La manifestazione pro-Palestina di sabato scorso a Roma non è andata granché bene. Qualche migliaio di persone. Non ne ha parlato nessuno. Più un flop che un successo. Anche perché stavolta, a differenza dell’iniziativa del sabato precedente che era stata vietata e che infatti è finita con gli assalti ai poliziotti, tra i promotori c’era la Cgil di Roma, l’Arci, le tradizionali organizzazioni pacifiste.
È strano: dilaga l’odio verso Israele, soprattutto dopo gli attacchi all’Unifil, unanimemente condannati da tutto il mondo politico, ma non cresce il movimento pro-Pal. Il quale ci riproverà sabato 26 ottobre sempre a Roma, e la cosa dovrebbe essere organizzata meglio: aderirà anche il Pd? Certo, i toni degli organizzatori non sono molto concilianti: «Buttare fuori dalla storia tutte le guerre, le invasioni, le occupazioni, i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, i genocidi, i terrorismi» e, ancora, si dice «no al riarmo, no all’aumento delle spese militari, no alla produzione e diffusione delle armi nucleari, no all’invio di armi ai paesi in guerra».
Al di là delle classiche parole d’ordine pacifiste, non sfugge che ci siano diversi punti in contrasto non solo con la politica del governo, ma anche con quelle della sinistra europea e dello stesso Pd. Vedremo che cosa deciderà il Nazareno. Elly Schlein affonda il colpo: «Il governo sostenga la posizione già espressa da altri leader europei per fermare ogni esportazione di armi a Israele. E non solo: chiediamo al governo italiano di riconoscere subito lo Stato di Palestina come già hanno fatto altri paesi europei come Spagna, Norvegia e Irlanda, per iniziare a costruire la soluzione dei due popoli, due Stati».
Quello che è sicuro è che il clima anti-israeliano è quello dominante. Ieri alla trasmissione “In mezz’ora” di Monica Maggioni, Romano Prodi è stato molto duro: «Netanyahu ha superato il limite. Aveva, d’altra parte, dichiarato persona non grata il segretario Onu, siamo arrivati a un punto incredibile. L’atteggiamento di Netanyahu è quello di Israele contro tutto il mondo. È chiaro che vuole approfittare di questo intervallo, in cui gli Stati Uniti sono paralizzati dalla data elettorale, per dimostrare la forza assoluta di Israele che diventa arbitro di tutto il Medioriente».
In questo momento il nemico della pace è Israele, che è contro «tutto il mondo». Questa posizione accomuna maggioranza e opposizione e ha larghissimo seguito nel Paese, ed è inevitabile che sia così. Il problema è che questo fa dimenticare la questione di fondo: come stabilire una roadmap per superare questa situazione? E degli ostaggi nelle mani di Hamas perché non parla più nessuno? L’impressione è che l’opinione pubblica sia talmente sfiduciata che rinunci a riflettere e ad agire in un qualsiasi modo. E che si limiti ad aspettare gli eventi. In buona misura ha ragione: mai come in questo momento si avverte che la storia non è minimamente nelle nostre mani, e nemmeno in quelle del governo, e nemmeno in quelle dell’Europa, e che persino gli Stati Uniti possono fare poco o nulla almeno fino al 5 novembre.
Ecco forse perché il movimento pro-Palestina, in teoria fortissimo, non è riuscito a decollare, almeno finora, e resta appannaggio di settori estremisti. Si attende che qualcosa cambi sul terreno e nella politica globale. In questo clima di Grande Incertezza, i cortei sembrano servire a poco.