I lupi arrivarono in branco, affamati di morte, e stuprarono Israele bevendo il sangue delle vittime del Sabato Nero, il Sette Ottobre di un anno fa. Quelle due sillabe, Ha-mas, divennero per il mondo civile le più terribili dopo le due lugubri lettere di un po’ di tempo prima, SS. È stato «come se il Male avesse strisciato dai binari vuoti di Auschwitz fino alla piana di quel rave party» – ha scritto Bernard Henry Lévy ne “La solitudine di Israele” – nel quale la gioia di qualche ora di quei ragazzi si è repentinamente mutata in una tragedia eterna.
Ventidue anni prima tutti gli esseri umani avevano visto in televisione gli aerei conficcarsi nelle Torri gemelle e il cielo di Manhattan rabbuiarsi di fuoco e polvere – terroristi arabi anche allora – e ugualmente tutti hanno potuto vedere il bel viso terrorizzato di Noa Argamani mentre i lupi la portavano via sotto gli occhi del fidanzato trascinandola verso l’abisso dei cunicoli di Gaza, dove da un anno sono seppelliti donne e uomini (nessuno se ne ricorda più) mentre altra gente cercava di scappare, come ottant’anni fa nei ghetti di Varsavia e di Portico d’Ottavia, una scena apocalittica come nelle pagine più spettrali della Bibbia.
Però il giorno dei lupi, il Sabato Nero, già lo sentiamo come un incubo di tanto tempo fa, oggi ci sono altri orrori. Ma ricordare è un dovere morale. Monica Maggioni ha visionato un filmato terrificante che descrive nel suo libro “Spettri”: «Guardare negli occhi chi pochi istanti dopo muore, i due bambini che vedono uccidere il padre, l’ultima ragazza ancora viva e rantolante sul mucchio di ragazze immobili… sono tutti cadaveri… e poi sparatorie infinite, persone date alle fiamme, corpi smembrati a colpi di vanga. Poi le urla, le risate sguaiate, Allah akbar gridato ossessivamente. Una volta al secondo.
Sequenze di facce di giovani esaltati che stanno uccidendo all’impazzata. Il ragazzo con la barba e il giubbotto militare parla con le vittime un secondo prima di finirle. Due arrivano in moto e ciabatte, risa oscene e incoscienti. Non si contentano della morte, vogliono vedere il sangue scorrere a fiumi. Lui sembra drogato. E violenta, insulta. Chiama la madre per dire orgoglioso quanti nemici ha ammazzato. La madre lo benedice. Viene dalla morte e non è preoccupato del futuro. Di chi morirà ancora. Di chi non avrà un domani».
Violentavano, urlavano, ridevano, i lupi calati sul deserto del Negev. Forse il cinismo del mondo dimenticherà il Sette Ottobre 2023. Israele no. Israele ha la Memoria del Tempo. «Il testo del rituale della Pasqua (la Haggadah) insiste sul fatto che «in ogni generazione una persona è obbligata a considerarsi come se fosse uscita di persona dall’Egitto», scrive Yuval Noah Harari nel suo ultimo “Nexus”. Vuol dire che ogni ebreo ha dentro di sé la Memoria della cacciata, delle cacciate. La Memoria è la forza di Israele.
La leva degli ebrei per conservare la propria dignità in quanto ebrei. La Memoria, non la vendetta: «L’ebraismo – scrive Nes, un collettivo di lavoro di “ebrei socialisti” – non è un esempio né un modello di vendetta e di conquista. Il popolo ebraico non si è vendicato delle secolari persecuzioni subite da parte dei cristiani, conversioni forzate, ghetti, espulsioni, leggi speciali, crociate, inquisizione, fino alla Shoah; né si è vendicato delle persecuzioni subite da parte dell’Islam, nemmeno ha conquistato e colonizzato imperi e continenti».
Molti al contrario dicono che oggi Israele si sta vendicando, e nella sproporzione della reazione israeliana al Sette Ottobre c’è materia per sostenere questa tesi, e il mood, popolare e soprattutto borghese, è tutto contro Israele in quanto Israele, ben al di là delle colpe di Netanyahu. Ma è essenziale ripartire dalla questione di fondo: i terroristi arabi e l’Iran vogliono cacciare gli ebrei esattamente come millenni fa. «La storia dell’ebreo – scriveva Jean Paul Sartre – è la storia di un errare di venti secoli; a ogni istante deve attendersi di riprendere il suo bastone».
A un certo punto il popolo ebraico ha detto basta. Basta errare. E ha fatto di un lembo di terra un giardino, una potenza economica, scientifica, culturale, militare. Ha scritto Saul Bellow: «Mi domando tante volte perché non debba essere possibile agli intellettuali dell’Occidente tenere agli arabi questo discorso: “Dobbiamo pretendere di più anche da voi. Anche voi – e i marxisti fra voi, soprattutto – dovrete far qualcosa per la fratellanza, e per la pace con gli ebrei, poiché essi hanno sofferto pene mostruose nell’Europa cristiana e nell’Islam. Israele occupa lo 0,6 percento delle terre che voi dite arabe. Non è possibile correggere le tradizioni islamiche, reinterpretarle, apportarvi quelle modifiche che rendano possibile l’accettazione di un tale piccolo possedimento. Una grande civiltà dovrebbe essere aperta a soluzioni umanitarie e generose. La distruzione di Israele non vi arrecherebbe alcun bene. Lasciate gli ebrei vivere, nel loro piccolissimo paese”».
Bellow non è stato ascoltato. Gli ebrei non sono stati ascoltati. Anzi, la maggioranza del mondo sta rimettendo in discussione il diritto di Israele a esistere. Così l’atroce dubbio è che il Sette Ottobre sia stato già rimosso, o quasi: se è così, i lupi hanno vinto.