
Degli effetti della rielezione di Donald Trump sull’Ue si è scritto molto già in campagna elettorale, anzi già nel 2016, quando il presidente vinse per la prima volta. Qualcuno tra i più ottimisti, allora, affermò come la sua vittoria avrebbe inevitabilmente svegliato l’Europa, accelerando autonomia e riforme. Non è successo tra il 2016 e il 2020, vedremo se accadrà adesso. Stavolta il processo si ripete con toni generalmente più cupi e allarmati. Ciò non avviene solo per il contesto più complesso, ma anche perché l’Ue si scopre nuda: la vittoria di Trump fa emergere con chiarezza ogni nodo irrisolto dell’Unione, ogni occasione persa del percorso d’integrazione, ogni incognita sul futuro. Con un’aggravante: lo si poteva prevedere, perché era già successo.
Sul piano commerciale, gli Stati Uniti e l’Ue nel 2023 hanno scambiato milleseicento miliardi di euro; di questi, centoventisei riguardano l’Italia. Gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale dell’Ue, e il secondo della Germania, la quale è il primo partner dell’Italia. Il venti per cento dell’export europeo va oltre l’Atlantico, e riguarda settori industriali chiave. La politica di dazi annunciata da Trump per tutelare l’industria americana è destinata ad avere effetti duri sulla produzione europea, già martoriata dal rallentamento tedesco e connotata da tempo da scarsa crescita e bassa innovazione.
In politica estera, non è chiaro come si evolveranno i rapporti con la Russia, ma è ipotizzabile che l’Ue sarà più isolata di fronte all’aggressività di Mosca, e questo potrebbe includere anche la fine del sostegno a Kyjiv, con tutto quello che comporterebbe. Per quanto riguarda il Medio Oriente, Trump durante il primo mandato ha fatto saltare l’accordo sul nucleare iraniano, e qualche mese fa ha affermato che lascerebbe Netanyahu «finire il lavoro»: non serve aggiungere troppo per capire che quell’area rischia di diventare ancora più calda, e si trova alle porte dell’Europa.
Sul fronte della difesa, Trump ha dichiarato che, con il suo ritorno alla Casa Bianca, gli Stati Uniti non interverranno a favore dei Paesi membri della Nato che non destinano almeno il due per cento del loro Pil a difesa e sicurezza, come previsto dagli accordi dell’alleanza, in caso di invasione.
Per quanto riguarda il clima, durante il suo primo mandato, Trump ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, e non ci sono motivi per ritenere che ora condividerà gli sforzi europei per contenere le emissioni sotto la soglia critica.
Di fronte al secondo mandato del presidente americano, dunque, l’Europa rischia di trovarsi più isolata, in un contesto che, peraltro, la vede già in difficoltà su più fronti. Sul piano politico, le relazioni con gli Stati Uniti continueranno, ma subiranno una riconfigurazione che, al momento, risulta difficile da prevedere nei dettagli. Ma sbaglia chi immagina che l’America First di Trump, in fondo, è «solo» l’attribuzione all’interesse nazionale del ruolo centrale dell’agenda politica: un approccio che, in realtà, non è affatto nuovo nella storia degli Stati Uniti e della loro azione globale.
Più profondamente, l’America First è la dichiarazione di un isolazionismo politico e culturale, la convinzione che per gli Stati Uniti sia controproducente perdere troppo tempo con questioni estranee e distanti, soprattutto le questioni europee. Maggiore distanza politica tra Washington e Bruxelles vuol dire un’Europa più marginale, tanto in senso politico quanto industriale ed economico. E con gli Stati Uniti meno coinvolti nelle questioni europee e globali, l’Ue rischia di trovarsi a dover gestire da sola l’aggressività russa o l’enorme lavoro diplomatico che servirebbe per far sposare ad altri attori globali gli impegni climatici.
L’America First, in ultima analisi, è il rinnegamento del ruolo statunitense degli ultimi decenni di Storia, del rapporto con l’Europa inteso come strumento fondamentale per l’avanzamento dei valori democratici e liberali, nel solco della visione storica illuministica. Volendo giocare con le ucronie, potremmo chiederci se, con l’America First, sarebbe stato possibile un Piano Marshall o uno sbarco in Normandia, che mondo ne sarebbe derivato, e con quale destino per le democrazie.
Certo, la Storia inchioderebbe Trump e gli Stati Uniti alle proprie responsabilità, ma sarebbe una magra consolazione: ciò non cancellerebbe le responsabilità europee (e, molto più concretamente, il destino a cui l’Ue potrebbe andare incontro). Se la vittoria trumpiana del 2016 non ha accelerato un percorso di riforme europee in senso unitario, non è detto che questo non avverrà stavolta: considerando le condizioni oggettive, è lecito avere qualche dubbio, tanto sulla presa di consapevolezza generale della necessità di un’Europa più unita, quanto di effettiva realizzabilità di questo progetto politico.
Oggi, l’Unione Europea ha una maggioranza europeista al Parlamento europeo, ma le forze sovraniste hanno aumentato il loro peso non solo a Bruxelles, ma anche – e soprattutto – negli Stati membri, dove in alcuni casi sono al governo, con effetti significativi sugli equilibri del Consiglio Europeo. In diversi governi, anche in quello italiano, Trump può contare su alleati e fiancheggiatori, spesso anche filorussi.
Ecco perché il secondo mandato di Trump ci inquieta: mette in luce contraddizioni che avremmo preferito non vedere così chiaramente e ci espone al rischio di un rapporto con gli Stati Uniti profondamente diverso, in cui l’Ue dovrà imparare a fare da sola, in una fase storica in cui dovrebbe sviluppare maggiormente la propria autonomia strategica, ma in cui, paradossalmente, appare più in difficoltà nel farlo.