Nell’unico film diretto da Stefano Benni – “Musica per vecchi animali”: lo vedemmo in tredici, lo ricordiamo in tre – ci si chiedeva chi ci ridarà gli amori perduti, le gomme bucate, i pomeriggi di domenica. Sento di poter aggiungere: le quattro ore in cui ho visto “Avetrana”.
Quando ancora eravamo tutti abbastanza pazienti da vedere le cose a puntate, ricordo che ridemmo molto del critico televisivo che scrisse che “Billions” si apriva con Chuck Rhoades che si faceva fustigare da una squillo (in neolingua: sex worker); ci sembrava inconcepibile che non fosse andato avanti neppure fino alla fine della prima puntata: gli sarebbe bastato per scoprire che quella era la moglie di Chuck, mica una signorina a noleggio.
Adesso, che sono passati alcuni anni e la pazienza è finita, difendo quel critico e chiunque pensi che, se uno sceneggiato non è “Succession” (l’ultima cosa a puntate che fosse divertente seguire) o “Scandal” (la penultima), bastino la visione della prima scena e il mestiere accumulato in una vita di critica culturale: le quattro ore risparmiate, puoi usarle per rivedere il rimontaggio cronologico del “Padrino”.
Poiché però sono secchiona e paranoica (metti che poi succede una cosa pazzesca, una squillo che è una moglie, qualcosa di cui non mi accorgo), io “Avetrana” l’ho vista tutta, seppure in ritardo. Avevo lì le puntate da settimane, ma non mi sono decisa finché il tribunale di Taranto non ne ha vietato in via cautelare la messa in onda (sarebbe dovuto essere da oggi su Disney+).
E vi dirò: non è più brutto di altri. “Disclaimer” è peggio, per dire (mi sono ripromessa di parlare in pubblico di “Disclaimer” solo dopo l’ultima puntata, ma non ce la faccio, è una forma di Tourette; ogni due ore devo ripetere quanto sia imbarazzante e come sia facile truffare il ceto medio complessato: basta mettere Cate Blanchett al posto di Manuela Arcuri).
Poiché non si trattava di Cuarón, su “Avetrana – Qui non è Hollywood” eravamo tutti maldisposti dall’inizio: terribile il titolo, terribile il manifesto, per quanto mi riguarda terribile anche la formula «storie vere con sosia del Bagaglino» che però finora mi pare fosse andata benone, da “The Crown” a Pablo Larraín, a un po’ tutti i critici culturali.
“Avetrana” no, prima perché le pecionate ci piacciono solo se pretenziose e con grandi nomi nel cast, e poi perché, di tutte le sfumature di suscettibilità, quella territoriale è sempre la più stolida. Luca Bizzarri fa, prima d’ogni spettacolo teatrale, un video Instagram in cui si lamenta della mancanza del bidet nel bagno del camerino (o si compiace che ci sia, le rare volte in cui c’è). Mercoledì l’ha fatto a Vercelli. Un – credo – consigliere comunale gli ha rivolto una puntuta risposta in cui dice che in quel teatro si sono esibiti Giorgio Albertazzi, Renata Tebaldi, Paolo Conte, Valentina Cortese, e loro sì veri professionisti non si sono lamentati del bidet. Nell’elenco c’è anche Lucio Dalla, e mi si è accresciuto il dispiacere: è morto troppo presto anche per mettersi a fare i video Instagram sui bidet, secondo me si sarebbe divertito moltissimo.
Figuriamoci se meraviglia che il sindaco di Avetrana ritenga un danno d’immagine per il paese le quattro puntate che ricostruiscono il delitto quasi interamente televisivo (il cadavere di Sarah Scazzi, lo dico per quei quattro che nell’estate 2010 non seguivano la cronaca nera, venne ritrovato mentre la madre era in collegamento con “Chi l’ha visto”). Qui, lo sapevano pure loro, non è Hollywood, dove Ryan Murphy se la ride se i fratelli Menendez vogliono fargli causa per “Monsters”, la serie sull’uccisione dei loro genitori.
