Brogli, intimidazioni e minacce Sogno Georgiano canta vittoria, e trasforma la Georgia in un incubo russo

Il partito di governo ha annunciato di aver ottenuto la maggioranza alle urne, ma la Presidente e l’opposizione non riconoscono la legittimità del voto perché in tutto il Paese sono state segnalate numerose violazioni, confermate anche dagli osservatori internazionali. «È impossibile riconoscere il risultato di queste elezioni, sarebbe come accettare la sottomissione della Georgia alla Russia», ha detto la presidente Salomé Zurabishvili

AP/Lapresse

«In quanto unica istituzione indipendente rimasta in questo Paese, voglio dire questo: non riconosco la legittimità di queste elezioni. È impossibile, sarebbe come accettare l’ingresso della Russia in Georgia, la sottomissione della Georgia alla Russia. Siamo stati vittime di una operazione speciale russa». È con queste parole che la presidente Salomé Zurabishvili si è rivolta domenica sera alla nazione da Palazzo Orbeliani, durante un briefing a cui hanno preso parte anche i capi dell’opposizione, eccetto il leader di For Georgia Giorgi Gakharia, per denunciare le irregolarità nelle elezioni parlamentari che si sono tenute ieri.

Sabato anche Bidzina Ivanishvili, fondatore del partito Sogno Georgiano – il partito filorusso che da dodici anni detiene il potere in Georgia – si era rivolto alla popolazione facendo riferimento alla Russia. Ma usando una retorica che opposta, facendo leva sulla paura di una possibile guerra nel Paese: «Siamo di fronte a una scelta molto semplice: o eleggiamo un governo che serva noi, il popolo della Georgia, la società georgiana, e che abbia a cuore il Paese, o eleggiamo un agente di uno Stato estero che non farà altro che seguire gli ordini degli stranieri», e che porterà nel Paese «catastrofi e rovine».

Dodici ore più tardi, il Comitato elettorale centrale (Cec) ha annunciato la quarta vittoria consecutiva di Sogno Georgiano, conquistata con il cinquantaquattro per cento dei voti, seguito da Coalition for Change all’undici per cento, Unity al dieci, Strong Georgia al nove e For Georgia all’otto, mentre gli altri partiti in lizza non hanno raggiunto la soglia di sbarramento fissata al cinque per cento.

L’entusiasmo generato dai dati forniti negli exit poll di Edison e Harris X e commissionati dai canale di opposizione, che vedevano il partito di Ivanisvili al quarantuno/quarantadue per cento è scemato dunque dopo solo un paio di ore dalla chiusura dei seggi. Nonostante fosse chiaro sin da subito che il partito in testa sarebbe stato Sogno Georgiano, la maggior parte delle persone era felice del fatto che l’opposizione, formata da tre coalizioni e un partito indipendente, fosse riuscita a raccogliere la maggioranza dei voti. La differenza tra i dati degli exit poll e quelli ufficiali è stata del 10-12 per cento, uno scarto mai visto nelle ultime quattro elezioni quando al massimo la differenza è stata del tre per cento: da qui i primi sospetti dell’opposizione.

«A noi basta che nessun partito superi il cinquanta per cento», dicono a Linkiesta due studenti della Tbilisi State University. «Non vogliamo che un singolo partito continui a decidere per l’intera popolazione: vorremmo solo vedere dei veri dibattiti in Parlamento, con l’esito di un disegno di legge che non sia scontato ancora prima di iniziare una discussione».

Apparentemente neppure gli elettori di Sogno Georgiano, nonostante le forti ingerenze del governo nel processo democratico, sembrano completamente soddisfatti. Ma era una manovra mediatica del partito di governo per alzare le aspettative e poi difendersi dalle accuse di brogli sostenendo di essere anche loro insoddisfatti. Durante la campagna elettorale, infatti, i membri del partito hanno insistito spesso su come mirassero a raccogliere abbastanza consenso da ottenere almeno centotredici dei centocinquanta seggi in Parlamento. Cioè il numero necessario a garantirgli una maggioranza costituzionale, fondamentale per poter portare avanti una delle sue promesse principali agli elettori: rendere illegali i partiti di opposizione, accusati di essere i responsabili della guerra russo-georgiana del 2008. Nella situazione attuale, invece, il partito di maggioranza dovrebbe avere solo ottantanove seggi.

Una manovra che priverebbe la Georgia di qualunque prospettiva di procedere nel suo percorso di integrazione nell’Unione europea. E dopo i risultati delle elezioni le possibilità sembrano già essere scese: in un comunicato congiunto, i parlamentari europei (tra cui figura anche la vicepresidente del Comitato per gli affari esteri del Parlamento italiano, Lia Quartapelle) e canadesi hanno denunciato come le elezioni non si siano tenute in una condizione di libertà, e anzi, hanno parlato della possibilità di una «bielorussificazione» del Paese, ma allo stesso tempo hanno espresso sostegno per «l’impegno di Salome Zurabishvili per unire il Paese, difendere la democrazia e lo stato di diritto e per preservare e garantire il futuro europeo della Georgia».

