Fashion valzerL’atlante del sistema moda cambia: cosa sta succedendo e perché

Nel 2024, le direzioni creative si sono avvicendate a un ritmo (quasi) estenuante. Dopo la doppia nomina di ieri – Matthieu Blazy da Chanel e Louise Trotter da Bottega Veneta – è necessario fare il punto. E chiedersi come la moda si immagina il 2025 e gli anni a venire

Collage Linkiesta. Photo da LaPresse

Di recente, la moda ha sviluppato una nuova ossessione: si chiama “Fashion Neurosis with Bella Freud”. Nel podcast video, la nipote del padre della psicanalisi Sigmund e figlia del pittore Lucian mette sul lettino designer, top model e icone di vario grado, per parlare con loro in maniera franca di ossessioni e idiosincrasie. Tra gli ospiti passati per il suo studio (televisivo) ci sono già Rick Owens e Jonathan Anderson. E chissà, dopo ieri pomeriggio, cosa diranno negli studi (veri) di psicoterapia i designer del fashion system.

Le Pizie che da tempo vaticinavano un passaggio di testimone da Bottega Veneta tra Matthieu Blazy e Louise Trotter, fino a ieri designer di Carven, avevano infatti ragione. Ciò che non avrebbero potuto predire, è che il cambio, ma anche la nomina di Blazy, salito al trono più ambito della moda, quello di Chanel, sarebbe stato annunciato nello stesso pomeriggio, tra giornalisti costretti a ridisegnare l’Atlante della moda in una manciata di ore e il popolo dei social in giubilo di fronte alla storia che veniva fatta a colpi, sincopati, di post, reel, e congratulazioni, “arrivederci” e “benvenuto”.

A iniziare questo lungo pomeriggio, che assomigliava a una delle scenografiche battaglie orchestrate da Zhang Yimou ne “La foresta dei pugnali volanti” – ma con colpi meno letali, a forma di comunicati stampa –, è stato proprio Carven, brand francese fondato da Marie-Louise Carven nel 1945. La maison è divenuta nota per un approccio gioioso alla vita – e d’altronde, parliamo di un debutto nel dopoguerra – grazie ai suoi tailleur privi di intellettualismi e di facile utilizzo. Definito dall’ex ministro della cultura Frédéric Mitterrand  «luogo della memoria della moda francese», come disse durante la cerimonia di assegnazione di Comandante dell’ordine della Legion d’onore alla fondatrice, nel 2009 – il brand ha attraversato anni non facili, tra passaggi di proprietà e amministrazione controllata.

Louise Trotter. Courtesy of Bottega Veneta

A febbraio 2023, però, la nomina di Louise Trotter, che veniva da Lacoste – dove aveva già fatto agli insider della moda un’ottima impressione e soprattutto aveva fatto salire i fatturati a più di due miliardi di euro –, è sembrato riportare il brand nel club di chi detiene, se non il fatturato più alto, quanto meno una certa rilevanza culturale. Nel pomeriggio, tramite Instagram, l’account ufficiale di Carven ha annunciato che il prossimo 24 gennaio segnerà l’ultimo giorno in ufficio per Louise Trotter, scrivendo che, in fondo, «ogni fine è un nuovo inizio. I migliori auguri a tutti i nostri colleghi creativi».

Solo un paio di ore dopo, in un comunicato a firma Kering, si annunciava il suo arrivo nella maison dell’intrecciato, dove inizierà a lavorare a fine gennaio. «Louise porta con sé un patrimonio di assoluto spessore e una nuova, fresca prospettiva alla tradizione di creatività ed eccellenza senza eguali di Bottega Veneta. È il talento ideale per continuare, insieme a Leo Rongone (Ceo del brand, ndr) e al team di Bottega Veneta, lo straordinario viaggio iniziato con Matthieu Blazy, al quale va la mia più sentita gratitudine per la sua creatività visionaria».

Così ha commentato Francesca Bellettini, Deputy Ceo di Kering responsabile dello sviluppo dei brand. Blazy ha dimostrato la stessa gratitudine, postando sul suo Instagram un mazzo di fiori in tessuto, di quelli realizzati per delle precedenti sfilate di Bottega Veneta, con la didascalia «Al meraviglioso team di Bottega, grazie per la grande avventura». Trotter ha invece accolto la nomina con una stringata dichiarazione, uno standard per chi si appresta a sedersi su una sedia importante, al centro della sala. «Sono profondamente onorata di entrare a far parte di Bottega Veneta in qualità di Direttrice Creativa. L’importante tradizione artistica della Maison, unita alla continua propensione all’innovazione, rappresentano un’incredibile fonte di ispirazione, e sono lusingata di poter contribuire a scrivere il futuro e celebrare la visione senza tempo del marchio».

