La vie en noirLa debolezza del governo Barnier e l’enorme peso parlamentare di Le Pen in Francia

La crisi della presidenza Macron, gli attriti con i suoi possibili successori, la scarsa lungimiranza dei socialisti e l’inesorabile ascesa del Rassemblement National in vista delle presidenziali del 2027

AP/Lapresse

La presidenza di Emmanuel Macron è attraversata da una profonda crisi che si riverbera sul traballante governo guidato da Michel Barnier, da poco nominato e senza maggioranza parlamentare. Il problema drammatico per il sistema politico francese è che il presidente ha perso clamorosamente l’ardita scommessa che ha fatto l’8 giugno, subito dopo le elezioni Europee, quando decise di indire entro un mese le elezioni anticipate per bloccare lo straordinario successo del Rassemblement National di Marine Le Pen che aveva ottenuto il 31,37 per cento. 

Il fine evidente era quello di indebolirla per impedire di essere al centro della scena politica francese per tre anni e di preparare la sua vittoria alle presidenziali del 2027. Elezioni alle quali Macron non può presentarsi, e per le quali non ha “costruito” in questi sette anni un successore autorevole, sicché si presenteranno al voto due o tre suoi “eredi” autonominati, con poche possibilità di successo. 

Non solo, Macron è ai ferri corti con Gabriel Attal, suo ex primo ministro che controlla il gruppo parlamentare, il quale destabilizza da questa posizione il governo Barnier, e tenta di sottrargli il controllo del partito Renaissance con l’intenzione di candidarsi alle presidenziali.

Il fatto è che il risultato delle elezioni politiche anticipate del 7 luglio ha smentito ogni calcolo di Macron, a partire dal quasi dimezzamento dei seggi di Renaissance. È vero, infatti, che l’alleanza repubblicana contro Le Pen al secondo turno ha perfettamente funzionato, impedendo al Rassemblement National di avere la maggioranza dei seggi. Ma è altrettanto vero che dalle urne non è uscita nessuna altra maggioranza politica possibile. È quindi subito fallito – soprattutto per l’insipiente dogmatismo gauchistes del segretario socialista Olivier Faure – il tentativo di Macron di formare un esecutivo di “larghe intese” con pochi punti programmatici. 

Non è neanche stata tentata la strada di un esecutivo tecnico, e alla fine il presidente ha dovuto formare un esecutivo di centrodestra affidato al super mediatore Michel Barnier. Esecutivo che per prima cosa si deve misurare con la legge di Bilancio con la quale la Francia ha scoperto che i sette anni di presidenza Macron – complice anche il Covid, va detto – hanno prodotto ben mille miliardi in più di un mega debito pubblico che ora si attesta a 3228,4 miliardi, il centododici per cento del Pil. Per l’opinione pubblica francese è stato un trauma che ha gettato ombre sulle responsabilità del presidente.

Ma il vero problema per Macron è che alla fin fine il risultato delle elezioni che lui ha voluto anticipare con un colpo di testa contestato da molti suoi collaboratori – in primis da Gabriel Attal – gioca proprio a favore di Le Pen e della sua lunga campagna elettorale per le presidenziali.

In una Francia in cui la Costituzione proibisce che si vada al voto prima del luglio 2025, il governo Barnier, infatti, largamente minoritario, può durare solo ed esclusivamente se Le Pen non vota a favore delle mozioni di sfiducia presentate dalla sinistra. Questo le dà un enorme potere di pressione che lei ovviamente sfrutta fino in fondo. 

Programmaticamente, quindi, questo governo è sempre più spostato a destra, soprattutto sui temi dell’immigrazione e dell’ordine pubblico – capisaldi del programma della Le Pen – col risultato che di fatto l’estrema destra del Rassemblement National detta l’agenda di governo, e tutta l’opinione pubblica lo registra, senza pagare però lo scotto dell’impopolarità che deriva da una legge di bilancio varata in un periodo di grave crisi economica. Una situazione ottimale per la Le Pen che in questo modo si è pienamente legittimata dentro le istituzioni, e ha infranto la demonizzazione operata dal Fronte Repubblicano.

Non a caso, con un processo imitativo dell’Italia, la sinistra francese affida le sue – poche – speranze di fermare la marcia della Le Pen verso la presidenza a una sua condanna nel processo penale che affronterà una questione di malversazione nelle paghe dei suoi assistenti parlamentari nell’Europarlamento. Magra prospettiva.

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