
La mattina di mercoledì 2 ottobre il quartiere di Ryvang, a Copenhagen, è stato scosso da due esplosioni che hanno messo immediatamente in allerta le forze dell’ordine: Ryvang è un quartiere ricco di ambasciate e una di queste è quella israeliana, ovviamente sotto protezione a causa delle continue proteste e delle minacce che perduravano da anni e sono aumentate dopo il 7 ottobre scorso e la conseguente guerra scatenata nella Striscia di Gaza. Poche ore dopo, alla Stazione Centrale, sono stati arrestati due giovanissimi provenienti dalla Svezia e apparentemente diretti verso Amsterdam, e si è scoperto che le due granate, esplose non lontano dall’ambasciata israeliana, erano state lanciate dai due, membri dell’organizzazione criminale Foxtrot che ha dominato la cronaca nera svedese durante gli ultimi due anni.
Che la Svezia fosse terreno fertile per l’antisemitismo e che l’integrazione non riuscita nelle sue periferie avesse dato vita a violenti agguati mafiosi, se n’era già parlato in queste pagine. Per la prima volta questi due elementi potrebbero congiungersi, destando non pochi sospetti dopo aver colpito “fuori casa”, per effetto anche della recente stretta sulla sicurezza voluta dal governo di Stoccolma guidato dal conservatore Ulf Kristersson.
Secondo la tv svedese, la circostanza non è casuale ed è da collegare anche alla sparatoria avvenuta la sera prima non lontano dall’ambasciata israeliana a Stoccolma: la “Volpe Curda”, ovvero il boss mafioso svedese stazionato da anni in Medio Oriente Rawa Majid, secondo i servizi segreti israeliani collaborerebbe con l’Iran, elemento che trasformerebbe i numerosi adolescenti coinvolti nella guerra fra gang che ha sconvolto la Svezia durante gli ultimi anni, in vere e proprie pedine al soldo di Teheran.
Lo scorso 6 ottobre, ovvero il giorno che ha anticipato l’attacco terroristico con cui Hamas ha causato oltre milleduecento morti (inclusi ottocento civili), Rawa Majid sarebbe stato fermato dalle forze dell’ordine iraniane in circostanze non meglio chiarite. Majid non è l’unico dei vertici di Foxtrot a risiedere all’estero: il suo ex alleato, ora rivale, Ismail Abdo, è stato arrestato e poi rilasciato ad aprile in Turchia, mentre Mustafa Aljiburi, detto “Benzema” è stato ucciso a Baghdad in un attentato a inizio anno.
Infine tre persone con passaporto svedese sono state condannate a morte la scorsa estate per il coinvolgimento in un omicidio avvenuto a Baghdad, mentre altre vivono in clandestinità. Anche se non ci sono testimonianze di legami con organizzazioni terroristiche o regimi totalitari, la prossimità geografica e il precedente di Majid fanno sorgere più di un sospetto.
Che la malavita organizzata svolga il ruolo di finanziatrice per un’organizzazione terroristica non è certamente qualcosa a cui non si è mai assistito: i legami fra la Banda della Magliana e gli eversivi neofascisti sono stati perfino oggetto di film e serie televisive, ma anche l’Ira durante i Troubles fece ricorso a metodi propri della criminalità organizzata. Lo stesso principio si può applicare anche a un regime totalitario che non si distanzia troppo da quello di Teheran: i Talebani fecero del traffico di sostanze stupefacenti una delle risorse principali sia durante il periodo alla guida dell’Afghanistan, che in corrispondenza della guerra avvenuta in risposta agli attentati dell’11 settembre 2001.
Il collegamento che esiste fra la Svezia, e in particolar modo lo stretto dell’Öresund, con il conflitto in Medio Oriente, ha fatto drizzare molto presto le orecchie al Mossad: da decenni contraddistinta da una consolidata presenza di immigrati nordafricani e mediorientali, Malmö è stata ribattezzata da Haaretz la capitale svedese dell’antisemitismo e non sono passati inosservati due elementi: il primo è l’elezione, e la successiva espulsione dal partito, di Jamal El Haj, esponente socialdemocratico eletto al parlamento di Stoccolma con oltre mille preferenze provenienti dalla periferia di Malmö accusato di legami con Hamas; la seconda è la protesta che la stessa città ha messo in atto durante l’Eurovision della scorsa primavera causata dalla partecipazione della cantante israeliana Eden Golan.
Le numerose proteste, non necessariamente legate al festival musicale, sono state adeguatamente raccontate dai giornalisti del quotidiano Sydsvenskan, Jonas Nyren e Inas Hamdan: in particolar modo Hamdan, che fra le altre cose è di origine palestinese, ha rivelato il vero carattere della protesta, scrivendo come i manifestanti facessero appello per il cessate il fuoco in lingua svedese, salvo sostenere apertamente le azioni terroristiche di Hamas e Hezbollah in lingua araba. Hamdan è stata celebrata con un premio per la libertà di stampa, ma ha anche dovuto affrontare le minacce degli estremisti, che si sono radunati nei pressi della sua abitazione.
Il governo svedese in carica, un esecutivo di centro-destra sostenuto esternamente dai conservatori Sverigedemokraterna, è piuttosto freddo nei confronti della questione mediorientale nonostante il riconoscimento della Palestina voluto dai socialdemocratici dieci anni fa, e ha introdotto una serie di misure restrittive nelle periferie per combattere le attività criminali. Ora che il legame fra i due fenomeni potrebbe emergere definitivamente, la sfida per la politica di Stoccolma rischia di trasformarsi da una questione di ordine pubblico a una di natura diplomatica.