
Nella tesissima sfida dei quarti di finale del torneo di sciabola a squadre di Parigi 2024, sia gli schermidori italiani sia quelli ungheresi sono stati spesso costretti a interrompere la competizione perché non erano riusciti a udire il segnale del direttore di gara. Il boato del Grand Palais era troppo forte: il pubblico stava sostenendo con tutta la sua forza la squadra francese, impegnata in una complicatissima rimonta contro l’Egitto, una cosa fino a qualche tempo fa impensabile. Eppure l’Egitto è oggi una delle grandi realtà della scherma, simbolo di un nuovo mondo che sta emergendo in questo sport.
Ormai, la maggior parte delle discipline olimpiche, specialmente quelle “storiche”, che sono ai Giochi da più tempo, si sono globalizzate nella pratica, ma fioretto, spada e sciabola sono rimaste per lo più europee per tutto questo tempo, allargandosi al massimo al continente americano. Basta guardare il medagliere dei Mondiali, le cui prime dieci posizioni sono occupate da nove Paesi dell’Europa più gli Stati Uniti (decimi). Che si stia vivendo un allargamento dell’universo della scherma ad alti livelli è però un fatto, ed è sufficiente notare che, alle spalle degli Stati Uniti, in questa classifica spuntano già Cina e Corea del Sud.
La lunga rincorsa all’Europa
Stabilire un punto di partenza per l’emersione di questo nuovo mondo non è semplice. Simbolicamente (e non solo), il cambio di millennio ha portato con sé un gran vento di novità. A Sydney 2000, il sudcoreano Kim Yong-ho conquistava l’oro nel fioretto individuale: era solo il secondo non europeo della storia a riuscirci (dopo il cubano Ramón Fonst nel 1904, che però era cresciuto in Francia); da allora, due ori olimpici su cinque sono andati in Asia, con il cinese Lei Sheng a Londra 2012 e l’hongkonghese Cheung Ka Long a Tokyo 2020. Due anni dopo, ai Mondiali di Lisbona, era il turno delle donne, con la sudcoreana Hyun Hee vincitrice dell’oro nel fioretto e la cinese Tan Xue nella sciabola.

Negli ultimi vent’anni, il primato dell’Europa nella scherma è in gran parte venuto meno, in favore delle nuove potenze orientali. A Pechino 2008 è arrivato l’oro nella sciabola maschile di Zhong Man; a Londra 2012 quello di Kim Ji-yeon nella sciabola femminile; a Rio 2016 quello nella spada maschile di Park Sang-young; a Tokyo 2020 Sun Yiwen nella spada femminile. Oggi, l’Asia sembra avere sostanzialmente raggiunto il livello europeo almeno in termini di individualità, anche se la distanza nelle gare a squadre resta maggiore, sintomo di uno sviluppo ancora in corso.
Tuttavia, anche in quest’ambito si nota come le cose stiano cambiando rapidamente: già nel 2005 la Corea del Sud conquistava l’oro mondiale nel fioretto a squadre femminile, e in ambito olimpico abbiamo già avuto due ori coreani nella sciabola maschile, e l’oro giapponese nella spada maschile. Corea del Sud e Giappone detengono gli ori olimpici in queste due discipline, e Hong Kong detiene quello del fioretto individuale maschile; tra le donne, è cinese la detentrice dell’oro nella spada individuale, e americana quella del fioretto.
Ai Mondiali di un anno fa a Milano, tre ori su dodici sono andati fuori dall’Europa (spada individuale maschile agli Stati Uniti, fioretto a squadre maschile e sciabola individuale femminile al Giappone). Il trend si è confermato anche a Parigi, dove l’Asia si è già portata a casa cinque ori: quando mancano ancora alcune competizioni a squadre, l’Europa è ferma a due ori e gli Stati Uniti a una (mentre Corea del Sud e Hong Kong stanno entrambe a quota due).

L’ascesa dell’Africa e la crisi dell’Europa
Ma se ormai l’Asia è una realtà indiscutibile della scherma, Parigi 2024 sta mettendo in evidenza i grandi passi avanti fatti da alcune nazioni africane, sebbene si tratti per adesso solo di paesi sopra la linea del Sahara. L’Egitto, alla fine, non è riuscito ad avere la meglio della Francia, che alla fine ha prevalso (per poi essere eliminata dalla Corea del Sud), ma ha pur sempre perso di misura (41-45). In questi Giochi Olimpici, il paese nordafricano ha conquistato la sua prima medaglia nella scherma, con il bronzo nella spada di Mohamed El-Sayed. Contemporaneamente, la Tunisia ha conquistato un argento nella sciabola con Farès Ferjani.
Questo rimescolamento dei valori della scherma mondiale sembra avere a che fare non solo con la recente globalizzazione di questo sport, ma soprattutto con la diaspora degli allenatori, come suggerito anche da Olga Campofreda su Ultimo Uomo.
Negli ultimi anni, sempre più tecnici europei si sono trasferiti a lavorare fuori dal continente, in cerca di nuove opportunità e, ovviamente, di compensi maggiori. L’esempio più lampante è quello di Massimo Omeri, uno dei grandi maestri della scherma italiana, che nel 2013 si è trasferito a Hong Kong: aveva spiegato che in Italia aveva un contratto precario a rinnovo annuale, ed era sostanzialmente inquadrato come dilettante, mentre nel piccolo paese asiatico sarebbe stato un professionista e avrebbe guadagnato quattro o cinque volte di più. Si tratta, a ben vedere, di un leit motiv ormai consueto nel mondo dello sport (e non solo) in Europa: la tradizione storica non va più di pari passo con i grandi investimenti, e i professionisti del settore, quando possono, portano il loro know how dove gli viene giustamente offerto di meglio.