Il 20 ottobre si svolge il primo turno delle elezioni presidenziali in Moldova e il referendum per inserire in Costituzione un riferimento al percorso verso l’Unione Europea. Si tratta di un appuntamento molto importante per il Paese che confina con l’Ucraina in guerra e il cui stesso territorio è parzialmente occupato da truppe russe, nella regione separatista della Transnistria.
La presidente europeista Maia Sandu cerca la conferma ed è data dai sondaggi al trentacinque per cento, mentre tra i suoi principali sfidanti figura l’ex procuratore generale Alexandr Stoianoglo, sostenuto dall’ex presidente filorusso Igor Dodon, con circa il dieci per cento dei consensi. Il terzo candidato è l’ex sindaco di Bălți, Renato Usatîi, che nelle presidenziali del 2020 ottenne il sedici per cento, anch’egli compromesso con il regime russo. L’obiettivo di Sandu è vincere al secondo turno, cosa che fece già nel 2020 contro Dodon, con il cinquantotto per cento dei voti.
Le pressioni di Mosca sul Paese sono fortissime e i tentativi di influenzare l’esito comprendono un ventaglio di misure attive e propaganda. La principale faglia che divide l’opinione pubblica della Moldova è quella linguistica, con il settantacinque per cento circa che parla romeno, mentre una quota tra il dieci e il quindici per cento utilizza il russo nella vita quotidiana come retaggio del periodo sovietico. Nella parte centrale del Paese, che ha una popolazione complessiva di circa due milioni e mezzo, si predilige la lingua della Romania, mentre a est, in Transnistria, e a sud, nella regione autonoma della Gagauzia, si parla russo.
La Gagauzia, regione che gode di uno status speciale e da cui proviene il candidato Stoianoglo, ha un retaggio etnico turcofono, ma se si passeggia per le strade di Comrat, il capoluogo, si sente parlare quasi solo russo. Il governo di Chișinău ha tentato di invertire questa tendenza con dei corsi pubblici di romeno, a cui in Gagauzia si sono iscritte circa cinquemila persone, su centotrentamila abitanti della regione. Anche l’Unione Europea ha investito nella modernizzazione della regione con infrastrutture e progetti, ma l’amministrazione gagauza, guidata dalla filorussa Evghenia Guțul, spesso nasconde le targhe che segnalano il finanziamento europeo delle opere.
A marzo la governatrice Guțul si è recata a Mosca dove ha incontrato Putin e ha firmato un accordo per integrare le pensioni dei cittadini gagauzi con soldi delle banche di Stato russe, un modo per assicurarsi il sostegno elettorale ai partiti vicini al Cremlino, come quello dell’oligarca Ilan Șor, latitante tra Tel Aviv e Mosca. Per legge la governatrice gagauza dovrebbe far parte del Consiglio dei ministri moldavo, con accesso a informazioni sulla sicurezza nazionale, ma Maia Sandu non ha mai firmato il decreto di nomina per gli evidenti rischi di infiltrazione. Infatti, il 14 ottobre il Consiglio Europeo ha approvato sanzioni personali nei confronti di Guțul e dei suoi collaboratori, in quanto ritenuta attrice di destabilizzazione in Moldova.
Le attività di ingerenza del Cremlino passano anche per i finanziamenti illeciti al Partito socialista di Dodon. Almeno dal 2023 sono stati identificati numerosi preti ortodossi e corrieri russi che arrivavano a Chișinău via Erevan. Nonostante ciascuno di loro portasse novemilanovecentonovantanove euro, sotto il limite massimo di valuta consentita di diecimila, venivano comunque fermati in aeroporto e i soldi sequestrati, perché non davano una valida motivazione per farli entrare nel paese. Secondo i servizi di intelligence locali, infatti, nel solo 2023 la Russia aveva portato in Moldova l’equivalente di almeno cinquantacinque milioni di dollari. Questo flusso è stato interrotto con misure più decise del governo Sandu, che ha anche bloccato i canali di propaganda russa, venendo accusata di censura dai sostenitori di Putin.
La propaganda è infatti l’altro grande strumento per manipolare l’elettorato in vista del referendum costituzionale per avvicinarsi all’Unione Europea. Il 9 ottobre il centro di cyber intelligence americano e israeliano Check Point Research ha svelato una vasta operazione russa iniziata ad agosto. Consisteva nell’inviare e-mail da indirizzi fasulli che impersonavano le istituzioni europee, per far credere ai funzionari pubblici moldavi che con l’ingresso in Unione Europea chi non passava un esame IELTS di inglese sarebbe stato licenziato in tronco. Oppure che tutti gli edifici pubblici sarebbero stati obbligati a issare la bandiera arcobaleno in occasione di dodici giornate internazionali legate ai diritti LGBT.
Un’altra e-mail si fingeva della Procura europea e domandava a tutti i dipendenti del sistema giudiziario moldavo di fornire informazioni sulle attività commerciali dei loro parenti, per controlli anticorruzione. Altri messaggi si rivolgevano ai cittadini e annunciavano misure del governo Sandu per importare lavoratori dal Medio Oriente o l’aumento del prezzo del gas. Dietro questa campagna di disinformazione è stato identificato il gruppo hacker russo Lying Pigeon, già autore di simili azioni dalla Spagna alla Lituania. L’obiettivo era quello di suscitare ostilità e antipatia verso l’Europa facendo leva su notizie false.
Per questa seria minaccia, nel 2023 il Parlamento moldavo ha approvato la creazione del Centro per la Comunicazione Strategica e la Lotta alla Disinformazione, voluto dalla presidente Sandu e guidato dall’ex ministra dell’Interno Ana Revenco, che sta muovendo i primi passi e viene formato anche dall’organizzazione lituana Debunk.org, specializzata da anni nel monitoraggio della propaganda russa. Tra le principali narrazioni contro Maia Sandu ci sono le accuse di censurare i media filorussi, di essere corrotta, di aprire le porte della Moldova alla deriva LGBT contro i valori tradizionali ortodossi, di svendere le terre agli stranieri una volta entrati in Unione Europea.
Oltre alla disinformazione, gli apparati del Cremlino si servono di collaboratori locali per azioni più invasive. Nel 2024 si sono susseguiti falsi allarmi bomba all’aeroporto di Chișinău, all’università della capitale e in altri luoghi, per paralizzare le attività, creare un clima di tensione e destabilizzare il governo europeista. Allo stesso tempo, la Transnistria resta una fonte di operazioni clandestine, con la guarnigione russa a guardia dell’enorme deposito di munizioni sovietiche di Cobasna, che Mosca vorrebbe usare in Ucraina ma non può far uscire dalla regione separatista. Infatti, i soldati russi sono bloccati e non avviene rotazione di personale, perché i maschi in età militare con passaporto russo che atterrano a Chișinău vengono respinti alla frontiera per evitare che vadano a Tiraspol.
In questo clima si terranno delle elezioni decisive per il futuro della Moldova, che nei piani imperialisti del Cremlino deve tornare sotto la sua sfera di influenza. L’avanguardia di questa operazione sono gli oligarchi e gli imprenditori russi che hanno stabilito filiali delle loro attività e investito capitali a Chișinău, cercando di corrompere settori dell’amministrazione locale per radicarsi nel Paese in modo duraturo.