X-Files botanici Il silfio, l’erba aromatica perduta

Nella Roma antica era un ingrediente prezioso, al punto da essere rappresentato sulle monete di Cirene, poi è stranamente scomparso. Oggi pare se ne siano ritrovate tracce in Turchia, e il mistero si infittisce

Il monte Hasan in Turchia, foto di Alperen Bitgen su Unsplash

Ma bella più di tutte l’erba che non c’è (più). Apicio, cuoco, gastronomo e scrittore, nonché principale fonte sulla cucina dell’antica Roma, nei suoi celebri trattati cita tantissime ricette dove compare il silfio, ma usarlo oggi per aromatizzare un piatto è impossibile, perché è estinto. E, per una volta, l’attuale cambiamento climatico non ne ha responsabilità, perché non è un evento recente. Anzi, è la prima specie vegetale della cui estinzione si ha documentazione scritta. Per secoli, però, dominò i mercati, e i commerci.

Tale era l’importanza di questa pianta, simile a un finocchio gigante, che la sua immagine era impressa sul retro delle monete coniate nella colonia greca di Cirene dalla fine del sesto secolo a.C.. Qui, infatti, e solo qui, in una ristretta fascia costiera, di circa duecento per sessanta chilometri, in Cirenaica, nell’odierna Libia, «da Platea fino all’imboccatura della Sirte», per dirla con Erodoto, cresceva il silfio, conosciuto anche come silphion o laser o laserpicio, e ne era la principale risorsa commerciale.

Oltre che in cucina, infatti, era impiegato come profumo, come afrodisiaco e come rimedio per una quantità di disturbi. Si riteneva che curasse la tosse, la gola irritata, la febbre, l’indigestione, i dolori, le verruche, ma soprattutto, secondo Plinio il Vecchio, era un ottimo contraccettivo. Una convinzione fondata: oggi si sa che molte specie appartenenti alla famiglia delle Apiaceae, come il silfio, hanno proprietà estrogeniche, ed è stato dimostrato che alcune, come la carota selvatica, possono servire come abortivo.

Dono, secondo la tradizione, del dio Apollo, noto alla maggior parte delle antiche culture mediterranee, il silfio era particolarmente apprezzato per la resina ricavata dalla pianta. Che veniva raccolta ed essiccata come si fa tuttora per quella di una pianta che appartiene alla stessa famiglia, quella delle apiacee, insieme all’aneto, al finocchietto selvatico e al prezzemolo, l’assafetida, utilizzata nella cucina indiana e nella medicina ayurvedica. E che, come il nome suggerisce, ha un odore molto forte, tra lo zolfo e l’aglio, per alcuni decisamente sgradevole. Anticamente, la stessa parola indicava entrambe le essenze ed entrambe fanno parte delle oltre duecento varietà di ferula esistenti.

La fine di una spezia che fino al primo secolo dopo Cristo valeva quanto l’argento, fu repentina, dovuta forse, a una misteriosa “pioggia nera”. «È stato trovato un solo stelo», scrisse Plinio il Vecchio nella sua “Storia naturale”, «ed è stato dato all’imperatore Nerone».

Da allora, del silfio non si è saputo più nulla, anche se, nel 1983, un professore dell’Università di Istanbul, Mahmut Miski, specializzato in farmacognosia, lo studio dei medicinali ricavati da piante e funghi, disse di averne forse ritrovato le tracce in un villaggio della Cappadocia, alle pendici del monte Hasan, in Turchia, dove cresceva una pianta dalle molte virtù e dalle caratteristiche simili a quelle attribuite al silfio.

Identificata inizialmente come una nuova specie, la ferula drudeana, nel 2022, della possibile identificazione con il silfio è stato dato conto in un articolo pubblicato sul National Geographic: identiche le innumerevoli proprietà benefiche e simile anche la difficoltà di trapiantarla in aree diverse, esperimento già tentato invano nell’antica Grecia.

Non è la prima volta. Già in passato altre varietà di ferula erano state riconosciute come silfio, senza tuttavia arrivare a conclusioni decisive.

Resta da capire come, da Cirene, il silfio, noto per l’impossibilità di essere coltivato, sia arrivato in Turchia. E resta il dubbio, mentre si cercano nei siti archeologici resti di silfio per tentare un’analisi comparata. Nel frattempo, la discussa assafetida appare come l’erede più plausibile per gli usi gastronomici. Il “laser dei Parti”, originario dell’Afghanistan e noto in India come hing, era già citato da Apicio come un sostituto più a buon mercato, anche se meno pregiato, del prezioso silfio e oggi è protagonista di molti piatti orientali.

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