Giorgia Meloni è una donna sola al comando. Probabilmente è ancora forte nel Paese, ma la sua condizione è problematica. Perché ci sono due modi di essere soli al comando. Il primo è quello classico del leader forte, indiscusso, riconosciuto. Il secondo è quello di un leader che è tale perché è rimasto solo. Ecco, l’impressione di questa fase, rafforzatasi in questi giorni, è che Meloni si carichi tutto sulle spalle. Che ci sia solo lei. Nel deserto di “fratelli” e “sorelle” che via via, per un motivo o per l’altro, sono alle corde e non l’aiutano.
Meno che mai poi ha un sostegno dalla Lega (ultimo, il contrasto plateale con Giancarlo Giorgetti, colpevole di evocare misure impopolari), o da Forza Italia che punta a distinguersi come forza moderata, senza contare il sotterraneo conflitto con la famiglia Berlusconi.
Ci si è messo perfino il fido Guido Crosetto – sceso in campo in modo molto forte in queste ore drammatiche per l’attacco a Unifil – a marinare i consigli dei ministri e a mostrare un perenne nervosismo che non può non impattare sui rapporti con la premier. Gennaro Sangiuliano ha fatto la fine che ha fatto, sostituito da Alessandro Giuli, la cui “prima” in Parlamento è stata più che criticata e che ieri in Senato nella singolar tenzone con Matteo Renzi si è comportato più da militante di partito che da ministro della Repubblica. C’è sempre il caso di Daniela Santanchè, ostinata nel non mollare la poltrona anche se rinviata a giudizio in un processo che vede l’Inps parte civile – lo Stato contro lo Stato, una situazione senza precedenti.
È emerso poi il contrasto su come è stata (catastroficamente) gestita la vicenda dell’elezione di un giudice costituzionale tra i due sottosegretari alla presidenza, il pragmatico Alfredo Mantovani e il “duro” Giovanbattista Fazzolari. Sempre per questo passo falso qualcuno si è lamentato del ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ceriani, in difficoltà col pallottoliere del Parlamento.
Non va meglio a Nello Musumeci, ministro della Protezione civile e del mare, per la gestione e le polemiche relative all’alluvione in Romagna. Sull’immagine pubblica di Francesco Lollobrigida, da ultimo presentatosi in bermuda durante un dibattito al G7 sull’agricoltura, meglio sorvolare.
Ma la novità è che non sono solo i vertici del suo partito a impensierire la presidente del Consiglio, ma ora anche la base elettorale più fidelizzata comincia a essere scontenta rispetto agli inizi dell’avventura di governo. Come ha svelato l’ultimo test demoscopico di Nando Pagnoncelli, l’esecutivo «perde consensi in misura più rilevante tra le persone di condizione bassa o medio-bassa, tra i ceti alti (imprenditori, dirigenti, professionisti) e i lavoratori autonomi nel Nordest». In che misura? Preoccupante, perché «ci sono alcuni temi su cui il dissenso diventa aspro: riduzione delle tasse, sicurezza, giustizia, povertà, pensioni, sanità. Tutti temi costitutivi della proposta politica del centrodestra». Praticamente tutto. Il continuo sospettare di tutto, la paranoia del complotto annidato ovunque, tradiscono uno stress psicologico e un impaccio politico entrambi preoccupanti.
Ora è agitatissima dalla paura di passare per quella che, avrebbe detto Silvio, mette le mani nelle tasche degli italiani. Non può non avvertire che ampie fette della constituency elettorale di Meloni sembrano non riporre più cieca fiducia nel suo operato, molti cominciano ad averne le tasche piene delle promesse inevase, specie su pensioni, fisco e sicurezza. E le tensioni nella costruzione della legge di bilancio per la scarsità di risorse ne sono una riprova. Come dicevano i democristiani, «quando non ci sono soldi da spendere non si riesce a fare politica». Una lezione che vale per tutti, anche per Giorgia Meloni, una donna sola al comando, senza amici.