Deborah Kruger è una fiber artist che, attraverso l’uso di materiali riciclati, denuncia l’incuria umana e sensibilizza il pubblico sull’estinzione degli uccelli e la perdita delle lingue indigene. Deborah Kruger è una rinomata artista contemporanea che ha dedicato la sua carriera a creare opere d’arte tessili uniche, utilizzando materiali riciclati per esplorare temi di grande rilevanza ecologica e culturale. Attraverso le sue installazioni, sculture e dipinti tessili, Kruger offre una potente riflessione sulla minaccia d’estinzione degli uccelli, la perdita delle lingue indigene e i disastri ecologici che affliggono il nostro pianeta.
Nel corso della sua carriera, Kruger ha esposto le sue opere in musei, gallerie e università negli Stati Uniti, in Messico, in Europa e in Australia. Protagonista dell’ultima Biennale Internazionale di Fiber Art Contemporanea: Radici, Metamorfosi, Mescolanze, tra i suoi recenti successi, spiccano una mostra personale intitolata “Avianto” al Museo della Stazione Ferroviaria di Chapalain Messico, e l’acquisizione di due delle sue opere ambientali su larga scala da parte del Museum of Arts and Design (MAD) di New York, che saranno esposte a partire da maggio 2025.
Uno degli aspetti più significativi del percorso artistico di Kruger è il modo in cui ha integrato la sua formazione e le sue esperienze di vita nella sua arte. Nata a New York, Deborah ha studiato design tessile presso il Fashion Institute of Technology, e ha lavorato per dieci anni come designer di carta da parati, un’esperienza che ha lasciato un’impronta indelebile sul suo approccio all’arte, incentrato su pattern e decorazione. Tuttavia, è stato solo dopo un’ “epifania” come lei stessa la definisce, che ha capito come fondere pienamente il suo messaggio artistico con i materiali e le tecniche che stava utilizzando, portando la sua arte a un nuovo livello di coerenza e potenza espressiva. L’evento che ha cambiato radicalmente la sua vita e la carriera di Deborah è stata quello che definisce come un “disastro finanziario” che l’ha costretta a trasferirsi in Messico. Quella che inizialmente sembrava una tragedia si è rivelata una delle migliori decisioni della sua vita. In Messico, l’artista ha trovato lo spazio, le risorse e il tempo necessari per espandere la sua pratica artistica.

Ora lavora in un ambiente collaborativo, supportata da un team di donne messicane che la aiutano nella produzione delle migliaia di piume necessarie per i suoi progetti su larga scala. Questo “studio di squadra” le ha permesso di pensare in grande e di realizzare opere di dimensioni museali, un traguardo che sarebbe stato impossibile da raggiungere al nord del confine. Con una carriera artistica che abbraccia oltre quarant’anni, Deborah Kruger incarna l’idea che il successo richiede tempo, dedizione e perseveranza. Il suo percorso è un’ispirazione per tutti coloro che aspirano a realizzare i propri sogni, dimostrando che non è mai troppo tardi per raggiungere grandi traguardi. Dopo l’intervista all’artista dell’acqua Basia Irland, abbiamo deciso di intervistarla per approfondire come l’arte possa essere e diventare uno strumento di difesa dell’ambiente.
Hai iniziato a “vivere d’arte” negli ultimi dieci anni, ma sei sempre stata una creativa.
Sì, certamente. Ho studiato design tessile al Fashion Institute of Technology a New York e ho lavorato in New England come designer di carta da parati e tecnico, prima che l’industria si trasferisse nel sud degli Stati Uniti e successivamente nel sud-est asiatico.
La tua ricerca artistica si concentra da tempo sugli impatti negativi dell’essere umano sulla natura: dal cambiamento climatico, all’estinzione degli uccelli, alla perdita delle lingue indigene. Come sei arrivata a esplorare questi temi?
Le piume hanno iniziato a comparire nel mio lavoro alla fine degli anni Novanta. Come la vita stessa, si sono evolute gradualmente, partendo da timidi ritagli di tessuto fino a diventare piccole piume triangolari realizzate in tessuto e bordate in encausto. Continuando a disegnare e a fare ricerche sulle specie di uccelli in pericolo, mi sono resa conto che i fattori che minacciavano l’estinzione degli uccelli stavano anche colpendo le culture indigene, in particolare le lingue. Questa sovrapposizione mi ha affascinato, ampliando la mia consapevolezza di come la tendenza umana a dominare e consumare contribuisca a perdite ben più ampie di quanto avessi immaginato. Così, le piume sono diventate un veicolo di pensiero e voce, realizzate con plastica riciclata.