Se devo dar retta a quel gruviera che è l’archivio delle cose che ho scritto, la prima volta che mi sono chiesta perché in Italia non si facessero le serie coi sosia del Bagaglino, che in America stavano diventando l’unico genere di successo, era la fine del 2017. Hbo stava per trasmettere un documentario su Gianni Agnelli: possibile che ci facessimo scippare le nostre storie migliori?
Degli articoli che scrissi sul tema, ricordo una costante: tutti gli addetti ai lavori con cui parlavo ripetevano che in Italia non si può fare, che (aridaje) qui non è Hollywood, che ti fanno causa. Ero rimasta con l’idea che fosse una viltà loro, e che quella del tribunale di Taranto che blocca “Avetrana” fosse un’eccezione, ma rileggendomi scopro: che già allora Beppe Fiorello aspettava che la Rai si decidesse a mandare in onda la serie in cui interpretava Mimmo Lucano (sta ancora aspettando); che il sindaco di Agrigento aveva minacciato di far causa a “Power”, serie americana in cui i criminali si ritrovano in un bar chiamato Agrigento; che i parenti contrari bloccarono un film su Massimo Troisi. La sintesi migliore la faceva allora Ludovica Rampoldi, interpellata in quanto sceneggiatrice di “1992”, citando una scena di “Boris” in cui veniva bocciata l’idea di una serie su Machiavelli: «È troppo attuale, la repubblica fiorentina è una ferita ancora aperta nella coscienza del nostro Paese».
Figuriamoci se può essere distante il caso di Avetrana, che rivisto adesso si capisce perché ci appassionò tanto. Perché è una storia di archetipi, certo: «Tua figlia è morta, la mia è ancora viva: questa è l’unica verità che conta» dice Cosima Misseri alla sorella, e Omero non avrebbe saputo dirlo meglio.
E perché è una storia di dinamiche giovanili che questo secolo ha reso senili: è una storia di adolescenti o poco più della provincia profondissima, la cugina grassa gelosa di quella magra, il ragazzo conteso tra le due che non le pensa proprio – tutte cose che andrebbero superate da adulte, ma adulto non è più nessuno e mi ricordo noialtre quarantenni ammirate a guardare quanto fosse dimagrita in prigione Sabrina Misseri. Sabrina Misseri che nella serie incarna un tipo di donna precisissimo: quella convinta che dieci chili siano tutto ciò che la separa dalla felicità. Giustificata nella realtà e nella serie dai suoi ventidue anni; il problema è l’infantilizzazione di adulte che magari non ammazzano qualcuno ma di sicuro condividono le sue illusioni – e neanche hanno la scusante d’essere cresciute nel buco del culo del mondo.
In quella provincia in cui la madre della morta è una testimone di Geova che non vuole si festeggino i compleanni, tutti hanno accenti o dialetti impresentabili, le troupe televisive sono un incubo ma anche uno squarcio da cui entra la luce. In una scena che avrà fatto venire uno stranguglione al sindaco, una giornalista chiede se qualcuna sia intervistabile, «Sa parlare italiano?», e Sabrina Misseri risponde: «Sì, è diplomata alla ragioneria».
Avetrana, spero che il sindaco non mi quereli, è la provincia profondissima e orrenda di cui noialtri stronzi privilegiati ci accorgiamo solo in caso di cronaca nera. Non c’è interpretazione di Cate Blanchett che possa ripulirla, quella provincia lì. Puoi solo andare a chiedere al tribunale di proibirne la rappresentazione, e sperare che nessuno si accorga che esiste.
Il tribunale ti darà ragione perché i codici sono stati scritti in un tempo in cui la vita com’è ancora ad Avetrana era la norma, in cui l’acqua corrente era un lusso, altro che autoscatti. Uno dei produttori ha detto che si faranno valere, che la Costituzione protegge la libertà d’espressione: per la verità l’articolo 21 si conclude con le parole «sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume». Forse è ora di finirla di feticizzare una Costituzione scritta senz’acqua corrente in casa, ma con in testa il concetto di «buon costume».