A partire dalla luce, quella necessaria per impressionare giganteschi fogli di carta fotosensibile con la più antica tecnica di riproduzione delle immagini della storia, la tecnica del foro stenopeico, già usata dai vedutisti del Settecento e perfezionata con la nascita della fotografia. Il frutto di un lavoro lungo, meticoloso – oltre che impegnativo dal punto di vista psicofisico –, dell’artista tedesca Vera Lutter, che la mostra racconta attraverso una selezione dei suoi lavori dagli anni Novanta a oggi.
I soggetti? Miniere, fabbriche, aerei-cargo, radiotelescopi, luoghi immensi che parlano di lavoro, merci, cantieri e logistica. Territori industriali che in dieci anni di attività, la Fondazione MAST ha educato a vedere attraverso lo sguardo di fotografi e videoartisti internazionali nella sua galleria e, con la Biennale Foto/Industria, in luoghi sparsi per la città di Bologna.

Tra i soggetti immortalati da Vera Lutter in lunghe giornate (o settimane) di posa, riconosciamo la Battersea Power Station, la centrale a carbone londinese dei primi del Novecento, il più grande edificio in mattoni d’Europa e location di celebri video e foto dei Beatles, degli Who e dei Pink Floyd, oggi centro commerciale e residenziale di lusso. E poi il gigantesco hangar del dirigibile Zeppelin, il tetto della fabbrica della Pepsi Cola a Long Island, i cantieri navali tedeschi sul Baltico, una pista dell’aeroporto di Francoforte. Luoghi che l’artista, diplomata prima in scultura a Monaco e poi in fotografia a New York, ha scelto di immortalare dall’interno della camera oscura.

Il risultato sono gigantesche immagini in negativo, realistiche e oniriche al tempo stesso. Rovesciate, nei bianchi e neri e nell’orientamento, e completamente disabitate: la figura umana si muove troppo rapidamente perché la sua immagine possa imprimersi. «Nelle foto di Vera Lutter le luci diventano ombre e il negativo da scarto si trasforma in opera d’arte. Sono pezzi unici, fotosculture la cui realizzazione è una performance, come documentano alcuni scatti del backstage che abbiamo messo in mostra», spiega il curatore Francesco Zanot.

Gran parte del lavoro di Vera Lutter consiste nella realizzazione della camera oscura: una stanza al ventisettesimo piano di un grattacielo di Manhattan, un container o una casetta in legno costruita ad hoc. «Tutto comincia dalla scelta del luogo e dall’organizzazione del progetto, che richiede sempre molto tempo. Come poi tutto il processo fotografico, soprattutto indoor, perché c’è molta meno luce», racconta l’artista. «Quando la camera oscura è collocata nel punto che ho scelto, mi chiudo dentro. Non posso più aprire la porta, dunque rimango al buio, cercando di non muovermi per non creare vibrazioni che potrebbero alterare l’impressione dell’immagine. Rimango lì, da sola, osservando le variazioni di luce e il processo in cui l’immagine man mano si fissa sulla carta. Ed è proprio il fattore “tempo” a fare la differenza: ogni fotografia è un’interpretazione della realtà, stratificata in una successione di dettagli che man mano si imprimono. È l’immagine del passare del tempo».

Una mostra spettacolare, dicevamo, più vicina all’arte che alla fotografia, che però in questo modus operandi ha la sua bellezza, ma forse anche il suo limite: cambiano i soggetti, ma il risultato tende a ripetersi. Anche per questo, tra le opere esposte, a spiccare sono quelle di ambienti trasformati da piccoli interventi dell’artista, come l’inserimento di grandi specchi, che dilatano lo spazio e lo reinterpretano attraverso un interessante gioco di riflessi. E l’installazione Folding four in one, che chiude il percorso, è l’unico lavoro su pellicola: quattro gigantografie del panorama visto da quattro monumentali quadranti della torre dell’orologio di un vecchio edificio di Brooklyn. Le immagini sono disposte in modo da creare una stanza e il visitatore, entrando, assume il punto di vista dell’artista, catapultato in un attimo a New York.