Papale papale Il caffè di Francesco, le sogliole (fantasma) di Benedetto, i pasticcini di Giovanni Paolo II

Storie di innocenti evasioni, di rotture del protocollo che hanno portato i pontefici a cercare un po’ di gusto fuori dalla routine

Associated Press/LaPresse

«Buongiorno, per cortesia mi farebbe un espresso?». L’uomo in sedia a rotelle si rivolge in un buon francese al ragazzo del bar che, dopo un attimo di esitazione, si mette al lavoro per soddisfare la richiesta. Insomma, niente di strano, se non fosse che l’uomo in carrozzina è tutto vestito di bianco, è scortato da tre guardie del corpo e non è certo un avventore qualsiasi. Era il 26 settembre e in un attimo le immagini del “Papa al bar” hanno fatto il giro del mondo, su ogni genere di giornali, tv e siti internet.

È successo in Lussemburgo, durante la prima tappa del viaggio apostolico che avrebbe portato Papa Francesco anche in Belgio. Ospite del cardinale arcivescovo Jean Claude Hollerich, dopo pranzo il pontefice ha chiesto dove poter bere un buon caffè e gli è stato indicato un bar a pochi passi dall’Arcivescovado: il Gruppetto, in rue Notre-Dame. Un locale frequentato dagli appassionati di ciclismo, con magliette degli assi del pedale (anche una iridata da campione del mondo) appese al soffitto. E Francesco, che per il caffè ha un debole, non ha perso tempo. Attraversata la piazza, è entrato nel bar, ha chiesto un caffè, lo ha assaporato con calma e soddisfazione (da quelle parti trovare un buon espresso non è cosa facile), si è complimentato con il barman, ha scambiato quattro chiacchiere con gli altri clienti, ha ringraziato ed è uscito. Un fuoriprogramma come tanti altri improvvisati da un Papa che ci ha abituato a comportamenti del tutto normali per la gente comune, ma assolutamente imprevedibili per un pontefice. Come quando, nel 2015, si recò come un cliente qualsiasi in un negozio di ottica di via del Babuino per cambiare le lenti dei suoi occhiali: operazione per altro ripetuta nel luglio di quest’anno.

Nessuna improvvisazione invece per il suo predecessore, Benedetto XVI. Per scovare una sua “scappatella” culinaria bisogna passare dalla cronaca alla leggenda. Nel 2010 giornali e televisioni si sono scatenati nel racconto di una visita serale del Papa al ristorante Al Passetto di Borgo, in zona Borgo Pio, poco distante dal Vaticano. Il tutto sarebbe successo in una calda serata d’estate: per essere precisi il 14 giugno, mentre l’Italia affrontava il Paraguay ai Mondiali di calcio. Secondo le notizie circolate all’epoca, Benedetto XVI si sarebbe presentato al ristorante, entrando da una porta laterale, e avrebbe ordinato (e golosamente consumato) delle sogliole, subito ribattezzate in mezzo mondo come le “sogliole del Papa”. L’intera vicenda però fu subito smentita sia dal Vaticano che dal titolare del ristorante. La verità è invece che Ratzinger, prima di diventare Papa, era stato assiduo frequentatore di questo e di altri ristoranti romani.

L’allora cardinale non disdegnava la buona tavola. Del resto Ratzinger era figlio di una cuoca di ottimo livello: la madre aveva lavorato prima presso privati a Salisburgo e Wiesbaden, poi – spiegava il fratello Georg – era andata a Monaco, all’Hotel Wittelsbach, dove si occupava della preparazione dei dolci. Infine era stata per due stagioni a Reit im Winkl, cuoca nell’albergo Glück im Winkl.

Antonello Fulvimari, titolare di “Al Passetto di Borgo”, ha più volte raccontato che il cardinale Ratzinger veniva spesso a mangiare nel suo locale. Piatti preferiti: la carbonara a mezzogiorno e una zuppa di verdura la sera.

Quando invece voleva respirare l’aria di casa, il futuro Papa si spostava di pochi isolati per fare sosta alla Cantina Tirolese, in via Vitelleschi. Lì aveva “il suo posto”, a un tavolo quadrato di legno massiccio, come le panche. Lì poteva ritrovare i sapori della Baviera, a cominciare dal gulash, dai canederli e dalla fritatensuppe: il brodo di carne con tagliolini di crespelle diffusissimo fra Germania e Austria. La sua vera passione però era lo strudel, realizzato secondo l’antica ricetta tirolese.

Difficile invece vederlo con una caraffa di birra in mano. Certo, qualche volta è successo – racconta Alessandra D’Amico che gestisce il locale – ma la sua bevanda abituale era la spremuta d’arancia. Un cliente affezionato, insomma. Tanto che appena diventato Papa, Ratzinger inviò una lettera ai gestori. Poche parole piene di significato: «Grazie di avermi fatto sentire a casa». E per non spezzare del tutto il rapporto adogni 16 aprile, giorno del suo compleanno, dal ristorante partiva uno strudel, portato a mano in Vaticano con la preghiera di consegnarlo direttamente al pontefice. Ora una targa, la sua lettera di ringraziamento e due foto, una con Giovanni Paolo II, lo ricordano sul muro accanto al “suo” tavolo.

E Wojtyla? Giovanni Paolo II era di gusti semplici e sobri. Anche a tavola aveva mantenuto un legame strettissimo con la Polonia e la sua cucina, a cominciare dalla classica zuppa di cavolo. Le suore che gli preparavano i pasti però riferiscono che a pranzo il menu più frequente era costituito da pastina in brodo, scaloppine con verdure e composta di frutta. Il tutto accompagnato da un bicchiere di buon vino bianco e da una tazza di tè. Per cena, gli avanzi del pranzo.

Anche lui però aveva un debole. La sua passione era un dolce. Anzi un dolcetto, ormai conosciuto come papieska kremówka. In realtà nulla di speciale. Un normale pasticcino di pasta sfoglia e crema che gli ricordava quando, per festeggiare l’esame di maturità, aveva organizzato con i compagni di scuola una gara a chi ne avrebbe mangiati di più. Karol arrivò a quota diciotto, ma non bastò per vincere. Così, quando nel 1993 si recò in visita pastorale in Polonia e fece tappa a Wadowice, sua città natale, si fece portare nella via dove un tempo c’era la pasticceria famosa per quei dolcetti speciali. Purtroppo però il negozio non c’era più: scomparso insieme alla ricetta della magica kremówka.

Rarissime dunque anche per Giovanni Paolo II le eccezioni alla sua semplice dieta quotidiana. Tra queste, coloro che lo accompagnarono in uno dei suoi numerosi viaggi negli Stati Uniti raccontano che a New York, al ristorante Giambelli, Giovanni Paolo II apprezzò molto i saltimbocca alla romana. A dimostrazione che anche la cucina italiana era apprezzata dal Papa. Come nel settembre del 1980, durante la sua visita pastorale a Siena. Per il pranzo in suo onore il Vescovado aveva incaricato Ilio Palazzi, del ristorante Alla Speranza di piazza del Campo, di studiare il menu. Lo chef, ovviamente, cercò di dare il meglio di sé. Ed evidentemente ci riuscì, se – come raccontano – Wojtyla fece il bis di pennette al pomodoro (con tanto di schizzo di sugo che finì per macchiare la candida veste del Papa) accompagnate da un bicchiere di Brunello di Montalcino e, in chiusura, dalla immancabile tazza di tè.

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