
Laurearsi in Italia è ancora una questione di élite, lo fanno in pochi, e quelli che arrivano al titolo generalmente hanno genitori con un’istruzione superiore alla media. Non stupisce allora che tra quelli che oggi possiamo definire i veri proletari moderni, gli stranieri, i laureati siano ancora meno. Il problema è che il divario tra chi ha la cittadinanza estera e chi ha quella dello Stato in cui abita è maggiore che nel resto d’Europa, e, cosa ancora peggiore, continua ad aumentare.
Tra gli italiani i laureati nel nostro Paese sono il 22,7 per cento tra i venticinque-sessantaquattrenni e salgono al 31,9 per cento tra chi ha fra trenta e i trentaquattro anni. Tra gli stranieri, però, sono solo il 12,4 per cento nel primo caso e crescono di pochissimo, al 13,2 per cento, nel secondo. Solo in Spagna, tra i grandi Paesi, la distanza tra cittadini iberici ed esteri è maggiore, ma qui la percentuale di quanti hanno un titolo universitario è perlomeno molto più alta che in Italia. Nella Ue, in media, i laureati arrivano, fra i trenta e i trentaquattro anni, al 44,8 per cento tra gli europei e al 38,6 per cento tra gli stranieri.

È proprio nel caso dei trentenni che il gap tra italiani e non si rivela maggiore nel nostro caso, addirittura del 18,7 per cento, contro una media Ue del 6,2 per cento. In Italia la proporzione di stranieri che ha terminato l’università è di ben il 25,4 per cento inferiore che nell’Unione europea, mentre in Francia, per esempio, è maggiore.

Nel nostro Paese nel tempo i laureati sono cresciuti, ma quasi solo nel caso degli italiani, soprattutto se prendiamo in considerazione chi è in età lavorativa, tra i venticinque e i sessantaquattro anni. L‘incremento è stato più significativo, del 3,1 per cento, per le donne, che del resto da tempo frequentano gli atenei più degli uomini.
Fra i trentenni i cambiamenti sono inferiori, ma anche in questo caso è evidente come le laureate autoctone crescano più di quelle straniere e lo stesso accade tra gli uomini. Quella di genere è un’altra questione che si interseca con quella migratoria. Solo l’otto per cento degli uomini con passaporto estero ha un titolo universitario, contro il diciotto per cento delle donne, è un gap che si riproduce anche tra gli italiani, ma tra gli stranieri è ancora più stridente.
Avere un’istruzione superiore è importante non solo e non tanto come dato in sé, per avere una preparazione e una cultura maggiore, ma soprattutto perché consente mediamente di guadagnare di più, di avere un lavoro migliore, aumenta la probabilità di fare la carriera che si desidera e, nel caso degli immigrati, facilita l’integrazione.
Non a caso il tasso di occupazione dei laureati è sempre maggiore di quella dei diplomati. Tuttavia questo è meno vero nel caso degli stranieri, tra questi, se si passa da coloro che si sono fermati alle superiori a quelli che hanno terminato l’università, la percentuale degli occupati passa dal 68,5 al 69,6 per cento. C’è un divario dell’1,1 per cento, che invece diventa di ben l’11,4 per cento nel caso degli italiani, tra cui il tasso di occupazione arriva all’85,3 per cento se si è laureati, ben il 15,7 per cento in più che tra gli stranieri.

Nella Ue, in media, è inferiore il divario tra i tassi di occupazione degli autoctoni e degli stranieri, così come quello tra laureati e non, nel caso di chi ha la cittadinanza del Paese in cui vive. Al contrario, è maggiore che in Italia, 3,5 per cento contro 1,1 per cento, quello tra diplomati e laureati con cittadinanza estera.

In sostanza nel nostro Paese non solo gli stranieri frequentano meno le aule universitarie, ma, soprattutto, quando lo fanno questo non basta, laurearsi non si traduce per loro in una maggiore occupazione come avviene per gli italiani, non accade nella forza lavoro generale e neanche fra i trentenni. Tra questi ultimi durante il Covid era provvisoriamente cresciuto il vantaggio occupazionale dei laureati, ma solo perché a soffrire maggiormente le chiusure erano stati i diplomati, assunti in posizioni solitamente più precarie. Con la ripresa il gap si è chiuso e, anzi, a differenza di quanto avvenuto tra gli italiani, il tasso di occupazione degli stranieri, con laurea o senza, è addirittura sceso tra 2022 e 2023.

Tra gli uomini con cittadinanza estera paradossalmente sembra addirittura essere più conveniente fermarsi al diploma: il tasso di occupazione in questo caso è del 2,7 per cento più alto che tra i laureati e la differenza diventa addirittura del 7,9 per cento tra i trentenni. Nel tempo lo svantaggio di chi ha una laurea è persino cresciuto.

Tra le donne, invece, a essersi allargato è il vantaggio delle laureate, in particolare se straniere. Non è, però, necessariamente una buona notizia, è avvenuto solo perché, a differenza di quello che è accaduto tra le italiane, tra le straniere è sceso molto il tasso di occupazione delle diplomate. Tra le trentenni con cittadinanza estera è crollato dal 51,4 per cento del 2018 al 40,7 per cento del 2018. Tra le laureate, invece, la percentuale delle lavoratrici è rimasta la stessa.
Un ambito in cui, invece, per gli stranieri, più ancora che per gli italiani, c’è stato un notevole miglioramento è quello dell’occupazione dei giovani tra diciotto e ventiquattro anni che hanno abbandonato gli studi. Tra questi la quota di coloro che hanno un impiego è cresciuta molto, nel caso dei ragazzi con cittadinanza estera in cinque anni è balzata dal cinquantatré al sessantanove per cento e si è fortemente ridotto il gap con chi il diploma lo ha raggiunto.
Questi numeri sembrano indicare che nel nostro Paese per chi non è italiano le opportunità di lavoro migliori sono sempre più rappresentate da mansioni a minor valore aggiunto e peggio pagate, quelle che, appunto, sono di solito appannaggio di chi non termina le scuole superiori e certamente di chi non si laurea. È solo per costoro che la situazione occupazionale ha visto un miglioramento, per quanti hanno frequentato l’università l’occupazione non è cresciuta, soprattutto se parliamo degli uomini, che sono la maggioranza di quanti hanno un lavoro.
È forse anche per questo che si è ulteriormente allargato il già ampio gap tra italiani e stranieri per quanto riguarda la percentuale di laureati? Perché affrontare un periodo di studi costoso, perché rinunciare a lavorare subito se poi il vantaggio in termini di possibilità di trovare un impiego non c’è?
L’integrazione passa soprattutto da questi ambiti: l’istruzione e il lavoro. Che si allarghi il divario tra chi ha la cittadinanza italiana e chi non ce l’ha può essere nell’interesse di qualcuno? No, soprattutto se non vogliamo che un’Italia sempre più vecchia diventi un Paese di province in spopolamento e città divise tra quartieri gentrificati e turistici e banlieue.