Domenica 17 e lunedì 18 novembre si voterà per eleggere il nuovo o la nuova Presidente e rinnovare il Consiglio regionale in Emilia-Romagna. I candidati alla presidenza sono quattro: Michele De Pascale per il centrosinistra, Elena Ugolini per il centrodestra, Federico Serra in rappresentanza dell’estrema sinistra e Luca Teodori espressione del mondo No Vax. La partita vera si giocherà tra i primi due.
De Pascale, trentanove anni ed ex sindaco di Ravenna, è sostenuto da un campo larghissimo che oltre al Partito democratico tiene insieme i Cinquestelle, Alleanza Verdi-Sinistra, i Riformisti (con all’interno PiùEuropa, Azione, il Partito Socialista Italiano e il Partito Repubblicano) e i Civici, tra cui figurano alcuni esponenti di Italia Viva. Un modello che in altre Regioni non ha funzionato, soprattutto a causa dei capricci del Movimento 5 stelle (che anche in Emilia-Romagna sembra essere piuttosto irrequieto). Ugolini, sessantacinque anni e un passato da sottosegretaria all’istruzione del governo Monti, è sostenuta da una coalizione formata da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati. Ora è la rettrice di uno storico liceo paritario di Bologna ed è vicina al mondo di Comunione e Liberazione.
L’attenzione mediatica (e non solo) attorno a questo appuntamento elettorale è stata piuttosto fiacca e si prefigura il rischio di una forte astensione, in un territorio in cui tradizionalmente vanno a votare per le regionali quasi il settanta percento degli elettori (con l’unica eccezione del 2014). I due candidati parlando dell’affluenza hanno fissato l’asticella minima intorno al cinquanta percento, una quindicina di punti in meno rispetto alla media delle altre elezioni emiliano-romagnole, segno che le aspettative sono piuttosto basse. Gli ultimi sondaggi di Bidimedia e di Noto risalenti a qualche settimana fa, prevedono un’affluenza appena sopra la metà degli aventi diritto. Entrambi gli istituti inoltre vedono avanti in maniera abbastanza netta la coalizione di De Pascale.
In generale, la sfida sembra essere meno aperta rispetto a cinque anni fa, quando Matteo Salvini si affannava a suonare i citofoni nei quartieri periferici di Bologna a caccia di spacciatori. Il leader della Lega veniva da un risultato esaltante alle elezioni europee del 2019 e aveva scommesso su una vittoria in Emilia-Romagna candidando Lucia Borgonzoni, ricordata principalmente per l’ossessione sul caso Bibbiano. In quel caso vennero fuori gli anticorpi di una Regione che ancora oggi fatica a digerire una destra populista e ambigua. Alla fine vinse Stefano Bonaccini.
Ugolini sembra avere poco a che vedere con i leader della destra al governo e in alcuni casi le sue posizioni non sono lontane da quelle di De Pascale (sulle infrastrutture, ad esempio). Viene dal mondo cattolico di CL e probabilmente anche per questa forma mentis si è tenuta lontana dai temi più populisti utilizzati spesso nelle campagne elettorali di Lega o Fratelli d’Italia. Un atteggiamento che per una volta ha portato ad un dibattito meno ideologico e più concentrato sui contenuti, con la recente eccezione delle manifestazioni di Bologna del 9 novembre sfociate in accuse incrociate alle «zecche rosse» e alle «camicie nere».
Un teatrino utile soprattutto alla destra nazionale per provare a scaldare un elettorato dimostratosi un po’ freddo in queste settimane di avvicinamento al voto. L’esempio plastico lo si è avuto pochi giorni fa quando a uno degli eventi di chiusura della campagna elettorale di Ugolini a Bologna si sono presentate poco meno di mille persone che hanno faticato a riempire la sala congressi di un hotel. All’evento erano presenti Matteo Salvini e Antonio Tajani ma non Giorgia Meloni, ufficialmente a causa di un impegno con i sindacati sulla legge di bilancio. La premier non si è praticamente mai vista in questa campagna elettorale, a differenza delle altre regionali in cui la sua presenza è sempre stata piuttosto ingombrante, segno che forse non considera la Regione veramente contendibile. In questo modo Meloni ha evitato anche di fare i conti con una parte di territorio che da Roma attende ancora risposte dopo le alluvioni di più di un anno fa.
Proprio gli eventi catastrofici di maggio 2023 e settembre 2024 che hanno colpito la Romagna e la provincia di Bologna sono stati al centro del dibattito elettorale. Il confronto tra i partiti è stato molto intenso e il rimbalzo di responsabilità tra i vari enti ha reso ancor più difficile da digerire per i cittadini una situazione già molto complicata. Il rischio astensione arriva anche da quei territori.
De Pascale nel 2023 era sindaco di Ravenna e ha affrontato in prima linea l’emergenza, alzando spesso l’attenzione sui ritardi e su una gestione quantomeno discutibile da parte del governo. Ha però anche dovuto fare i conti con le responsabilità politiche del suo partito che guida la Regione da sempre e che sulla manutenzione della rete fluviale in Romagna poteva indubbiamente fare meglio. In concreto, le proposte per la messa in sicurezza del territorio delle due coalizioni non sono troppo distanti tra loro, con una differenza sostanziale: De Pascale vorrebbe che i poteri commissariali tornassero in mano alla Regione, assumendosene anche le relative responsabilità, mentre per Ugolini non è una priorità.
Il tema dell’alluvione è stato sicuramente il più polarizzante e forse quello su cui il centrodestra ha visto maggiori spazi di manovra rispetto ad altri settori. L’Emilia-Romagna è la terza economia del Paese, nei primi sei mesi del 2024 ha fatto registrare una crescita dello 0,4 percento e tradizionalmente ha numeri molto importanti su export e occupazione. Sulla sanità pubblica, il settore di competenza regionale che impegna la maggior parte del bilancio, il dibattito è stato meno acceso che in altre Regioni: il modello emiliano-romagnolo è uno dei migliori del Paese sotto molti aspetti e per Ugolini il rischio che parlare troppo di sanità si rivelasse un boomerang era alto.
Anche welfare e trasporto pubblico non sono sembrati settori troppo vulnerabili per il centrosinistra. Per questo la strategia del centrodestra si è focalizzata principalmente sulla messa in sicurezza del territorio, sulla gestione delle alluvioni e, negli ultimi giorni, sui fatti di Bologna. Sembra un po’ poco per scalzare il centrosinistra dall’Emilia-Romagna. Forse Meloni lo ha capito prima degli altri e per questo ha preferito concentrarsi sull’Umbria, l’altra Regione al voto in questo fine settimana.