Questo interesse per le lingue autoctone messicane da dove è nato?
Ogni anno si tiene una fiera d’arte indigena a Chapala, dove ho da anni il mio studio di produzione. La fiera antichissima è stata concepita per creare un mercato per manufatti che vengono realizzati da famiglie e piccoli artigiani. Solitamente io stessa ospito alcuni degli artisti che provengono da tutte le parti del Messico, molti dei quali vivono in aree remote e non parlano nemmeno lo spagnolo, ma soltanto la loro lingua indigena. Con il tempo, ho capito che la fiera non solo contribuiva a preservare i loro manufatti, ma anche la loro lingua e cultura indigena, che è molto più a rischio di quel che si possa pensare. Così mentre la mia prima collezione di disegni di uccelli si basava sulle specie più minacciate nel momento in cui li ho disegnati, durante una residenza in Francia nel 2016, successivamente, ho focalizzato la mia attenzione sugli uccelli e le lingue in pericolo dell’America Latina, dove ora trascorro gran parte del mio tempo.

Da dove nasce questa sensibilità e volontà di difendere i “deboli”?
Per comprendere il mio lavoro, è fondamentale considerare che sono figlia degli anni Cinquanta e Sessanta, una generazione che ha vissuto numerosi cambiamenti sismici nel mondo. Questo contribuisce alla mia sensibilità in generale verso le perdite nella natura e nella cultura. I miei nonni, ad esempio, lasciarono l’Europa orientale prima dell’Olocausto e arrivarono a New York, che divenne un centro della cultura yiddish. Ho assistito alla fine di questa età dell’oro culturale nel corso della mia vita, un’altra inesorabile scomparsa.
L’uso di piume fatte di plastica riciclata è centrale nel tuo lavoro. Cosa ti ha portato a scegliere questo materiale e come contribuisce alla narrativa della tua arte?
Nonostante creda che l’arte non debba parlare interamente per se stessa, penso che debba avere una voce. Nel mio tentativo di affinare quella voce, ho capito che creare piume con un materiale che contribuisce alla perdita di uccelli era una contraddizione che volevo evidenziare. La plastica rappresenta il consumo contemporaneo, e il consumo incessante è ciò che sta guidando la perdita di habitat e il cambiamento climatico. Entrambi questi impatti stanno divorando habitat a un ritmo tale da rendere difficile per gli esseri umani e tutte le altre creature viventi adattarsi per sopravvivere.
Sembra quindi che tu abbia sintetizzato negli ultimi anni tutte le tue esperienze di vita, sbaglio?
No, direi che è inevitabile. La mia formazione in design al FIT è stata rigorosa, soprattutto per quanto riguarda la ricerca. Ci si aspettava che utilizzassimo il laboratorio tessile del Metropolitan Museum of Art (MET) per studiare i motivi di design delle varie culture del mondo, e dovevamo documentare i campioni che producevamo. Creare libri (e pareti!) di campioni è diventato un aspetto ossessivo della mia pratica artistica. L’apprendimento della ricerca come parte della mia formazione tessile è rimasto con me e ha aperto la strada alle mie ricerche sugli uccelli e sulle lingue in pericolo. Credo che una pratica artistica di successo sia il prodotto di autenticità e dell’incorporazione della nostra estetica e ecologia culturale uniche. Il mio lavoro attuale è cresciuto da un’autoriflessione, permettendomi di ancorare le opere non solo ai contenuti che mi interessano, ma anche alle tecniche del mio campo, come la serigrafia manuale e la tessitura.
Che rapporto hai quindi con il saper fare?
In un’epoca in cui i processi digitali dominano anche queste attività, c’è qualcosa da dire sul ritorno alle abilità manuali della mia giovinezza. Questo, forse, è un altro modo per preservare una base di conoscenze che sta erodendo nelle maree della tecnologia e della produzione. Credo che ci sia una ragione per cui stiamo assistendo a un ritorno al cucito lento, ai cibi lenti e alla moda lenta: tutti modi per rallentare il ritmo della creatività e aiutarci a rimanere più nel presente.
Per concludere, come mantieni l’equilibrio tra la bellezza estetica e la trasmissione di un messaggio potente?
Adoro questa domanda perché arriva al cuore di ciò che considero arte di successo. L’equilibrio che cerco è tra contenuto e forma, bellezza e orrore, astrazione e narrazione. Questi sono i punti critici che richiedono sempre una calibrazione delicata. Il contenuto del mio lavoro è molto triste, ma trasmetterlo attraverso la lente del pattern, della decorazione e della bellezza lo rende più digeribile, anche per me, l’artista.