Consumi disomogeneiIl graduale impoverimento degli stranieri e delle famiglie numerose rispetto al periodo pre-Covid

Dal 2019 al 2023, i nuclei familiari con due o più figli e le persone non nate nel nostro Paese hanno ridotto la propria capacità di spesa, mentre l’hanno aumentata i giovani single e gli anziani

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Cambia la società, cambia la mentalità e cambiano i tempi. Di conseguenza cambiano anche i consumi, quelli di prodotti materiali, come gli alimenti da cucinare a casa e l’abbigliamento, lasciando il posto a quelli di servizi immateriali. È la cifra della modernità, ce lo dicono tutte le ricerche e la nostra osservazione. 

Ma cambiano anche coloro che si possono permettere tali spese e la misura in cui se lo possono permettere. È un dato, questo, ancora più importante dei precedenti, perché tra le definizioni e le determinanti di povertà e benessere c’è anche la quantità che individui e famiglie riescono a consumare. 

E rispetto al periodo pre-Covid, che ormai è un po’ il riferimento di tutti i confronti economici e non, di mutamenti ce ne sono stati. Come spesso capita alcuni dei maggiori cambiamenti sono quelli che riguardano gli stranieri. Sebbene ciò passi spesso sotto traccia sono essi a costituire il segmento di gran lunga più povero della società italiana e i dati sui consumi lo confermano: se in media a fare parte del primo quintile, ovvero del venti per cento di famiglie che consumano meno sono, come appare lapalissiano, il venti per cento dei nuclei residenti in Italia, nel caso di quelli composti solo da stranieri si sale al 48,89 per cento. In quelli solo italiani, invece, sono il 17,5 per cento. 

Ma soprattutto tra 2019 e 2023 il dato degli stranieri è cresciuto del 2,51 per cento, e ancora di più, del 4,64 per cento, è cresciuto quello di quanti vivono in famiglie miste, di stranieri e italiani. Vuol dire, presumibilmente, che questi gruppi sono diventati ancora più poveri, perlomeno in confronto agli altri residenti, ed è ulteriormente salito il divario con la maggioranza di cittadinanza italiana. 

Dati Istat, quintili di consumo equivalente, cioè misurato pro capite

Forse in parte è anche per questo che a livello di consumo sembra invece diminuire il gap tra le diverse aree del Paese. Al Nord-Ovest, dove è concentrata una porzione importante di popolazione immigrata, è cresciuta dal 12,33 al 13,75 per cento la percentuale che si ritrova nel quintile che spende meno, mentre nelle Isole, dove gli stranieri sono molti meno, è invece diminuita, dal 34,1 al 30,65 per cento. 

Qui, come al Sud, sono invece cresciuti maggiormente coloro che appartengono al quinto quintile, quello del venti per cento che consuma di più ed è presumibilmente più ricco. In Sicilia e Sardegna sono aumentati del 2,56 per cento, mentre nel Nord-Ovest sono calati. 

Dati Istat, quintili di consumo equivalente, cioè misurato pro capite

Una riduzione dei divari tra Nord e Sud è certamente positiva, sulla carta, ma indubbiamente smette di esserlo se è dovuta all’ulteriore impoverimento degli stranieri. Un altro segnale di crescente squilibrio che ha tra le proprie determinanti proprio il peggioramento relativo delle condizioni degli immigrati viene dal cambiamento dei consumi delle diverse tipologie di famiglie. Più queste sono numerose, più è probabile facciano parte del quintile più povero, quello che spende meno, e tra il 2019 e il 2023 questo è diventato ancora più vero. Per i nuclei con cinque o più persone parliamo di ben il 46,8 per cento, in crescita rispetto al 43,01 per cento di cinque anni fa. 

In generale, la quota di appartenenti a questo venti per cento è aumentata per tutti tranne che per le famiglie mononucleari, quelle composte da un solo componente, in cui era già molto piccola, del 12,05 per cento, ed è scesa al 10,8 per cento. Detto in parole semplici, chi vive solo appare oggi meno povero ed è ancora più improbabile di prima che ricada nel quinto degli italiani per cento che consuma meno. 

Dati Istat, quintili di consumo equivalente, cioè misurato pro capite

Gli appartenenti a questo quintile sono diminuiti di più tra gli anziani che vivono soli, tra cui sono scesi dal 14,28 all’11,28 per cento. Sono saliti, invece, di oltre il quattro per cento tra le coppie con più di sessantacinque anni senza prole e soprattutto tra quelle con tre o più figli, tra cui erano già moltissimi, il 41,07 per cento, e sono diventati il 44,78 per cento. Inutile sottolineare come in questa nicchia gli stranieri siano molto numerosi.

Dati Istat, quintili di consumo equivalente, cioè misurato pro capite

Insomma, se il livello dei consumi è indicativo della vicinanza o della lontananza da una situazione di povertà e se è vero che essere nel venti per cento che spende meno significa essere indigenti, ad avere migliorato la propria posizione sono stati single giovani e anziani e a essersela vista peggio sono state le famiglie numerose, che erano già le più svantaggiate. 

Tra le poche spese che per queste ultime sono cresciute più della media ci sono quelle dei prodotti alimentari, salite in valore nominale del 19,6 per cento in quattro anni, a fronte di un aumento complessivo del 13,3 per cento in Italia. Sappiamo, però, come questo consumo dipenda soprattutto dal bisogno, nonché dall’andamento dei prezzi, più che da una maggiore disponibilità di denaro. Non a caso tali famiglie hanno contratto più degli altri la spesa in trasporti, servizi ricreativi e divertimento, bevande alcoliche e tabacco.  

A questo proposito è curioso il fatto che birra, vino, superalcolici e sigarette abbiano visto un crollo dei consumi del 23,8 per cento proprio tra i single con meno di trentacinque anni, e non perché questi abbiano meno risorse, visto che invece hanno aumentato più della media le spese in alimentari e soprattutto quelle legate alla case e alle utenze. Si tratta evidentemente di un dato culturale, che smentisce alcuni stereotipi legati ai giovani, così come per l’ennesima volta vengono smentiti quelli sui poveri italiani che devono tirare la cinghia mentre gli immigrati vengono aiutati. 

 

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