
Abbiamo assistito a tutto e al suo contrario. Abbiamo visto funamboliche acrobazie, divisioni nella maggioranza che alla fine si componevano negli equilibri del potere. Ma la lotta di classe no, non l’avevamo mai vista tra i leader del centrodestra, lo scontro tra difensori degli operai e quelli dei capitalisti, tra il partito del proletariato e quello dei banchieri. Non stiamo parlando dell’Ottocento e del Novecento paleolitico, ma dell’eclettica coalizione di governo che il centrosinistra ha difficoltà a contrastare. Perché in quel perimetro si compie l’esilarante lotta di classe e la corporazione.
Matteo Salvini, il Che Guevara che brandisce lo spadone di Alberto da Giussano, salta sulle barricate innalzate davanti al ministero dell’Economia in via XX Settembre. E urla che i sacrifici non devono essere chiesti agli operai. Poi guai a toccare il budget delle Infrastrutture. Il suo vice Antonio Crippa, il Cienfuegos leghista dei barbudos senza barba, fa i conti in tasca agli istituti di credito. «Negli ultimi due anni, a causa dell’ingiustificato e folle rialzo dei tassi di interesse da parte della Bce, i primi sette istituti di credito italiani hanno quasi raddoppiato gli utili: più novantatré per cento. È quindi giusto ed equo — spiega — che siano loro, ora, a contribuire per redistribuire la ricchezza e favorire le classi meno agiate del Paese».
Antonio Tajani, con cilindro e sigaro, replica che mai voterà le tasse sugli extra-profitti delle banche, perché non fa parte nel programma del governo («è una roba da Unione Sovietica »). E poi, per il leader di Forza Italia, le cui fidejussioni sono nelle mani della famiglia Berlusconi, non c’è uno che scrive la manovra e gli altri che l’approvano.
Il ministro Giancarlo Giorgetti, che la manovra la deve scrivere, barricato dietro i sacchi di sabbia con i suoi tecnici, pensa a inasprire le aliquote Ires e Irap sopra una certa soglia di fatturato. Grosso modo quello che sta facendo il governo di Michel Barnier in Francia. Ma non basta e allora ha chiesto ai ministri un taglio della loro dote.
Nessuno risponde all’appello del Torquemada delle finanze pubbliche. Il ministro della Difesa Guido Crosetto vorrebbe addirittura più soldi per l’ammodernamento militare e per rispondere al parametro Nato del due per cento del Prodotto interno lordo. Quello della Sanità, Orazio Schillaci, ha bisogno di assumere personale medico, ha chiesto quattro miliardi in più, ma bene che vada ne avrà due. Il responsabile dell’Interno Matteo Piantedosi fa presente che Giorgetti deve garantire la tenuta dei conti, ma lui deve garantire quella dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini.
Nessuno dei ministri vuole assumersi la responsabilità dei tagli, figuriamoci i partiti della maggioranza in piena campagna elettorale per tre Regioni importanti come la Liguria, l’Emilia Romagna e l’Umbria. Toccherà a Giorgetti fare il cattivo con una sforbiciata di tagli lineari da tre miliardi per far tornare i conti. Lasciando ai capi partito lo spettacolo deprimente della lotta di classe da avanspettacolo. Una commedia dell’arte politica che è solo propaganda, sapendo che alla fine dovranno fare i conti con l’Europa, i tagli e i sacrifici.