petto, mentre partono le note di “Naḥnu jund Allāh jund al-Waṭan” (in italiano “Noi siamo i soldati di Dio e della nostra terra”), componimento scelto nel 1956 per celebrare l’indipendenza del Sudan dal controllo coloniale inglese. Era l’inno sbagliato: quello del Sudan del Sud, che si è reso indipendente da Khartoum appena tredici anni fa dopo una faticosa guerra civile e un referendum, è invece un altro, “South Sudan Oyee”, che tradotto in italiano significa “Evviva il Sudan del Sud”.
Superato il momento di imbarazzo, compreso dal pubblico presente che li ha lungamente applauditi, la Nazionale guidata dal ct Royal Ivey ha superato per 90-79 la nazionale centroamericana, con il playmaker Carlik Jones autore di 19 punti, 7 rimbalzi e 6 assist. Ottenuta la prima vittoria, adesso c’è l’ostacolo rappresentato da Team Usa, spaventato pochi giorni fa in amichevole a Londra – dove solo la prestazione fuori scala di LeBron James ha permesso agli americani di spuntarla per 101-100.
Ma come fa una dei Paesi più poveri al mondo, con un Pil pro capite di duecentotrenta dollari, con uno sviluppo umano tra i più bassi (il novantaquattro per cento della popolazione vive nei villaggi) e senza un palazzetto per gli allenamenti ad avere una Nazionale di pallacanestro tanto importante da arrivare alle Olimpiadi, dove il posto per le selezioni africane è solo uno? Gran parte del merito è di Luol Deng, ex cestista Nba, sudsudanese con cittadinanza britannica, che oggi è presidente della Federazione.

Lo sviluppo della pallacanestro
La storia del Sud Sudan è relativamente recente: il Paese si è reso ufficialmente indipendente nel 2011 dopo una lunga e sanguinosa guerra civile con i (quasi) omonimi del Nord, con i quali ancora oggi persistono diatribe riguardanti in particolare il petrolio, di cui il Paese è molto ricco. Inoltre, rimane ancora incerto il destino della regione dell’Abyei, oggi in mano a Khartoum ma rivendicata dal Sud, al quale era stata lasciata la possibilità di decidere il proprio destino tramite referendum ma che ne ha tenuto soltanto uno informale e non vincolante.
Anche una volta ottenuta l’indipendenza, la storia di un Paese grande il doppio dell’Italia non è stata semplice: nel 2013 è scoppiato un sanguinoso conflitto etnico tra le forze governative del presidente Kiir, di etnia Dinka, la più numerosa del Paese, e quelle fedeli all’ex vicepresidente Machar, di etnia Nuer. Solo nel febbraio 2020 è stato finalmente dato seguito all’accordo di pace del 2018, con la redazione di una nuova Costituzione e di un governo di unità nazionale che porterà il Paese a nuove elezioni, fissate il prossimo dicembre.
In un contesto di generale instabilità, acuite dalla crisi economica e dalle minacce ambientali (il Sudan del Sud è considerato tra i cinque Paesi al mondo più vulnerabili ai cambiamenti climatici), non era mai stata creata una vera e propria selezione di pallacanestro. Così, per gestire il programma di basket, nel 2019 il governo ha chiesto l’aiuto dell’ex cestista Luol Deng, ala piccola che negli Stati Uniti ha vestito i colori di Miami, Chicago, Minnesota, Cleveland e Los Angeles Lakers, ma che dal Sudan del Sud era scappato nel 1990. «Da quando sono nato, non ho mai sentito altro che conversazioni sulla guerra: anche quando ero nella Nba, si parlava sempre di “rifugiati abbandonati a causa della guerra” e di “Paese dilaniato dalla guerra”. Ora stiamo scoprendo una nuova storia», ha dichiarato di recente alla Bbc lo stesso Deng.
Il rapporto tra i sudsudanesi e la palla a spicchi sembra essere una vera e propria questione genetica, vista la presenza anche in passato di cestisti di spessore, come lo stesso Deng oppure Manute Bol (allora sudanese, ma che oggi si potrebbe considerare sudsudanese come il figlio Bol Bol). «Il Sudan del Sud è unico. Molti sudsudanesi sono molto magri, alti, molto atletici. Geneticamente, il basket è uno sport che si adatta bene a noi», ha evidenziato il due volte all-star NBA, che a Giuba, la capitale del Paese, ha aperto una Deng Academy per ispirare i giovani.

La selezione dei cestisti
Ma come si selezionano i cestisti per una nazionale? L’esodo dei rifugiati sudsudanesi durante i decenni di violenza e di guerre, tra gli anni Ottanta e Novanta, significava che c’erano giocatori di basket di talento in giro per il mondo, ma con riferimenti geografici diversi, tra seconde nazionalità e cittadinanze acquisite. Non è un caso, quindi, che nel roster delle Bright Stars, dove le etnie Dinke e Nuer convivono pacificamente, ci siano cestisti come Carlik Jones, nato in Ohio, oppure come la guardia Marial Shayok, nato in Canada. Ci sono poi anche coloro che sono scappati dall’Africa quando erano ancora bambini, come nel caso della guardia Peter Jok, che perse suo padre, generale dell’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan, e suo nonno, durante la seconda guerra civile sudanese 1983-2005), ed è poi emigrato negli Stati Uniti. Oppure, come l’ala, Nuni Omot, nato in un campo profughi in Kenya da genitori che stavano scappando dalla guerra in Etiopia nel 1994.
Storie molto diverse, evidenti anche dagli attuali club nei quali militano: Jones è in Europa, al Partizan Belgrado; Shayok e Nuni Omoto giocano in Cina; Khaman Maluach in Uganda; mentre Sunday Dech, Jackson Makoi e Majok Deng militano in Australia.
Eppure fino a poco fa, nel Paese non c’era nemmeno un palazzetto. «Un anno fa ci allenavamo all’aperto con le aquile che ci sorvolavano minacciosamente. I campi erano allagati. Al coperto non ce ne sono», ha raccontato il ct Ivey. Per questo la selezione sudsudanese, dopo aver ottenuto il pass per le Olimpiadi grazie alla buona prova nel Mondiale 2023 e alla vittoria contro l’Angola, è stata costretta a effettuare un ritiro pre-Giochi in Ruanda, in attesa del completamento del palazzetto al coperto finanziato dallo stesso Deng, che sogna di costruirne anche altri.
Nonostante sia una nazionale relativamente giovane, l’amore per la selezione di pallacanestro, la seconda disciplina olimpica dopo l’esordio ai Giochi del 2016 nell’atletica leggera, è stato tale da portare la gente a riversarsi in massa per le strade al loro arrivo a Giuba dopo la Coppa del Mondo e oggi a seguire in diretta le partite, grazie gli schermi forniti dal governo, lo sponsor Mtn Sud Sudan e la Federazione di pallacanestro del Sud Sudan, e presenti in nove Stati e un’area amministrativa.
Un vero e proprio esempio positivo, per coloro che li seguono da casa ma anche per il mondo, come ha sottolineato lo stesso Deng: «Vogliamo che la gente conosca la nostra storia, che c’è un giovane Paese che va nella direzione giusta. Vogliamo essere conosciuti come esempio positivo. Questa è la nostra presentazione al mondo».