Difficilmente si può dire che i risultati comunicati dal Comitato elettorale centrale corrispondano all’effettiva volontà della popolazione: per l’intera giornata di sabato, infatti, in tutto il Paese sono stati registrati casi di corruzione e brogli. La lista di «violazioni» nello svolgimento delle elezioni stilata dall’agenzia ForSet e condivisa da Oc Media segnala come in almeno quarantanove seggi le dita dei votanti non sono state segnate con l’inchiostro – procedura usata per evitare che una stessa persona possa votare più volte –, mentre in altri centoventicinque gli apparecchi per il voto fossero difettosi (senza contare il caso di Baghdati, dove un elettore ha distrutto due delle tre macchinette per la verifica dell’identità), e come in sessantanove postazioni le votazioni siano iniziate in ritardo.

Anche WeVote, l’ente sotto cui ventinove Ong georgiane si sono riunite in veste di osservatori delle elezioni, ha denunciato in un comunicato l’atmosfera non-democratica in cui si sono svolte le votazioni, al punto da chiedere l’annullamento dei risultati: «[Alla fine della giornata] è emerso chiaramente come sia stato sviluppato uno schema complesso di frode elettorale», si legge nel comunicato, in cui si sottolinea come le violazioni riscontrate potrebbero avere «un impatto significativo sulla libera espressione della volontà dei votanti» nelle aree dove Sogno Georgiano ha avuto una vittoria schiacciante.

La missione di osservazione elettorale congiunta dell’Ufficio dell’Osce per le istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr), dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Pace), dell’Assemblea parlamentare della Nato della Nato) e del Parlamento europeo ha poi rilevato numerosi casi di «voti di scambio, un clima di pressione diffuso e intimidazione prima e durante le elezioni, soprattutto nelle aree rurali» che, insieme agli «interrogativi sull’imparzialità delle istituzioni statali» spiegano la mancanze di fiducia nei risultati pubblicati dal Cec.

Secondo il report pubblicato dalla missione, poi, «la segretezza del voto è stata potenzialmente compromessa nel ventiquattro per cento delle osservazioni, a causa delle modalità di inserimento delle schede nelle urne o della disposizione inadeguata dei seggi elettorali». Infine, in molti casi, alcuni rappresentati dei partiti hanno filmato gli elettori durante il voto per poi seguirli.

In realtà, che le votazioni non si stessero svolgendo in maniera limpida era chiaro già dalla mattina di sabato. Più osservatori avevano segnalato che due sostenitori di Sogno Georgiano, Temur Khukhunaishvili e Nestan Imnadze, erano entrati nelle cabine di voto a Zomleti, nella regione di Guria, insieme ad alcuni elettori per controllare che il partito scelto corrispondesse a quello di Ivanishvili. E a Tbilisi, nei quartieri di Isani e Gldani sono scoppiate due grandi risse che hanno coinvolto sostenitori delle due fazioni all’uscita dei seggi.

L’episodio più rappresentativo della giornata è probabilmente il caso Marneuli: nella città vicina al confine con Azerbaijan e Armenia, un uomo ha inserito contemporaneamente un numero indefinito di schede elettorali in un’urna al seggio numero sessantanove, e per questo motivo i voti del seggio – che secondo la segretaria del partito di opposizione United National Movement Tina Bokuchava avrebbero premiato l’opposizione – sono stati dichiarati invalidi. E sempre a Marneuli il segretario locale di Unm Azad Kerimov è stato picchiato da un consigliere comunale di Sogno Georgiano.

Ancora, il parlamentare azero Arzu Naghiyev – arrivato in Georgia in veste di osservatore – ha dichiarato durante un’intervista che non si stessero verificando situazioni di irregolarità nei seggi esattamente nel momento in cui, sullo sfondo, una ragazza fotografa la scheda elettorale nonostante il divieto di fare foto all’interno delle cabine per proteggere la segretezza del voto. I partiti di opposizione in risposta hanno dichiarato di non accettare i risultati delle elezioni, e che «continueranno a combattere fino alla fine di questo regime». Dichiarazioni che non sembrano toccare il primo ministro Irakli Kobakhidze, secondo cui tutta l’opposizione sarebbe assimilabile allo Unm: «Nessuno dei partiti [di opposizione] sarà importante per il Parlamento: sapete di quali partiti parliamo», aggiungendo: «Sto parlando del National movement, del secondo National Movement, del terzo e del quarto. Al Parlamento non servono né i loro contenuti, né le loro risorse umane. Possono partecipare alle sedute come no, è una loro scelta».

K’hakhaber Kaladze, il sindaco di Tbilisi sotto il simbolo di Sogno Georgiano, ha mantenuto una linea ancora più dura in un tentativo di prevenire possibili proteste e rivolte, mettendo in guardia chiunque «osi mettersi contro la legge» che andrà incontro a «una reazione molto severa»: «Se organizzi un colpo di Stato hai bisogno del supporto della società, della popolazione. Oggi l’opposizione, quel gruppo radicale, è stato sconfitto».

Se Kaladze ha ragione si scoprirà lunedì sera, di fronte al Parlamento in Viale Rustaveli, dove Zurabishvili ha convocato la manifestazione di protesta per dimostrare che la «società non riconosce i risultati elettorali».

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