Sei giorni consecutivi di proteste e ogni volta una repressione più violenta da parte della polizia, con più lacrimogeni, più proiettili di gomma, più arresti, più feriti in ospedale. Le strade e le piazze della Georgia sono un luogo di frontiera dell’Europa in cui si difendono l’europeismo e i valori della democrazia liberale, proprio come da anni accade in Ucraina. Da Tbilisi a Batumi, da Kutaisi a Zugdidi, Chkhorotsku e Chokhatauri, in tutto il Paese c’è una popolazione che lotta per avvicinarsi all’Unione europea e all’Occidente. Una spinta contraria all’ambizione oscura di Sogno georgiano, il partito di maggioranza relativa che sta trascinando il Paese verso l’abisso dell’autoritarismo.
Giovedì scorso il primo ministro Irakli Kobakhidze ha deciso di interrompere il percorso di adesione all’Unione europea fino al termine della legislatura. Una decisione unilaterale – Bruxelles aveva temporaneamente congelato il processo chiedendo alla maggioranza di rimuovere la legge sugli agenti stranieri mutuata dalla Russia – con cui Sogno georgiano «ha gettato la maschera», come ha spiegato Nona Mikhelidze dell’Istituto Affari Internazionali, intervistata da Massimiliano Coccia nella puntata di Titoloni di lunedì. Il partito avrebbe potuto reiterare la farsa della posa europeista – di quell’europeismo sovranista, populista e filorusso à la Viktor Orbán o Robert Fico, sia chiaro – invece ha squarciato il velo, lasciando intuire pressioni e interessi da parte del Cremlino. Da allora i georgiani manifestano ininterrottamente. È la riedizione della Rivoluzione delle rose del 2003. I georgiani non hanno nessuna intenzione di finire sotto il giogo della Russia e questa è la loro resa dei conti.
L’Unione europea e gli Stati membri dovrebbero riconoscere quello che sta accadendo nel Paese. Bruxelles non può abbandonare la Georgia a un destino russificato, in cui gli unici leader politici a congratularsi con la maggioranza dopo le elezioni sono gli autocrati ungheresi e azeri. Soprattutto, i georgiani non possono essere lasciati soli contro l’abuso della forza degli ultimi giorni.
In Europa ci sono pochi audaci che hanno capito qual è la strada da seguire. I Paesi baltici sono sempre i più svegli e i più rapidi a leggere lo scenario e a reagire di conseguenza. Se non altro perché condividono chilometri di confine con la Russia (almeno Estonia e Lettonia) e hanno sviluppato un senso del pericolo più sofisticato di quello dell’Europa occidentale. Domenica scorsa, Estonia, Lettonia e Lituania hanno sanzionato undici persone, tra cui il ministro degli Interni e Bidzina Ivanishvili, l’oligarca che muove i fili di Sogno georgiano e spinge per legami più stretti con la Russia. «Gli oppositori della democrazia e i violatori dei diritti umani non sono benvenuti nei nostri Paesi», hanno scritto nella nota congiunta i ministri degli Esteri dei tre Paesi.
Ieri, tra l’altro, il Canada ha seguito l’esempio e annunciato che «sanzionerà persone fisiche e anche imprese, tutte le entità che sono coinvolte in violazioni dei diritti umani o nella corruzione». A dimostrazione che non è un tema solo europeo, ma occidentale.
Ora la palla è nel campo dell’Unione europea. Finora Bruxelles non ha imposto sanzioni. Giovedì scorso, alla seduta Plenaria del Parlamento europeo, era arrivato un primo impulso: gli eurodeputati hanno votato una risoluzione non vincolante con cui respingono la legittimità delle elezioni parlamentari in Georgia e chiedono nuove elezioni entro un anno.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli Affari Esteri, ha detto che la repressione delle proteste «potrebbe avere conseguenze dirette da parte dell’Unione», senza aggiungere altro. La commissaria Ue all’allargamento Marta Kosovo ha applaudito alla «coraggiosa determinazione del popolo georgiano a continuare sulla strada verso l’Europa. La sua volontà deve essere rispettata. L’Unione è dalla sua parte».
Ma non basta. Altre decisioni saranno discusse il 16 dicembre, alla prossima Plenaria del Parlamento europeo. Ma il tempo è uno dei fattori in gioco. Perché ogni tentennamento fa il gioco di Sogno georgiano, che può consolidare il potere, schiacciare la resistenza e rafforzare la sua presa nelle pieghe del Paese.
The regime is installing new CCTV cameras on Rustaveli. pic.twitter.com/DKgUVU6Ntb
— Anna Gvarishvili (@AnnaGvarishvili) December 3, 2024
Le sanzioni sono uno strumento indispensabile in questi casi, il mezzo più utile per isolare i regimi, tagliare loro le risorse e dimostrare che l’uso della violenza contro la popolazione non porta risultati. Lo ha capito Valérie Hayer, Presidente di Renew Europe: «Siamo al fianco della stragrande maggioranza del popolo georgiano che desidera vivere in una democrazia e avere un futuro europeo più luminoso. Sogno georgiano sta distruggendo le relazioni con l’Unione europea contro la volontà del suo stesso popolo. Le sanzioni dell’Unione contro le persone che stanno sgretolando la democrazia in Georgia devono essere discusse subito», ha detto.
Bruxelles deve fare di tutto per non legittimare un governo costruito su un’elezione truccata e conservato con la repressione, contro la volontà dei cittadini. L’Unione europea potrebbe dialogare con la presidente Salome Zourabichvili e con i tanti funzionari che si sono dimessi negli ultimi giorni prendendo le distanze dalla svolta autoritaria e filorussa di Sogno georgiano. C’è ancora speranza, c’è ancora un’alternativa allo scivolamento della Georgia nel campo illiberale.