Matthieu Blazy. Foto di Luca Bruno (AP Photo/LaPresse)

Una nomina importante per più di un motivo, compreso il fatto che, di designer donne, nelle alte sfere delle maison se ne vedono sempre troppo poche, che sarebbe stato forse giusto celebrare con entusiasmo. E però ne è mancato il tempo, visto che un’ora dopo, dalle parti di Rue Cambon, a Parigi, hanno annunciato che la ricerca del nuovo direttore creativo di Chanel – posto rimasto vuoto dallo scorso giugno, con la dipartita di Virginie Viard – si era conclusa. Come da pronostici, a essere nominato a capo del brand della doppia C, è stato proprio il franco-belga Blazy.

Il suo lavoro come direttore dell’haute couture, del ready-to-wear e degli accessori, inizierà nel 2025 (al momento non ci sono date più precise). «Sono eccitato e onorato di unirmi alla meravigliosa maison di Chanel. Non vedo l’ora di incontrare tutto il team e di scrivere un nuovo capitolo insieme» ha commentato Blazy. Un posto, quello oggi occupato dal designer diplomatosi alla rinomata scuola di Bruxelles, La Cambre, che era nei desiderata di tutti i direttori creativi, quelli al momento senza un posto fisso e anche quelli che un ruolo lo hanno già, ma che non esiterebbero a lasciarlo per ricoprire il ruolo che fu di Kaiser Karl, e ancora prima, della fondatrice Gabrielle Chanel.

Marc Jacobs lo ha candidamente ammesso (in una intervista di qualche settimana fa al Wall Street Journal), anche se, con la franchezza che lo contraddistingue, aveva anche aggiunto che nessuno da Parigi lo aveva mai contattato. Prima di lasciare il suo ruolo di direttore creativo di Celine, Hedi Slimane aveva realizzato una collezione tra le sue migliori, che sembrava una versione beta di Chanel, immaginata da quello che persino Karl Lagerfeld vedeva come suo erede creativo.

La scelta, però, è ricaduta su Blazy, che nelle parole del presidente di Chanel Fashion e Chanel SAS,  Bruno Pavlovsky dispone di una «personalità audace, di un approccio potente e innovativo alla creazione, così come di una dedizione all’artigianalità e ai materiali più preziosi, che consentiranno a Chanel di prendere nuove, eccitanti, strade». Una nomina che pone diversi interrogativi: se è innegabile che Blazy nel suo percorso da Bottega Veneta si sia fatto notare come uno tra i designer più talentuosi della sua generazione, con l’ossessione gentile dell’artigianalità e la creazione di un linguaggio personale che ha ampliato l’universo asfittico ed esclusivo costruito dal predecessore Daniel Lee, Chanel è un brand che si muove in un campionato diverso, non solo per fatturati, ma anche per modalità d’azione.

Laddove gli show di Bottega con Blazy sembravano ristrette adunanze per un manipolo di intimi, che non badavano al titolo (del magazine) o al numero dei follower (degli influencer) quanto alla rilevanza per lo zeitgeist, quelli di Chanel sono party che farebbero impallidire il Gatsby di Fitzgerald, dove tutto è portato all’eccesso (metri quadri, ospiti, concentrazione in un solo evento di ricchezze personali che sono paragonabili a Pil di Stati non certo di secondo piano). Tutto nel nome della grandeur, eredità semantica di Karl Lagerfeld.

Non di meno, oltre ad avere dei fatturati tra i più positivi dell’universo della moda – grazie anche a delle borse i cui prezzi, negli ultimi anni, sono raddoppiati – Chanel dispone di un nutrito esercito di fedelissime, donne che, come Coco, osservano la religione monoteista del tailleur in tweed. Reimmaginarlo, regalandogli la qualità della contemporaneità, senza alienarsi il favore di clienti variegati (giovani, giovanissime, diversamente giovani) sarà la sfida più ardua alla quale Blazy è chiamato.

A completare infine il quadro, solo due giorni fa era invece arrivato l’addio di John Galliano a Maison Margiela, dopo dieci anni e quello che Silvia Schirinzi ha definito, su Rivista Studio, uno dei percorsi di redenzione più belli del mondo della moda, tali da meritarsi un documentario dal titolo “High & Low”. Nella lettera con la quale il creativo di Gibilterra ha salutato il brand di proprietà di OTB (Only the Brave, che possiede tra l’altro Jil Sander, Diesel, Marni, Viktor&Rolf), c’è un sentito grazie a Renzo Rosso, patron del gruppo. «Durante le celebrazioni per Halloween a Tokyo, in un’atmosfera familiare, sotto lo sguardo silente della luna piena, Renzo Rosso ha iniziato a parlare di quella che vede come la sua eredità» scrive Galliano nel post, l’unico presente oggi sul suo profilo.

 

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«Mi ha detto che per lui la sua eredità sarà rappresentata dai suoi figli e dal suo lavoro. (…) Allora ho preso coraggio e gli ho detto che, dal mio punto di vista, una parte della sua eredità sarà rappresentata dalla gentilezza e dalla bontà che mi ha mostrato dieci anni fa. La più grande e preziosa opportunità che lui mi ha dato donato è stata quella di concedermi di ritrovare la mia voce creativa quando ero senza voce. (…) Per quanto riguarda le indiscrezioni sul futuro… tutti vogliono sapere e tutti vogliono sognare. Quando verrà il tempo, tutto sarà rivelato. Per ora, voglio prendermi un momento per esprimere la mia profonda gratitudine».

John Galliano. Courtesy of Wikimedia Commons

John Galliano lascia così un brand in salute: i brand del settore lusso di OTB hanno registrato nel 2023 una crescita del 17,6 per cento e sebbene OTB non specifichi esattamente le percentuali di crescita dei singoli brand, secondo il WWD «si stima che i ricavi di Margiela si attestino intorno ai cinquecento milioni di euro» ( Galliano è arrivato nel 2014, quando i guadagni erano fermi a cento milioni di euro). A queste notizie, che si sono rincorse nell’arco di un solo pomeriggio, bisogna aggiungere le nomine degli ultimi mesi, di cui dobbiamo ancora vedere i frutti: Sarah Burton da Givenchy;  Haider Ackermann da Tom Ford; Peter Copping da Lanvin, Julian Klausner da Dries Van Noten, David Koma da Blumarine e Michael Rider che succede ad Hedi Slimane da Celine.

Sarah Burton. Courtesy of LaPresse

Rimescolii e terremoti che hanno sicuramente cause, ma soprattutto obiettivi diversificati: se Chanel ambisce a ridiventare il Superbowl della moda, con gli show faraonici, simbolo del brand, introdotti da Karl Lagerfeld, che sono mancati nell’era Viard (i fatturati no, quelli andavano comunque benissimo), Lanvin deve riconquistare la rilevanza culturale perduta ormai più di dieci anni fa, dopo la dipartita di Alber Elbaz; a Bottega Veneta quella rilevanza toccherà mantenerla, proseguendo nel solco lasciato da Matthieu Blazy, e tentando di diventare grandi, anche in termini di fatturato (la strada segnata in questo senso nell’ultimo quadrimestre è positiva, ma gli abiti, più simili a squisite opere d’arte che a vestiti, non hanno mai avuto la caratteristica della quotidianità che potrebbe portarli ad uscire più facilmente dai negozi).

Givenchy, invece, ambisce, a ragion veduta, a gareggiare nuovamente nel campionato che più gli compete, quello delle maison de couture; Tom Ford con Haider Hackermann cercherà di farsi chiesa laica della moda, con cerimonie officiate da un designer che può vantare un culto a suo nome secondo solo a quello del fondatore. Alla base, però, c’è ancora la profonda crisi che attanaglia la moda, una crisi che non è giusto chiedere ai singoli designer di risolvere, soprattutto quando a causarla, questa crisi, oltre a delle condizioni storiche critiche e non prevedibili, c’è stato un appiattimento del gusto imposto da conglomerati che volevano aumentare i fatturati massificando l’estetica, e un aumento dei prezzi non giustificato – se non in alcuni, eccezionali casi – da un pari aumento della qualità, ma meramente volto a proteggere le proprie marginalità dall’aumento dei costi (quello innegabile) delle materie prime.

Nel distretto toscano si moltiplicano gli scioperi di piccoli e medi produttori, che realizzano quel Made in Italy di cui molto ci vantiamo, ma di cui poco sappiamo in realtà; è stata oggi approvata la proroga, sino al 31 gennaio 2025, della cassa integrazione per le aziende con meno di quindici dipendenti (ottenuta con il voto favorevole di tutti i gruppi parlamentari e volta ad alleggerire questa pesante fase di transizione che comprende, tra i vari settori, anche quello della moda); il fashion system è ancora pesantemente trainato da Ceo maschi bianchi che assumono direttori creativi della stessa fatta, impedendo una moltiplicazione dei punti di vista, che potrebbe favorire un ricambio dell’aria di cui tutti, uomini bianchi compresi, gioverebbero.

Forse, per la prossima serie di “Fashion Neurosis”, bisognerebbe suggerire a Bella Freud di parlare con i manager: saranno di certo meno affascinanti dei designer, ma sembrano essere quelli che, di un confronto sano con la realtà, avrebbero oggi disperatamente bisogno.

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